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La battaglia navale di Lepanto

Posted by on Mag 27, 2017

La battaglia navale di Lepanto

La battaglia navale di Lepanto, «la più grande battaglia tra galee che la storia abbia conosciuto», è stata combattuta nel lontano 7 ottobre 1571 tra l’armata della Lega Santa, sotto il comando di don Giovanni d’Austria e Marcantonio Colonna e quella ottomana di Ali Pascià. A Lepanto fu fermato per mare il momento culminante dell’espansionismo navale turco che, più di un secolo dopo, sarà parimenti fermato per terra sotto le mura di Vienna.

A Lepanto prevalse la logica dello scontro armato tra Oriente e Occidente, che pure ai nostri giorni trova sostenitori tra più potenti e, quindi, tra i più interessati a conservare il dominio sulle fonti energetiche e sulla loro distribuzione. Noi, invece, raccontiamo quell’antico fatto d’armi con l’auspicio che prevalgano le ragioni della comprensione reciproca tra i diversi popoli che si affacciano sul Mediterraneo, «mare della vicinanza» per eccellenza.

Gli storici della guerra di Cipro e, segnatamente, della campagna navale di Lepanto hanno in genere condotto le proprie analisi critiche sul doppio registro della disamina politica e strategica perché forse mai, come negli eventi in discorso, politica e strategia navale si sono presentate così strettamente connesse tra loro da condizionarsi pesantemente a vicenda. Discordia e diffidenza minano infatti alla base la cooperazione tra i due principali attori navali del tempo, la Spagna di Filippo II e la Serenissima Repubblica di Venezia, di fronte alla ripresa dell’espansionismo navale ottomano del sultano Selim II, successore di Solimano «il Magnifico», quale si manifesta nel luglio del 1570 con l’investimento dell’isola veneziana di Cipro, la preziosa isola dello zucchero, del sale e del cotone, come direbbe il Braudel, la prima della lunga catena di basi navali veneziane che, all’epoca, si dipanavano dall’Egeo verso l’Adriatico, Golfo dei Veneziani per antonomasia e che costituivano quella che veniva chiamata «la flotta immobile della repubblica marciana». Dopo trentadue anni di pace almeno formale, la psicosi del «pericolo turco» torna ad allarmare il Mediterraneo e l’Occidente cristiano tanto più che, con l’ossessione del mito dell’invincibilità ottomana, si riteneva in fondo che «una bella fuga valesse più di un buon combattimento», come da ultimo stavano a dimostrare l’onta della Prèvesa (1538) e il disastro delle Gerbe (Djerba, del 1560).

Gli eventi che si succedono in rapida sequenza in quei primi mesi del 1570 (arresto nel commercio veneziano nel Levante e attacco turco alle stazioni marittime della Serenissima nell’Egeo e nell’Adriatico) lasciano chiaramente trasparire quale fosse l’entità del colpo vibrato al cuore del potere marittimo della Serenissima, una volta risultate vane le sottili arti risultate vane le sottili arti diplomatiche di sempre (il negoziato con li turchi – aveva scritto il baìlo veneziano a Costantinopoli, Marco Antonio Barbaro – era simile a chi giocava con una palla di vetro, che quando il compagno la mandava con forza, non bisogna violentemente ribatterla e nemmeno lasciarla cadere a terra). A Venezia non rimaneva dunque che battersi, pur nella consapevolezza di non essere più in grado di affrontare da sola l’attacco. Di qui l’appello. Di qui l’appello al Pontefice, il domenicano Pio V che, al pari dei suoi predecessori, nello spirito mai sopito di una inesausta crociata contro gli infedeli, si muove subito in difesa di quelli che intende globalmente come «interessi dell’intera cristianità» e quindi, vincendo sia le resistenze spagnole che le diffidenze veneziane, dopo una lunga e sfibrante trattativa (dal 2 luglio del 1570 al 20 maggio 1571), si addiviene alla proclamazione della Santa Lega, riuscendo così «a schierare l’Occidente contro il Turco e inserire la guerra locale in una guerra generale». Questa volta l’Occidente cristiano non vuole più commettere l’errore di valutazione politico-strategica, di cui si era macchiato nel secolo precedente allorché, nonostante i ripetuti appelli del Papato, aveva abbandonato Costantinopoli e quello che rimaneva dell’impero bizantino alla mercé dei turchi (e in questo senso Pio V sortisce miglior fortuna del suo predecessore Niccolò V). Anche se alla fin dei conti il «fattore della discordia», pericolosissimo nelle alleanze, finisce per minare le basi dell’indubbio successo della stessa battaglia di Lepanto, combattuta 434 anni fa (il 7 ottobre 1571), vanificandone sostanzialmente i risultati che se ne sarebbero potuti trarre. Fino a che punto, infatti, avrebbero potuto i veneziani dimenticare di essere stati abbandonati dagli spagnoli e dai genovesi della «ispanizzata» Superba nella triste giornata della Prèvesa? Fino a che punto avrebbero voluto gli spagnoli impegnarsi in quella che, tutto sommato, ai loro occhi non poteva non apparire come «una guerra altrui» peraltro in uno scenario geo-strategico come quello del Mediterraneo orientale, lontano dai propri diretti interessi nazionali da sempre vincolati al Mediterraneo centrale ed occidentale?

Ed è qui il taglio originale che dobbiamo al Marcantonio Colonna, del padre Guglielmotti che, per primo, ci offre un lavoro organico che inserisce il profondo significato della vittoria di Lepanto nella storia generale d’Italia e dell’Europa intera. Se infatti la ricostruzione tattica della battaglia di Lepanto si poteva considerare ormai ben nota, particolare più particolare meno, sulla scorta di una lunga tradizione memorialistica e storiografica, iniziata già all’indomani degli stessi fatti d’arme, è proprio nella sua interpretazione che si focalizza l’«analisi personale dello storico domenicano, imperniata sull’assunto del «tradimento» di Gian Andrea (o «Giannandrea», come lo chiama il nostro) Doria, espressione e traduzione sul piano tattico del «tradimento» politico divisato dallo stesso Filippo II nei confronti di Venezia e dello stesso Pontefice. Così l’imponderabile «fattore della discordia» si personifica a Lepanto nella squadra verde agli ordini del pronipote di Andrea Doria, forse alla ricerca di un’altra, inconcludente Prèvesa! Ma esaminiamo come si consuma, secondo il Guglielmotti, il «tradimento» di Giannandrea, già elemento di spicco di quelle «colombe» che cercavano di spingere il supremo comandante, don Giovanni d’Austria (al quale il fratellastro Filippo aveva voluto concedere solo il titolo di Eccellenza, ma non quello di Altezza) a un atteggiamento dilatorio di fronte alle pressioni dei «falchi» come Marcantonio Colonna e il comandante in capo dell’armata veneziana Sebastiano Venier, destinati infine a prevalere alla vigilia della battaglia. L’armata cristiana si presenta nella giornata di Lepanto non già in figura di mezzaluna o semicerchio, come alcuni dicono – precisa il Guglielmotti – ma sopra un sol filo di retta linea, tutte insieme del paro e di fronte, distinta in tre squadre di galere (o galee): al centro l’azzurra con don Giovanni, Marcantonio Colonna e Sebastiano Venier, a sinistra la gialla del veneziano Agostino Barbarigo e quindi, a destra, la verde del genovese Giannandrea Doria, ciascuna preceduta da una coppia di galeazze veneziane, vere e proprie fortezze galleggianti dell’epoca, impiegate con lo scopo precipuo di sostenere il primo attacco del nemico e di scompaginarne la formazione. Come riserva strategica viene mantenuta, in seconda linea, la squadra bianca, al comando del marchese di Santa Cruz. Dal canto loro i turchi presentano uno schieramento a falce con la concavità rivolta verso l’armata cristiana, parimenti suddivisa in tre squadre: al centro Ali Pascià, a destra Maometto Scirocco e a sinistra Ulugh Alì, signore di Algeri, rinnegato calabrese soprannominato «il tignoso» e noto nelle storie di ordinaria pirateria del tempo come Lucciallì (o Occhiallì), destinato a essere dunque il diretto antagonista di Giannandrea Doria. L’urto delle linee contrapposte è terribile, ma quasi subito, dopo il fuoco delle artiglierie e degli archibugieri imbarcati, la lotta spezzetta la battaglia in tanti piccoli gruppi, dove si combatte galea contro galea, con la stessa tattica delle trireme dell’antichità, il cui fine era quello di speronare ed abbordare l’unità nemica, trasformando quindi il combattimento navale in un combattimento terrestre sul mare.

Disperatamente e con molto sangue venuti alle mani – scrive il Guglielmotti con il suo stile impressionistico – già alcune galee di qua e di là bruciavano, altre si sommergevano, queste si aprivano, quelle sottentravano e le genti a fremere, a percuotere, a rovesciarsi insieme nel mare (…) e poi le navi tranghiottite dal pelago, non potute dagli amici aiutare, ed i compagni semivivi andare a fondo; ed il mare mutar colore, divenire vermiglio di sangue, cosparso d’armi, di spoglie, di rottami, e per moltitudine dei tiri e delle grida, fatto come un baratro pieno di fuoco, di morte, di caligine di urla tremende.

La battaglia navale mostrava ancora una volta il suo più tragico volto! A Lepanto la marina remica, giunta ormai al suo epilogo (anche se le galere scompariranno di fatto dal panorama navale del Mediterraneo solo agli inizi dell’Ottocento) pone in essere tutte le sue tradizionali possibilità consistenti nel tiro, nell’urto, nell’arrembaggio, nelle manovre di sfondamento della linea nemica ovvero nel tentativo di aggiramento delle ali estreme del nemico, in funzione di un micidiale attacco, di fianco o di poppa, contro le galee nemiche. L’attacco turco infatti si dispiega sia nel tentativo di sfondamento della squadra azzurra che di avvolgimento della squadra gialla, rispettivamente al centro e a sinistra dello schieramento cristiano, in entrambi i casi contrastato con successo dalla squadra di don Giovanni (e di Marcantonio Colonna) e di Agostino Barbarigo, ragion per cui sembrava che, sul campo di battaglia, potessero tacere le discordie e le diffidenze di sempre. E il Guglielmotti non lesina certo le sue lodi. A Lepanto rifulse in tutto il suo splendore la gloria di Spagna. Il braccio dei valorosi campioni cancellò la viltà degli infiniti consiglieri del re e, ancora, a Lepanto si vide cosa fossero sul mare i veneziani, le loro galere, i loro remieri, i loro soldati. Un esempio per tutti Agostino Barbarigo, amicissimo a Marcantonio e novello Epaminonda dei tempi moderni che trasse di sua mano il ferro (turco) dalla fronte. E naturalmente, in un tale contesto, spicca il ritratto idealizzato di Marcantonio Colonna che guardando sempre a sostenere l’onore della Reale (su cui era imbarcato don Giovanni) e il centro della battaglia (…) quantunque del continuo in mezzo a infiniti tiri di frecce, di archibugi e di cannoni, com ‘è da credere, più volte preso di mira, nondimeno intatto e senza una minima offesa nella persona e nello stendardo, a prua della Capitana pontificia come lo dipinse il Gerardi nelle volte della galleria colonnese e il Vasari nella sala regia del Vaticano (…) restò da Dio preservato.

Ma durante quella «zuffa orribilissima», in cui tutti si coprivano di gloria, che fine aveva fatto la squadra verde di Giannandrea Doria con le sue cinquantratre galee? La risposta del Guglielmotti a un tale punto di domanda costituisce un vero e proprio atto d’accusa nei confronti dell’ammiraglio genovese. All’inizio della battaglia Giannandrea comandò a tutta la squadra verde di girare il bordo al largo. Laonde si vide a un tratto l’ala dritta, da lui condotta, rompere l’ordinanza (di combattimento) e distaccarsi dalle altre due squadre in maniera invero pericolosissima, tant’è che la sua manovra viene interpretata come segno di poca volontà di combattere da parte dell’«armata cristiana» e, in particolare, da molte unità della sua stessa squadra (pontificie, maltesi, veneziane, siciliane e sabaude), che subito lo abbandonano per dirigersi verso il centro dello schieramento, dove si combatteva. La motivazione tattica che sta, presumibilmente, alla base della iniziale decisione del Doria è quella di non essere aggirato, a sua volta, dall’antagonista squadra di Ulugh-Alì, motivazione giustificata invero finché sussiste il reale pericolo di un tale aggiramento. Commenta in merito il Guglielmotti: stavano l’uno rimpetto all’altro due uomini del paro deformi nell’aspetto, del paro eccellenti nel mestiere del mare; ambedue prodi, ambedue scaltriti, vissuti sempre tra i remi e le vele sulle galere proprie al soldo dei maggiori principi: ambedue giudicavano che non fosse da far giornata (cioè di combattere), né da mettere in pericolo le cose loro. Ma a differenza della passività di Giannadrea con le sue manovre inesplicabili {manoeuvres énigmatiques, le definirà lo stesso Jurien de La Graviére), Lucciallì non appena si accorge delle galee della squadra di Giannandrea, che stanno dirigendo isolatamente verso il centro dello schieramento cristiano (il cui fianco destro è rimasto peraltro indifeso proprio a causa dell’allontanamento del Doria), rinunciando a qualsiasi tentativo di aggiramento della squadra verde, si getta rapidamente su di esse avendone all’inizio, sanguinosamente, facile ragione, prima che si ponga in essere l’efficace azione di sostegno e soccorso, sia da parte delle galee di don Giovanni che di quelle della squadra bianca di riserva dell’armata cristiana. Allora Luciallì, dopo un facile bottino e visto l’andamento negativo della battaglia in corso, decide che è arrivato il momento di allontanarsi definitivamente dal campo di battaglia, ponendo così in salvo le sue restanti unità. Nel frattempo Giannandrea stette poltro a riguardare. Anzi per non essere dai nemici riconosciuto, levò via dalla poppa il notissimo suo fanale: che era un mappamondo di cristallo coi colori e lo zodiaco dorato. Pensava a Filippo, conclude il nostro autore, lasciando intendere «segrete intelligenze» personali con la Spagna in modo da assumere un atteggiamento passivo durante la battaglia stessa (tanto più che, concorderà in seguito il Manfroni, niuno meglio di lui (Giannandrea) era capace di dirigere una squadra secondo il meridiano di Madrid, cioè secondo le direttive politiche di Filippo). Solo ormai alla fine della battaglia traendo cannonate da lontano, comparve sul campo di battaglia, quando era finito il combattimento. Giunse però in tempo – sottolinea con sarcasmo il Guglielmotti – a ghermire dalle armi dei vincitori la sua parte di bottino.

A Lepanto dunque, secondo quella «logica paradossale» che talora si rivela nella strategia, il vero (e unico) uomo di mare, Giannandrea Doria, evita di combattere (o per segrete intelligenze con Filippo, come sostengono il Guglielmotti e il Manfroni o, più verosimilmente, per non rischiare le proprie galee «noleggiate» alla Spagna in uno scontro navale di quelle dimensioni), mentre si impegnano a fondo, coraggiosamente, gli «ammiragli» con poca o punta esperienza di guerra sul mare (da don Giovanni, al celebrato Marcantonio Colonna a Sebastiano Venier, ammiraglio che non sapeva di tattica, ma aveva (almeno) una volontà ferrea: dote preziosa sempre in un capo militare, preziosissima nella disordinata milizia del tempo, come avrebbe sottolineato il Randaccio). Con il suo «paradigma accusatorio» il Gugliemotti sovverte così i canoni tradizionali della storiografia sulla battaglia di Lepanto, improntata generalmente, nelle precedenti analisi, a una linea interpretativa apologetica ed elogiativa nei confronti dell’operato del Doria (soprattutto, ovviamente, negli scrittori genovesi e spagnoli) e, nel contempo, apre una vera e propria spaccatura nella successiva storiografia navale ottocentesca, presto inevitabilmente divisa tra «colpevolisti» (come il Conforti, il Manfroni, il Vecchj, il Molmenti e Jurien de la Graviére) e, sia pur con diverse sfumature, «innocentisti» (tra cui spicca, in particolare, il generale Verroggio con il suo Giannandrea Doria alla battaglia di Lepanto, in cui vuole contrapporsi esplicitamente al Marcantonio Colonna del Guglielmotti, nonché i diversi scritti del Tadini, del Randaccio, dell’ammiraglio Gavotti, Francesco Corazzini e Giorgio Molli). Ma invero la «dubbiosità dei dubbi» esternati dagli innocentisti poco o nulla cambia o aggiunge alla lucida analisi dello storico domenicano, semmai contribuisce solo a stemperarne la sua decisa vis polemica e, per converso, a ridimensionare – a ragione – il giudizio forse un po’ troppo eccessivo che il Guglielmotti formula sul suo Marcantonio Colonna, eroe positivo a cui il nostro – nel suo rigorismo moralistico — contrappone come eroe negativo Giannandrea Doria. Così in estrema sintesi, la tendenza generale della successiva storiografia, nazionale e internazionale su Lepanto è stata in genere quella di ridimensionare il giudizio del Guglielmotti sul Colonna e, nel contempo, attutire la condanna del Doria. Di Marcantonio Colonna, che il Guglielmotti ci presenta come il più grand’uomo del suo tempo, colonna saldissima della Cristianesimo, dell’Italia e di Roma, dal cui senno e volere deve la posterità riconoscere la grande vittoria, celebrata nel trionfo romano tributatogli, si è evidenziata infatti la sua scarsa dimestichezza marinaresca e gli stessi limiti della sua condotta strategica nelle operazioni navali dell’armata cristiana, prima e dopo Lepanto (cioè, nelle inconcludenti campagne navali contro i turchi dell’agosto-settembre 1570 e del luglio-settembre 1572), pur sempre nel costante riconoscimento dell’atteggiamento fermo e coraggioso tenuto nella giornata di Lepanto, unitamente all’abituale ruolo di mediazione tra le forze in campo e gli opposti interessi in gioco (pazienza e prudenza sono le doti generalmente riconosciute al Colonna dai suoi biografi), nello spirito proprio della Lega Santa, con un occhio alla Chiesa di Roma e un altro però anche alla Spagna, a quel Filippo II che conferirà al Colonna, al pari e – paradossalmente – più che allo stesso Doria, onori, cariche e prebende.

A cominciare dal suo Marcantonio Colonna e successivamente con le sue ponderose opere dedicate alla storia della Marina pontificia, l’influenza del padre domenicano nel panorama culturale ottocentesco si rivelerà di primaria importanza. A puro titolo esemplificativo ricorderemo come lo stesso Nino Bixio definì prezioso lavoro il Marcantonio Colonna e, nel Parlamento nazionale, indicò lo storico domenicano come il primo marino d’Italia; parimenti lo storico Manfroni non esiterà a indicarlo come caposcuola degli storici dell’arte nautica e militare moderna, l’analista navale ottocentesco Evasio Mesturini lo appellerà primo maestro di arte militare marittima ed infine lo storico e romanziere Augusto Vittorio Vecchj (meglio noto sotto il nom de piume di Jack La Dolina), a sua volta, il Guglielmotti padre del l’Armata italiana.

Poi la sua figura, con la mancata riedizione delle sue opere gelosamente custodite nelle biblioteche specializzate come in veri e propri famédi, si andò, mano a mano, eclissando col passare del tempo e, quindi, l’auspicio che possiamo formulare in questa sede è che la presente riedizione dei celebri capitoli dedicati alla battaglia di Lepanto tratti dal suo capolavoro Marcantonio Colonna, contribuisca a richiamare l’attenzione dei lettori della Rivista Marittima sull’opera dello storico domenicano vero e proprio thesaurus di cultura e umanità, proprio nel momento storico in cui nel Mediterraneo riemergono antiche linee di faglia tra le diverse «civiltà» che lo compongono e che sembrano preconizzare futuri conflitti  planetari, imperniati proprio sullo «scontro delle civiltà» e pur nel costante e necessario tentativo di dialogo tra le diverse «culture» alla ricerca di una reciproca comprensione, si ritorna a guardare, in una prospettiva storica alla «memoria» della lontana battaglia di Lepanto, momento storico epocale dello «scontro» tra Oriente e Occidente.

La forza navale della Lega papale nell’ottobre 1571:

navi: 121

cannoni: 1815

soldati: 28.000

marinai e remieri: 29.800

la forza dell’armata turca

navi: 282

cannoni: 750

soldati: 34.000

marinai e remieri: 54.000

  1.  [1] Tratto da Ezio Ferrante, la Rivista Marittima, gennaio 2005

  2. Bibliografia
  1. Alberto Guglielmotti, Marc’Antonio Colonna alla Battaglia di Lepanto, Le Monnier, Firenze 1862

fonte testo e foto

ilportaledelsud.org

 

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