Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Misenum e le sue Storie.

Posted by on Ago 17, 2019

Misenum e le sue Storie.

Nei pressi della cisterna della Dragonara e del Sacello degli Augustali, seminascoste in proprietà private, si trovano le terme del Foro e le cosiddette terme di “Cudemo”. Queste ultime, databili al II sec. d. C., rappresentavano le terme pubbliche di Misenum; di assoluto interesse, poiché ben conservati, sono il calidarium, il passaggio interno di servizio e il praefurnium.
Nel Foro della città, oltre agli uffici pubblici, c’erano i templi e il teatro. Quest’ultimo è immaginabile in tutte le sue caratteristiche in un tratto del corridoio mediano (media cavea), dal quale si originavano diverse gallerie radiali, poi occluse con setti murari. 
Uno dei templi che caratterizzavano il Foro dell’antica città militare, il Sacello degli Augustali, visibile nei pressi della caratteristica seicentesca Chiesa di San Sosso, fu restituito alla luce nel 1967, dal prof. Alfonso De Franciscis. 
L’edificio sacro fu eretto in epoca augustea o al più tardi nei primi anni dell’età giulio-claudia, consacrandolo al culto degli imperatori divinizzati.
Sfortunatamente, come tante altre realtà monumentali diffuse lungo la costa flegrea, il Sacello risente degli effetti della subsidenza e si manifesta ricoperto da oltre un metro d’acqua. Nel cortile porticato e nei tre edifici posti sul lato corto di fondo, un tempo frequentati dalla sacerdotessa Cassia Victoria, moglie dell’augustale Lucio Lecanio Primitivo, uno stormo di oche starnazzanti oggi esercita gli stessi compiti degli antichi Curatores. 
Infatti…
La storia narra che nel 390 a.C. le oche starnazzanti del Campidoglio salvarono Roma da un attacco notturno portato dai Galli. Secoli dopo, Plinio il Vecchio, ricordando l’evento, scrisse: “…Il cane dorme, l’oca vigila”. 
Oggi le piccole vestali piumate di bianco, impacciate e simpaticamente caracollanti sulla terra emersa, ma agili e scattanti nell’acqua sorgiva, tutelano il sacro tempio dagli intrusi. 
LA VILLA DI LUCULLO
Lungo la costa e sulle balze del mitologico Monte Miseno sorsero – dalla fine del II a tutto il I secolo a.C. – imponenti e sontuose ville, come quelle del triunviro Marco Antonio e di Cornelia, figlia di Scipione Africano e madre dei Gracchi. Quest’ultima fu comprata prima da Caio Mario e da Lucullo successivamente, per la ragguardevole cifra d’oltre dieci milioni di sesterzi.
Lucio Licinio Lucullo fu console nel 74 e nel 63 ebbe un trionfo per i meriti acquisiti nella campagna d’Asia. Egli combatté a più riprese, dal 74 al 65 a.C., contro Mitridate, re del Ponto, ed importò a Roma il ciliegio coltivato (cerasus) già conosciuto in Grecia. Ricordato da Tacito per le sue immense ricchezze e per la fastosità dei suoi banchetti, finì la sua vita ritirandosi dalla vita politica e militare, vivendo nel lusso e nella raffinatezza delle sue meravigliose ville. Amante del bello, raccolse opere d’arte e creò ricche biblioteche; fu rappresentante e fautore della cultura e del fasto ellenico – orientale.
Lucullo fu anche uno dei primi a dotare le ville campane di piscinae per la coltivazione di diverse specie di pesci. Per meglio alimentare d’acqua marina le peschiere della sua villa napoletana, egli tagliò una montagna e aprì un canale che si congiungeva al mare. Dopo la sua morte, i pesci di quel vivaio furono venduti per 4.000.000 di sesterzi. In seguito alla scomparsa di Lucullo, i beni immobili di questo generale, ricordato dai posteri solo per il gusto e lo sfarzo che seppe dare alla sua esistenza, furono integratati nel demanio imperiale.
Nella villa di Miseno, dotata di un complesso impianto intricato e intrigante di peschiere e ninfei che si prolungavano in mare, vi trovò la morte, come ricorda Tacito, un potentissimo imperatore che amava vivere lontano dalla caotica capitale: Tiberio Claudio. 
“…(Tiberio) si fece trasportare da una residenza all’altra, e finalmente volle stabilirsi sul promontorio di Miseno, in una villa che un tempo appartenne a Lucio Lucullo”. 
Della villa, Fedro scrisse: “…Quae monte summo posita Luculli manu prospectat Siculum et prospicit Tuscum mare…” – “ Posta sull’alto del colle dalla mano di Lucullo, affacciata da un lato sulla Sicilia e dall’altro sul mare Tirreno”.
Tanto altro, purtroppo, è ben celato sia sotto le abitazioni moderne, inopinatamente edificate durante il boom economico degli anni ’60, sia nel mare della rada di Miseno.
“Tramonto su Misenum” – Foto realizzata dal mio amico Nick D’Orsowsky, detto Nicola D’Orso.

Ciro Amoroso

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