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L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (QUINTA PARTE) – Alta Terra di Lavoro

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già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (QUINTA PARTE)

Posted by on Giu 15, 2017

L’ETA’ DELL’ORO DI FERDINANDO IV (QUINTA PARTE)

IL TRIONFO DELL’ARCADIA:……LA COLONIA DI SAN LEUCIO

Mentre in Francia si preparavano gli anni più bui della sua storia, la Regina Maria Antonie…tta, sorella minore di Maria Carolina, allestiva nel Trianon le sue bucoliche rappresentazioni. La moda di vezzeggiare, anche nell’abbigliamento, come improbabili pastorelle perennemente in idillio con improbabili pastori, veniva dritta dritta dal ghiribizzo illuminista del “buon selvaggio”. La tesi era scontata: era stata la società a fare dell’uomo quel malvagio che aveva corrotto il mondo col potere. L’uomo, dicevano i philosophes, “allo stato di natura” era candido e buono, incapace di alcun male.

La dimostrazione veniva da remote isole felici dove però ancora nessuno aveva incontrato il “buon selvaggio” se non nella fantasia di qualche narratore, di qualche antropologo millantatore e nei racconti in osteria di qualche marinaio che, nei mari del Sud (dove, in genere, si praticava il cannibalismo fra tribù e tribù), di buono ci aveva trovato solo le selvagge.

Su queste favole, rinomati filosofi teorizzavano una nuova società, simile a quella di un'”Età dell’oro” che doveva esser quando satiri e ninfe folleggiavano nei boschi, i pastori eran tutti filosofi e le donne vaghe eterne pulzelle pronte a deliziare a turno i loro riposi su giacigli di fiori. Niente chiese né papi né re né leggi né morali a mettere ipoteche su questo paradiso dove, dall’alto del suo Olimpo, a protegger la pace se ne stava, insieme a un dio immoto, la dea Ragione.

Anche a Napoli, col sole, il mare, i boschi e l’“aria doce”, lo spirito d’Arcadia era sovrano. Né al popolo napoletano c’era da insegnare niente su come prender la vita con filosofia, convinto, appunto, che, in fondo in fondo, tutti erano buoni e che se qualcosa manca, Dio provvede. E che Dio provvedesse, la dimostrazione era data dalla prosperità del Regno e dalla pace sociale giacché, come sono concordi a testimoniare gli storici, mai s’era vista una nazione dove tanta concordia regnasse fra popolo, intellettuali, nobili e sovrano.

A Napoli sembravano essersi avverate tutte le utopie illuministe stemperate in quel misterioso spirito dei meridionali che poi, forse, tanto misterioso non è giacché nessuno, né Re né pensatori avevano mai osato scambiare per un’olimpica virtù l’eredità millenaria della propria religione. Era questa, la fede, a sostenere lo slancio della ragione e a non permettere, come successe in Francia, che l’orgoglio luciferino potesse distruggere in meno d’un decennio, con le mani degli stessi francesi, quel che di civiltà era stato costruito in oltre un millennio.

Mentre al di là del mare e delle Alpi si addensava la tempesta, a Napoli tutto si placava. Dal tempo del gabinetto Acton i rapporti con Roma si erano rasserenati ad anche il tributo della Chinea, dopo Tanucci, era stato offerto ogni anno, simbolo di sottomissione che valeva più di ogni trattato e concordato. Ferdinando entrava nella maturità e non trovava più il gusto di un tempo a trattare gli affari di stato. Carlo Tito, l’erede, era morto portandosi via quel nome Carlo, quasi a significare una irrimediabile rottura col padre, e quell’altro, Tito, quasi a frustrare le ambizioni di gloria imperitura.

Maria Carolina era così distante, impegnata in quel ruolo di instancabile regina al quale, del resto, fin da bambina era stata educata: nonostante i sedici figli che, come la madre, riuscì a partorire, era un turbine senza tregua che coinvolgeva cortigiani, uomini di stato e intellettuali che lei sapeva adulare, blandire, ma soprattutto piegare alla sua volontà. Ferdinando era stato educato “alla napoletana”, in mezzo a quella famiglia ritirata, colmato d’affetto e di pii sentimenti. Neanche il suo passatempo preferito, la caccia, lo attraeva più.

Difatti, nella sua tenuta preferita, la vaccheria di San Leucio, vicino Caserta, Ferdinando tornava sempre più spesso e non per inseguire daini e cinghiali ma per starsene un po’ in pace coi guardiacaccia e le loro famiglie. Proprio lì, nel casino di caccia, durante un soggiorno invernale della famiglia reale, era morto il piccolo Carlo Tito e il mondo si era come fermato per mettergli dentro quella malinconia che non lo abbandonerà mai e che lo allontanerà sempre più dalla vita di corte.

L’affetto sincero di quelle famiglie semplici, la modestia di quelle donne, l’allegria di quei bambini lo ripagavano di una vita tumultuosa ed effimera che, in fondo non aveva mai amato e che, ora, capiva quanto fosse vana. Cominciava da lì, per Ferdinando, la vera stima per il popolo e quell’affetto sincero che fu vicendevole fino ad immedesimarlo, anche agli occhi dei posteri, quasi con i più umili dei suoi sudditi, soprattutto quando si trovò smaccatamente tradito da nobili e intellettuali.

«Non essendo certamente l’ultimo dei miei desideri quello di ritrovare un luogo ameno e separato dal rumore della corte, in cui avessi potuto impiegare con profitto quelle poche ore di ozio che mi concedono di volta in volta le cure più serie del mio Stato […] pensai dunque, nella villa medesima, di scegliere un luogo più separato, che fosse quasi un romitorio, e trovai il più opportuno essere il sito di San Leucio».

Così scriveva il Re, alla fine di quel ventennio “dorato”, nel prologo dell’Origine della popolazione di S. Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi, colle leggi corrispondenti al buon governo di essa, lo statuto di quella “colonia” di setaioli che suscitò scalpore e lodi in tutt’Europa consacrando Ferdinando IV di Borbone il più illuminato dei re.

Tutt’oggi sull'”esperimento” di San Leucio ci si accapiglia per decidere se si trattasse di un parto felice dell’illuminismo, di paternalismo regale, d’un falansterio d’ispirazione massonica, di un’anticipazione del socialismo reale, di comunismo utopico.

Nessuno può ammettere che la colonia di San Leucio non debba essere la realizzazione del «Novus Ordo» partorito dalla Ragione invece che la massima espressione della cultura di un popolo capace, come aveva sempre fatto per millenni, di assorbire tutto quel che arrivava da fuori e plasmarlo secondo il suo spirito.

Anche allora, del resto, ogni corrente intellettuale attribuiva ai propri “lumi” quella creazione che anche, in seguito, i più feroci oppositori del Ferdinando “reazionario”, come il Colletta, non poterono far a meno di definire «vera gloria del Re, documento del secolo e impulso non leggiero alle opinioni civili».

Cominciata con le diciassette famiglie dei suoi guardiacaccia e continuata con una popolazione iniziale di duecentodieci anime, vissuta, ormai nelle dimensioni di un paesotto, con le sue leggi e le sue consuetudini, fino all’occupazione piemontese e all’annessione del Regno d’Italia (che, naturalmente, s’incamerò subito i beni comuni degli abitanti) ma tutt’oggi viva nelle tradizioni, nel mestiere, nell’arte e nel folclore, la «Reale colonia di San Leucio» fu l’unica comunità civile “utopica” (oltre le reducciónes gesuitiche del Guarany) pienamente attuata e liberamente vissuta.

La città ideale, perfetta realizzazione della società dell'”uomo nuovo” era uno dei temi preferiti dai philosophes. Centinaia erano le pubblicazioni che progettavano, fin nei minimi dettagli, come avrebbe dovuto svolgersi la vita della città perfetta, e ciò, senza quella profondissima ironia dello scetticismo cristiano di Tommaso Moro o del misticismo della Città del sole del meridionalissimo Fra’ Tommaso Campanella. Molti furono anche i tentativi di pochi fanatici presuntuosi: nessuno mai fu portato a compimento.

Ferdinando, anche se ne aveva abbozzato l’idea fornendo agli abitanti di San Leucio una parrocchia, una scuola e i primi attrezzi per la tessitura della seta, naturalmente non fu solo nella progettazione e nell’attuazione.

Mentre già si profilava, in Francia, la tenebrosa catarsi di quella stagione di anarchia del pensiero, molti furono gli intellettuali che cominciarono a dissociarsi dalle idee correnti e a far ammenda dei loro primitivi entusiasmi. Di loro non c’è arrivato quasi niente perché, allora come adesso, l’egemonia della cultura era ben salda nelle mani dei discepoli dei “lumi” e le rare opere di chi aveva conservato o recuperato un po’ della saggezza antica sono state confinate nell’ambito dei pamphlet retrivi, reazionari o clericali.

Eppure, furono molti gli uomini di pensiero che cominciarono a disertare i salotti dove ormai si teorizzava la rivoluzione, a mettersi “in sonno” nella massoneria che da congrega teista e filantropica andava svelando agli iniziati le mire sinarchiche che stavano alla sua radice.

«Nessun uomo, nessuna famiglia, nessuna Città, nessun Regno può sussistere e prosperare senza il timor santo di Dio. Dunque, la principal cosa ch’io impongo a voi è l’esatta osservanza della sua santissima Legge».

Con questa professione di fede del Re inizia il preambolo al codice delle leggi di San Leucio che, anzitutto, detta le norme per la santificazione dell’intera giornata: Santa Messa ogni mattina prima del lavoro, adorazione del Santissimo Sacramento la sera prima di tornare a casa, frequenza ai sacramenti soprattutto nei giorni di festa.

Nel testo, che fu steso da un collaboratore di fiducia, un coltissimo pensatore che volle sempre restare nell’anonimato, appare una profonda devozione religiosa che non può, in nessun caso, essere attribuita a nessun tipo di teosofia ma che si fonda senza incertezze su una schietta preparazione dottrinale, quella stessa che Ferdinando giovinetto doveva aver avuto da Padre Cardel.

fonte

la storia che non si racconta

 

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