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GENESI DEL REGNO D’ITALIA: TRADIMENTI E REPRESSIONI

Posted by on Mag 3, 2018

GENESI DEL REGNO D’ITALIA: TRADIMENTI E REPRESSIONI

REPRESSIONE MILITARE

Quando i Mille sbarcarono in Sicilia nel 1860 la classe contadina si ribellò massicciamente contro la Chiesa, l’aristocrazia, e in alcuni casi anche all’esercito borbone, sperando di ottenere la proprietà delle terre che coltivavano, come promesso da Garibaldi stesso.

I volontari del nord tradirono le aspettative che avevano seminato tra la popolazione, e repressero nel sangue ogni rivolta, mostrando nel ristabilire l’ordine un favoritismo per borghesia locale a spese delle prerogative della nobiltà, che prese in gran parte la via dell’esilio. I Mille, sostituiti ben presto dall’esercito regolare italiano, trattarono il sud come bottino di guerra, espropriando le proprietà statali, bruciando villaggi, violentando donne (incluse molte suore) senza curarsi delle conseguenze del loro comportamento. Famosa fu la strage perpetuata da Nino Bixio a Bronte. Il nuovo potere si preoccupò di reprimere i dissidenti, praticò politiche di rappresaglia sulle popolazioni civili, utilizzò largamente la tortura, le taglie, ed impose un servizio militare obbligatorio di cinque anni e senza paga a tutti i giovani maschi, cosa che invalidò l’agricoltura di sussistenza. Vennero inoltre emanate leggi speciali che davano libertà d’azione ai comandanti militari, furono messe sotto embargo alimentare intere regioni, e si vietò la diffusione di quotidiani e periodici, peraltro già censurati, del nord. L’occupante si distinse anche per atti di terrorismo. Sono attestati almeno tre i casi in cui la stessa magistratura nordista attribuì la responsabilità di diversi fatti di sangue, perpetrati indiscriminatamente sulla popolazione, a personalità piemontesi che cercavano di aumentare la tensione fra le parti in conflitto e giustificare così la repressione. Le rovine della guerra e del saccheggio spinsero gran parte della popolazione rurale alla lotta armata, e la resistenza di irregolari meridionali, nata come naturale reazione all’invasione e come risposta all’incapacità delle armate borboniche, ricevette presto rinforzi massicci da chiunque patisse la fame, fosse perseguito dall’esercito regolare, o cercasse di sottrarsi al servizio di leva. Nel 1860-61 i soldati piemontesi presenti nel sud erano 22.000, ma l’inasprirsi della guerra richiese l’invio di rinforzi, e le truppe raggiunsero quota 55.000 a fine 1861, diventarono 105.000 nel 1862, ed arrivarono a 120.000 (circa metà dell’intero esercito) negli anni successivi.

 

REPRESSIONE ECONOMICA

Il nuovo governo eliminò le antiche barriere doganali, cosa che provocò l’immediato fallimento di ogni industria del sud. La manifattura del nord conquistò automaticamente i mercati meridionali, arrivando in certi casi fino a riutilizzare i macchinari delle fabbriche dissolte. Il Mezzogiorno si ritrovò a riequilibrare la bilancia commerciale esportando derrate alimentari, a prezzi molto ridotti. L’esportazione di prodotti agricoli indispensabili alla popolazione, vietata sotto i Borbone, portò la fame fra il popolo, e servì solo a finanziare l’acquisto di beni di consumo della borghesia locale. Le terre appartenute alla nobiltà, al clero e allo stato borbone furono espropriate senza indennizzo, messe all’asta, e acquistate da capitali settentrionali. Il denaro liquido (monete d’oro), risultato di secoli di risparmio, fu ritirato dalla circolazione e sostituito da banconote, ma l’inflazione che seguì ne erose gravemente il valore. Contravvenendo alle sue stesse leggi, il governo centrale vietò che fosse la banca che aveva emesso le monete borboniche, il Banco delle Due Sicilie, ad incamerare l’oro ritirato dalla circolazione, equivalente a due miliardi e mezzo di lire di allora, e confiscò direttamente il ricavato. Si stima peraltro che la corruzione fu responsabile della perdita del 60 % di tale somma, ed il resto venne usato per onorare parte dei crediti che banche e risparmiatori europei reclamavano al governo sardo. Ancora oggi le banche italiane agiscono seguendo lo stesso schema, raccogliendo capitali dai piccoli risparmiatori nel meridione per investirli nelle aziende del settentrione. Tutti i provvedimenti che il governo prese fino al novecento favorirono il nord a spese del sud, come la tassa sul macinato, che gravava sull’unico prodotto meridionale, indispensabile oltretutto alla sopravvivenza della popolazione; come l’innalzamento delle imposte indirette, che colpì le fasce più povere della popolazione; o come gli accordi doganali con gli altri stati, che favorirono l’esportazione degli articoli manifatturieri del settentrione ma invasero il sud di prodotti stranieri.

L’INIZIO DELLA RIVOLTA 1860-1861

Già nell’ultima fase della spedizione dei mille i Borbone, asserragliati a nord del Volturno intorno a Gaeta, avevano deciso di fare ricorso a formazioni armate irregolari a supporto delle truppe regolari ancora attive tra il Sannio e l’Abruzzo, al fine di coprire il fianco rispetto all’avanzata verso sud dell’esercito sardo, guidato dal generale Enrico Cialdini. All’estremo sud continua a resistere, e lo farà sino alla primavera del 1861, la cittadella di Messina (che, già nel luglio 1860 aveva smesso di combattere, pattuendo di liberare la città e di non ostacolare Garibaldi nel passare lo stretto) e solo il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, si arrese la guarnigione della cittadella di Civitella del Tronto, al confine tra Abruzzo e Marche. A seguito della partenza dei Borbone di Napoli, dopo la sfortunata conclusione della battaglia del Volturno e dell’Assedio di Gaeta, il partito legittimista prese ad organizzarsi per tentare di cacciare l’invasore (supportati dai Borbone di Napoli, esuli a Roma, un poco dai Borbone di Spagna, dalla nobiltà legittimista e da parte del clero). Nelle formazioni irregolari, che la popolazione locale denominava masse, affluirono migliaia di uomini: ex soldati dell’esercito sconfitto e disciolto, coscritti che rifiutavano di servire sotto la bandiera italiana, popolazione rurale, banditi di professione e briganti stagionali, che si dedicavano già alle grassazioni nei periodi nei quali non potevano trovare impiego in agricoltura. Si registravano sollevazioni diffuse, seguite dal rovesciamento dei comitati insurrezionali, sostituiti con municipalità legittimiste. A Napoli, l’ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agiva la propaganda del comitato borbonico della città, che riuscì, perfino, a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia. Nel mese di aprile venne sventata una cospirazione anti-unitaria e arrestate oltre seicento persone, fra cui 466 ufficiali e soldati del disciolto esercito borbonico. Nella primavera del 1861 la rivolta divampava ormai in tutto il Mezzogiorno continentale, assumendo spesso le forme di estese jacquerie contadine, per questo votate alla sconfitta nel loro impari confrontarsi con un moderno esercito calato in forze a combatterle. Si materializzava, tuttavia, il rischio concreto di un collegamento di tutte le formazioni della rivolta, dalla Calabria alle province contigue allo Stato Pontificio, dove risiedeva il re deposto, Francesco II, con un’azione centrata fra Irpinia e Lucania, ciò che condusse ad un incremento notevole sia delle forze impegnate, sia della ferocia con la quale la repressione delle insorgenze fu attuata.

 

LA REPRESSIONE DI CIALDINI 1861-1864

Nell’agosto 1861 venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini, con poteri eccezionali per affrontare l’emergenza del brigantaggio. Egli seppe rafforzare il partito sabaudo, arruolando militi del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti. In una seconda fase, comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie ed incendi di villaggi in cui si rifugiavano i briganti erano all’ordine del giorno, restano tristemente famosi il cannoneggiamento di Mola del 17 febbraio 1861, e gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo, nell’agosto 1861. L’obiettivo strategico consisteva nel ristabilire le vie di comunicazioni e conservare il controllo dei centri abitati. Le forze a sue disposizione consistevano in circa ventiduemila uomini, presto passate a cinquantamila unità nel dicembre del 1861. Gli strumenti a disposizione della repressione venivano, nel frattempo, incrementati, con la moltiplicazione delle taglie e l’istituto delle deportazioni (questa era la forma reale del domicilio coatto). Nell’agosto 1863 venne emanata la “famigerata” legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti.

Tra il 1862 e 1863 le truppe dedicate alla repressione vennero aumentate sino a centocinquemila uomini (circa i due quinti delle forze armate italiane del tempo) ed il generale Cialdini poté riassumere l’iniziativa, giungendo ad eliminare le grandi bande a cavallo ed i loro migliori comandanti e, soprattutto, ad estinguere il cosiddetto “focolaio lucano”.

 

 

LA CONTINUAZIONE SPORADICA DELLA RIVOLTA 1865-1870

Con le sue azioni, il Cialdini aveva raggiunto l’obiettivo strategico principale contro il brigantaggio, cancellando le premesse per una possibile sollevazione generale delle provincie meridionali: la rivolta non era ancora terminata, ma era venuto meno qualsiasi carattere di azione collettiva, si affievoliva l’appoggio popolare. Solo nel 1867 Francesco II delle Due Sicilie sciolse il governo borbonico in esilio. Continuava l’azione di poche ed isolate bande di irriducibili ma, vista l’impossibilità di ottenere risultati politici e per non logorarsi in un’eterna guerra civile, la spinta insurrezionale volgeva gradualmente al termine. Nel gennaio 1870 il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio. ancora oggi.

 

IL DOPOGUERRA

Le devastazioni della guerra contro il brigantaggio furono talmente gravi che ancora oggi sono visibili. In tal senso si potrebbe affermare che il dopoguerra perdura ancora oggi, a un secolo e mezzo di distanza. Ad ogni modo nei decenni successivi alla repressione sabauda il meridione si ritrovò in una situazione di povertà estrema. Le direttive economiche della classe dirigente peggiorarono la situazione, tanto che a fine secolo i tassi di mortalità infantile o per certe malattie infettive aumentarono sensibilmente, come pure l’analfabetismo. L’emigrazione raggiunse ritmi frenetici, e la regione rimase esclusa da ogni commercio, sviluppo industriale o evento culturale. Per quasi un secolo scoppiarono epidemie e carestie, che regolarmente sfociavano in ribellioni più o meno gravi, sempre soffocate nel sangue. Il sud visse in un permanente stato di fermento ed insicurezza, fino a considerare le continue rivolte e repressioni come fatti ordinari. Al contrario, le regioni padane conobbero un moderato sviluppo industriale, una volta superate le crisi postbelliche ed il crack finanziario che ne seguì. Tale crescita non fece che accrescere il divario economico fra nord e sud.

 

IL NUOVO ORDINAMENTO

In seguito alla pacificazione della regione si sviluppò un dibattito politico in seno alla classe dirigente vincitrice in merito all’ordinamento che il Regno Italiano avrebbe dovuto assumere. Si creò una contesa fra federalisti, che volevano concedere una certa autonomia agli enti locali, e centralisti, che invece rivendicavano per il parlamento nazionale e la corona tutto il potere. Nel marzo 1861 il ministro dell’Interno, Marco Minghetti presentò un progetto di legge che prevedeva un notevole decentramento amministrativo. Il progetto Minghetti non superò l’esame delle commissioni parlamentari e in maggio venne ritirato “temporaneamente” dal Consiglio dei ministri. In realtà, le istanze dei federalisti vennero definitivamente abbandonate e l’applicazione delle leggi del Regno di Sardegna venne estesa al resto d’Italia. In giugno Cavour morì, ed in ottobre il nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli estese a tutto il paese l’ordinamento locale piemontese, già stabilito con il decreto legge Rattazzi nel 1859. Lo Statuto Albertino, che datava del 1848 ed era stato pensato per il solo Piemonte, divenne così la costituzione di tutta l’Italia. I motivi per cui la monarchia e le classi al potere si decisero una gestione centralizzata furono molti:

  • Un potere decentrato avrebbe potuto facilitare o addirittura scatenare nuove rivolte.
  • Una leva centrale delle imposte avrebbe consentito un più ampio gettito fiscale per il governo, ed avrebbe consentito un maggiore dirottamento illecito dei fondi pubblici.
  • Una gestione globale delle risorse avrebbe creato un margine di manovra più grande per dirigere l’economia secondo le linee guida decise dal governo.
  • Un assetto federalista in uno stato monarchico avrebbe suggerito la presenza di nobili locali al posto di anonimi funzionari borghesi ai posti di comando nelle diverse regioni, e numerose dinastie, alcune spodestate da poco, erano pronte a reclamare feudi e diritti. La casata di Savoia, preoccupata di legittimare e consolidare il suo potere, fu molto sensibile a quest’argomento, e il Regno d’Italia si distinse dalle altre monarchie europee durante tutta la sua durata per l’esiguo numero di nobili, cosa che creò un vuoto istituzionale.
  • Soprattutto, la classe dirigente era cosciente delle diversità linguistiche, storiche, sociali ed economiche che dividevano il paese, e sperava che un governo centralizzato avrebbe fuso le diverse identità locali in un’unica coscienza nazionale. Concretamente, però, ben poco fu intrapreso in tale direzione.

 

TENTATIVO DI ASSIMILAZIONE

Le varie leggi che cercarono di istituire una, seppur minima, istruzione gratuita ed obbligatoria, vennero semplicemente ignorate, particolarmente al sud, dove solo nel novecento si arrivò ad una sporadica creazione di scuole. Bisognerà aspettare il fascismo per assistere ad un’istruzione di base, il secondo dopoguerra per un’istruzione di massa, e la televisione per assistere all’utilizzo dell’italiano in sostituzione dei vari dialetti. Sul versante storiografico si cercò sistematicamente di falsificare i fatti: come sempre accade i vincitori furono descritti come eroi, i vinti come criminali. Ma a facilitare il compito contribuì soprattutto l’esilio e la soppressione della già esigua élite del Regno delle Due Sicilie. Solo a partire dall’epoca giolittiana il governo centrale fece un primo tentennante interessamento (positivo) verso il meridione. Benché non abbia ridotto la povertà o l’emigrazione, nei primi anni del novecento si dotò il sud di amministrazioni pubbliche analoghe a quelle del nord, cosa che portò all’assunzione di un certo numero di impiegati statali. La cosa si accompagnò alla corruzione e al nepotismo che ancora oggi contraddistinguono l’Italia, ma si trattò pur sempre di una modesta somma di denaro che la fiscalità nazionale rimetteva in circolo al sud. Fu sempre merito del governo centrale se nel 1911, quando lo stato prese in carico l’istruzione elementare, fino ad allora prerogativa dei comuni, il Mezzogiorno vide le prime, seppur rare, scuole elementari, e l’analfabetismo incominciò a diminuire anziché aumentare come avvenuto dall’Unità fino ad allora.

fonte

sudindipendente.org

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