Capitanata e il Brigantaggio
Uno studio sfacciatamente risorgimentale ma che contiene degli spunti di ricerca che meritano attenzione
Il fenomeno del brigantaggio è presente in Capitanata già dagli albori dell’Ottocento. Spesso i briganti erano forestieri e dediti a furti presso le masserie di campo, così come si evince, ad esempio, da alcuni documenti riguardanti il territorio dei Reali Siti: Agostino Santoro di Orta scrive all’Intendente di Capitanata per denunciare il brigante di Andria Riccardo Cristallino di 33 anni che, seguito da altri cinque compagni nei pressi di Torre Alemanna, viene catturato con la refurtiva consistente nella somma di 104 ducati e 40 grana, un orologio, uno schioppo del calibro di ¾, una poltrona.
La banda dopo la cattura è scortata per essere poi imprigionata a Barletta. Spesso erano coinvolti anche briganti del posto, come accade per un tale di nome Potito Giacomello di Orta che viene scoperto in flagranza di reato in una masseria nei pressi di San Severo. La masseria appartiene a don Ciccio Maddalena. Il bandito viene perquisito e trovato in possesso di refurtiva; nel documento sono elencati: un cavezzone, alcune mutande, un paio di stivali di “Cordovana”. Nella denuncia, il funzionario incaricato non trascura di evidenziare tutti i reati commessi dal brigante perpetrati ai danni di proprietari della zona di San Severo, Torremaggiore e Campobasso. Nella zona di Montecorvo, nei pressi di Ascoli, è presente la banda di due tali di nome Ruocco e Felicetti, banda che arriva a raggiungere il numero di sessanta elementi. Questi vengono colti in flagranza di reato e inseguiti dai soldati francesi, catturati ed imprigionati. Per i Reali Siti si mobilitano i vari sindaci succedutisi e, dalla documentazione d’archivio, si evince che nel 1809, poiché il fenomeno del brigantaggio diventa sempre più dilagante, il sindaco di Orta, Andrea Di Dedda, scrive all’Intendente di Capitanata, Augusto Turgis, affinché provveda a potenziare con maggiori presenze militari la zona, al fine di scongiurare il pericolo degli assalti che erano divenuti frequentissimi. Senza alcun dubbio i briganti conoscevano bene i luoghi che frequentavano, a differenza dei militari che si muovevano con notevole difficoltà perché, non essendo del posto, si avvalevano di guide locali. Ogni banda, quando non si univa alle altre per grosse operazioni contro l’esercito, agiva su un territorio ben circoscritto, che generalmente era quello in cui ogni brigante era nato o dove viveva. Ovviamente anche la mancanza di carte topografiche adeguate non consentiva una facile esplorazione dei luoghi interessati. Il 10 agosto 1862, i comandi militari ottennero un Regio Decreto che autorizzava la spesa straordinaria di L. 2.000.000 per realizzare una carta topografica delle province napoletane e siciliane con scala 1/50.000.

In Capitanata, i briganti si riunivano in posti strategici per meglio commettere i loro crimini. Tali crimini variavano dalla semplice delinquenza comune, in genere si perpetravano furti presso le masserie di campo, fino a degenerare a tal punto da causare le più intollerabili nefandezze. Tra i documenti d’archivio, nelle carte della Prefettura e negli atti di Polizia, sono presenti le denunce inviate ai vari organi istituzionali per arginare questo fenomeno che, nel tempo, diverrà sempre più dilagante. I sindaci dei comuni interessati si rivolgeranno alle forze dell’ordine per chiedere maggiori presenze di militari nella zona. Più volte gli Intendenti saranno chiamati in causa per intervenire. Le località in cui era maggiore la concentrazione delle bande erano tre: la zona nord del Fortore, ai confini del Molise e della Campania. In particolare, negli anni compresi tra il 1861 ed il 1864, questa zona era territorio di Nicandro Barone, Michele Caruso, Giuseppe Pennacchia, Pasquale Recchia, Pasquale Rizzi e Giambattista Varanelli. La zona del promontorio del Gargano era invece territorio di Michele Battista, Angelo Maria Del Sambro, Gabriele Galadi, Luigi Palumbo, Angelo Raffaele Villani. La catena dei monti che da Bovino, Ascoli ed Anzano si congiunge all’avellinese e confina a sud con i boschi del Vulture era dominio di Tommaso Melcangi, Antonio Petrozzi, Giuseppe Schiavone, ai quali si univano altre bande provenienti dalla vicina Basilicata, in primis spiccano quelle di Gerardo Gammino, Carmine Donatello Crocco, Giovanni Fortunato, e dalla provincia di Avellino quelle di La Pia, Agostino Sacchitiello e Antonio Tasca. Rilevanti furono i danni per l’economia a causa di continui furti, incendi, assassini, estorsioni e quanto altro. Danni che videro salire il Circondario di San Severo in testa alla graduatoria di scempi per un ammontare complessivo di L. 181.126,10. Seguivano Bovino con L. 136.658,96 e Foggia con L. 94.368,58. Stranamente il Tavoliere rimaneva una zona asettica, nel senso che pochissime furono le nefandezze commesse: la tipologia geografica si presentava inidonea agli assalti, ma giocava a sfavore anche per la notevole quantità di truppe stanziate tra Foggia e San Severo.

Nei 14 comuni della Capitanata con popolazione fino a 3.000 abitanti esisteva il 15,24% di briganti; nei 17 comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti il 22,79% di briganti; nei 17 comuni con popolazione fino a 10.000 abitanti il 30,49% di briganti, e nei 6 comuni con popolazione oltre i 10.000 abitanti era presente il 31,48% di briganti. L’età media dei briganti oscillava tra i 20 ed i 36 anni. Una volta catturati questi subivano la fucilazione. Fu così che verso la fine dell’Ottocento le bande maggiori furono sterminate. A queste bande si aggiunsero frange di delinquenza comune, formate da gente appartenente a ceti medio-bassi, ed a questi spesso i proprietari, temendo rappresaglie, concedevano favori.
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