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CARLISMO PER NAPOLITANI (III)

Posted by on Set 9, 2026

CARLISMO PER NAPOLITANI (III)

Ringraziamo la Casa editrice Solfanelli per la cortese concessione a pubblicare estratti dal volume Carlismo per Napolitani.
Il saggio completo (p. 168, Chieti 2022) è richiedibile presso il sito della casa editrice

Gianandrea de Antonellis

La leggenda nera antispagnola
(e antinapoletana)
Tra antirisorgimento ed antispagnolismo

«Non v’ha in Europa popolo meno conosciuto e più calunniato dello Spagnuolo»[1], scriveva Joseph de Maistre. Lo stesso si potrebbe dire del Napolitano-spagnolo o Ispano-napolitano. Tutti gli stereotipi negativi su Napoli ed i suoi abitanti sono fatti risalire al periodo della “nefasta” dominazione ispanica e sarebbero poi confluiti nell’altrettanto deleteria (ça va sans dire) dominazione borbonica. Anzi, se Milano si liberò dei “nefasti” influssi del periodo spagnolo (tanto esecrato dal Manzoni nel suo capolavoro insegnato a tutti gli studenti della Penisola italica) grazie al passaggio sotto gli ottimi Asburgo, Napoli sarebbe passata, se non dalla padella nella brace, dalla padella in una casseruola, rimanendo, ancorché indirettamente, sotto i Borbone di Spagna.

È possibile che chi abbia studiato seriamente un po’ di storia si renda immediatamente conto del grave errore insito in questa affermazione, ma è così che la maggior parte degli insegnanti – non so quanto per ignoranza e quanto per malafede – la riporta ai propri allievi[2].

Nell’anno 1700, alla morte di Carlo ii, Re delle Spagne (ma, come Re di Napoli, Carlo v), il Reame che un secolo dopo avrebbe preso la denominazione ufficiale di “Regno delle Due Sicilie” passò, in virtù di una discussa disposizione testamentaria, nelle mani di Filippo iv (solitamente citato con il numerale v, in quanto Re delle Spagne)[3].

Con quella designazione ereditaria, sancita successivamente da una campagna militare (abbiamo già accennato alle battaglie di Bitonto e di Velletri nel corso della guerra di successione austriaca), confermò la Corona napolitana a Carlo (futuro Re di Spagna – non più delle Spagne – con il numerale iii), i Borbone succedettero agli Asburgo nei regni ispanici della penisola italica.

Quali “naturali” successori del Re Prudente, del Re Pio e del Re Pianeta, i Borbone avrebbero dovuto considerarsi continuatori della politica e della cultura ispanica. Al contrario, soprattutto nel xix secolo, buona parte della pubblicistica “borbo­nica” si appiattì sulle posizioni antispagnole proprie della propaganda risorgimentale.

In effetti la politica di stampo pre-assolutista di Carlo di Borbone, la sua impostazione illuminista, evidenziata dalla scelta di Tanucci quale consigliere privilegiato[4], si pose in contrasto con la politica tradizionale della Corona ispanica, rispettosa delle leggi dei singoli Paesi sui quali dominava: politica tradizionale che era consistita, concretamente, nel mantenimento delle tradizioni giuridiche napolitane, diverse da quelle siciliane, sarde, milanesi, etc., solo volendo fermarsi ai territori ispanici della penisola italica.

Già Francisco Elías de Tejada, nel suo monumentale studio – più volte citato – sulla Napoli ispanica, aveva evidenziato la rottura politica (propria di un moto partito dalla rivoluzione protestante e che avrebbe afflitto l’intero continente europeo) aggravataosi con l’avvento dei Borbone: lo studioso carlista considerava questa dinastia come francese e quindi parlava di infranciosamento[5] per la Spagna come per Napoli.

Paradossalmente, per il pensatore tradizionalista valeva l’equa­zio­ne (negativa) «Borbone = Francesi» (cioè illuministi e assolutisti), mentre per gli ideologi risorgimentali quella (di segno opposto, ma per essi altrettanto negativa) «Borbone = Spagnoli» (cioè reazionari e antiliberali). Criticare gli Spagnoli (come fece Manzoni) al Nord della penisola italica era finalizzato ad attaccare gli Austriaci, mentre al Sud equivaleva a criticare i Borbone.

Così il giurista lucano Gaetano Arcieri (1794-1867) nel 1853 dette alla luce una Storia del diritto napolitano in cui, riferendosi al “Viceregno”, affermava perentoriamente:

Questa fu l’epoca più disastrosa del nostro Reame. Soggetti ad un governo vice regnale fummo ad intervalli spogliati dai pro­consoli inviati a governarci. Il nostro oro emigrava nella Spagna, i nostri soldati andavano a militare per interessi stranieri e le nostre sostanze si consumarono, si esaurirono per le continue lotte in cui i Principi sempre lontani da noi s’immer­gevano.[6]

Inutile soffermarci a smontare uno ad uno gli errori storici (o dovremmo dire le falsità?), dalla tassazione eccessiva (la tassazione – essendo Napoli un regno autonomo – era proposta da Madrid e quindi accettata da Napoli[7], ma sull’argo­mento sarà d’uopo ritornare) alla non comprensione del ruolo del Viceré (non certo un “proconsole” – e l’approssimazione non è una svista da poco, bensì un errore grave, essendo contenuta in un saggio storico di livello universitario).

Indicativa è la menzione degli “interessi stranieri” (quali, poi? La difesa della Fede nelle Fiandre o a Lepanto? La diffusione del cattolicesimo nelle Indie occidentali?), che rientra nella visione patriottica ottocentesca per cui da secoli sarebbe esistita una “nazione italiana” conculcata da dominazioni straniere. Si tratta di un’affermazione – va notato di passaggio – che potrebbe anche essere comprensibile (pur rimanendo non condivisibile) se scritta nel periodo successivo all’inva­sione piemontese del 1860 con palese intento adulatorio, ma che – a prima vista – risulta assolutamente stonata, nel momento in cui viene espressa durante il regno di Ferdinando ii, soprattutto se vogliamo considerare il citato passaggio non un errore storico, bensì un’affermazione propagandistica. Infatti, tenendo conto della pretesa equazione «Borbone = Spagnoli» e applicando ad essa la proprietà commutativa (invertendo i termini dell’e­qua­zione il risultato non cambia), abbiamo «Spagnoli = Borbone».

È dunque ipotizzabile che la sfilza di errori infilati da Arcieri abbia un sottinteso politico? Il dubbio sembra essere fugato – in senso affermativo: il sottinteso esiste sicuramente – nel momento in cui, studiando la figura dell’autore, si scopre che egli fu inizialmente carbonaro, nel 1848 congiurato liberale, per poi diventare cavourriano: quindi – consciamente o no – in quel passaggio storicamente discutibile sul periodo “spagnolo” egli riversava le calunnie che avrebbero contribuito a preparare il terreno per l’unità italiana.

Antispagnolismo = antiborbonismo, dunque? C’è chi risponderebbe di no, perché lo stesso Arcieri, forse in un momento di captatio benevolentiae, afferma: «Molte leggi furono emanate sotto i Borboni, delle quali è os­servabile la saggezza»[8]. Naturalmente, si tratta di leggi che guidano lo Stato verso il liberalismo (prima fra tutte l’espulsione dei Gesuiti), per cui non si deve trattare d’ironia, bensì di compiacimento (un po’ alla cortigiana Taide, verrebbe da pensare) e l’elogio per l’opera legislativa dei Borbone non si converte in ammirazio­ne per la dinastia stessa. Sempre che, come accennato, non si tratti di mera adulazione, momentanea e strumentale, mentre il vero pensiero di Arcieri – un “intellettuale organico” della fazione liberale[9] – sulla dinastia napolitana sia invece affidato (o, se vogliamo, nascosto) nel giudizio sul cosiddetto “Viceregno”.

Di conseguenza non stupisce questo antispagnolismo di carattere “manzoniano”, cioè in funzione – nel caso specifico – antiborbonica.

Assai maggior stupore, invece, desta leggere alcuni passaggi antispagnoli non nelle pagine di un liberale “esiliato”, bensì in quelle di Giacomo Marulli (1822-1883), rampollo di una nobile famiglia dalla provata fedeltà borbonica[10].

Addirittura, Giacomo Marulli potrebbe essere stato l’autore (o per lo meno uno dei coautori) del primo romanzo che potremmo definire “borbonico” della letteratura italiana, cioè Ernesto il disingannato (1874)[11] che, con la sua descrizione degli intrighi cavourriani degli anni 1857-1860 narrati dal punto di vista di un agente al soldo degli “unitari”, è una feroce critica al sistema liberal-camorristico della “consorteria” imposto dagli invasori garibaldini e sabaudi e, di conseguenza, si risolve in elogio (pur solo implicito) della legittima dinastia napolitana.

Eppure, come vedremo più avanti, anche chi proveniva da un antico lignaggio – e quindi doveva possedere una positiva memoria ancestrale del­l’u­nio­ne personale della Corona di Napoli con quella delle Spagne – seguiva la corrente e ripeteva la vulgata della “nefasta dominazione spagnola”[12]. In altre parole, si allineava all’uti­liz­zo del­l’anti­­­spa­gno­lismo come categoria risorgimentale: un’ar­ma che, a due secoli di distanza, come vedremo subito, continua a essere innescata[13].

Una parentesi sulla tassazione

La leggenda nera antispagnola si abbevera, come abbiamo letto, alla fonte della vulgata sulle tasse che dissanguavano il Regno. Ma cosa ne dicono gli studiosi che non si limitano a ripetere la vulgata, ma compiono analisi serie sui dati archivistici? Secondo Giuseppe Coniglio (1917-1994), autore di alcuni approfonditi saggi sulle finanze napolitane nel periodo ispanico, «le imposte dirette ordinarie non furono toccate, restarono cioè sempre nelle stesse proporzioni»[14]. Le imposizioni più gravi erano quelle rappresentate dalle imposte indirette, però

questo tipo di imposte [indirette] non fu introdotto dagli Spagnoli, non andava a loro esclusivo beneficio, non sparì certo con loro e, quel che più conta, non esisteva solo nei territori da loro governati.[15]

L’analitico (ed obbiettivo) lavoro di Coniglio contribuisce a ribaltare l’annoso – anzi, secolare – (pre)giudizio negativo sul periodo ispanico. Lo storico ed archivista lucano, senza negare né la diversa caratura dei vari Viceré (che non furono tutti del livello del Conte di Lemos, capace di risanare il bilancio)[16], né la diffusione delle frodi nella gestione della riscossione delle imposte – che indubbiamente esistevano e che emersero in particolar modo grazie all’inchiesta (1603) di Juan de Herrera, ma che erano dovute soprattutto alla classe dirigente autoctona[17] – dà un giudizio favorevole sul periodo imperiale ispanico, evidenziandone gli aspetti positivi.

Ci furono anche elementi negativi, come il paradosso della buona qualità della moneta: tanto buona, da esserne vietata l’esportazione – per evitare la svalutazione delle monete estere, di minor valore intrinseco a parità di valore nominale – limitando quindi gli scambi commerciali[18].

Sostanzialmente, però, evitato il pericolo di diventare territorio di scontri bellici (come accaduto al Ducato di Milano), limitati i danni della rivolta di Masaniello e della successiva parentesi repubblicana (1647-1648), pressoché scomparsa la piaga della pirateria musulmana[19], l’economia napolitana fu stabile:

Potrebbe stupire, dopo tante descrizioni a tinte fosche dello stato delle finanze del regno che alcuni ex-viceré lo considerassero come un paese di discrete possibilità economiche. […] La crisi delle finanze napoletane era dovuta in buona parte a disonestà ed incapacità amministrativa, spesso il danaro si disperdeva in mille rivoli prima di giungere nelle casse dello Stato e tranne il breve governo del Medina [1631-1637], restò in buona parte nel paese. Dalla Castiglia uomini ed oro venivano ingoiati senza pietà per le esigenze della politica spagnola ed in confronto a questo modello, le condizioni del regno di Napoli erano senz’altro migliori.[20]

Peraltro le uscite erano compensate dal denaro – quel famoso oro che proveniva a Madrid dalle Indie e non certo da Napoli, anzi a Napoli in qualche modo giungeva – che le guarnigioni militari spendeva per mantenersi e i dati dimostrano che il bilancio tra Napoli e Madrid fu sostanzialmente in pareggio, cioè la Corona investì a Napoli gli stessi soldi che ne aveva ricavato:

Il governo spagnolo è in genere accusato di aver spogliato i paesi italiani che governò. L’esame dei documenti ci mostra che, a parte il periodo della guerra dei trent’anni, che gravò fortemente, specie con i donativi, sui contribuenti, le finanze italiane a stento bastavano e non sempre, a pagare le spese di ordinaria amministrazione.[21]

Un formidabile strumento di propaganda

Il Risorgimento italiano, unico caso – come detto – di unificazione nazionale fatta contro e non in nome della religione del popolo[22], è nato fondandosi sulla base della lotta allo “straniero”, spacciata come profondamente sentita dal popolo. La ricerca del “nemico”, per un movimento elitario e imposto (anziché popolare e spontaneo) quale fu il cosiddetto Risorgimento italiano, è stato dunque un passaggio fondamentale, fondante e necessario per giustificare i vari tentativi “spontanei e popolari” di rovesciamento dei governi legittimi, culminati con l’aggressione militare sabauda nel 1860.

Esemplare, all’interno di tale ricerca, è il romanzo per eccellenza della lingua italiana: I promessi sposi (1827, revisione 1840) di Alessandro Manzoni (1785-1873). L’opera del Conte lombardo, come accennato, proponeva il parallelo «Spagnoli del Seicento = Au­stria­ci dell’Ottocento», sottintendendo che al malgoverno dei primi corrispondesse quello dei secondi. Nonostante le (scarse) critiche che Manzoni si attirò per aver indicato negli Spagnoli e non, più correttamente, nei Francesi, il nemico atavico dell’Unità italiana – come avviene, ad esempio, nel romanzo Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta (1856) del marchese Massimo d’Azeglio (1798-1866), genero di Manzoni – grazie all’indiscutibile valore letterario (nonché morale) della Storia milanese del sec. xvii, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, la visione antispagnola si è imposta nelle coscienze di generazioni e generazioni di studenti, formando un’ulteriore leggenda nera giunta fino ai nostri giorni e difficile da scalfire[23].

Apro un’altra parentesi. Nei Promessi sposi, che pure è un capolavoro letterario di propaganda antispagnola, i personaggi negativi, cioè i prepotenti, sono in realtà quasi tutti milanesi, non iberici: Don Rodrigo, il Conte Attilio, il Conte zio, Egidio, il Vicario di Provvisione, l’Innominato e, naturalmente, i bravi. Praticamente, l’unica eccezione è costituita dalla Monaca di Monza, di famiglia paterna castigliana trapiantata a Milano da mezzo secolo («i suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna», anche se lo stesso autore riconosce che ella era «l’ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese»[24]) e, naturalmente, dalla «stabile guarnigione di soldati spagnoli», quelli che «insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia»[25].

Davvero molto poco, nel complesso: allora il supposto elemento negativo non verrebbe tanto dalla Spagna, quanto dalla cosiddetta mentalità spagnola o meglio spagnolesca (un concetto ben diverso da quello di ispanità), con una deformazione semantica che colpisce anche il termine grandeza, in origine titolo nobiliare – i Grandi sono i nobili a cui viene riconosciuto il diritto di mantenere il cappello in testa in presenza del Re – e di conseguenza motivo d’orgoglio, che viene inteso invece in senso deteriore, cioè come vuota pompa esteriore. Chiusa parentesi.

Nel contesto risorgimentale italiano, l’antispagnolismo fu quindi un «atteggiamento mentale» sviluppatosi «nel­l’Ot­to­cento romantico soprattutto in quei Paesi in cui il trinomio patria-nazione-libertà ebbe bisogno, più che altrove, di costruire miti di fondazione dei nuovi Stati unitari e indipendenti»[26].

Tra i primi e principali autori che indicarono nella Spagna la causa della decadenza italiana va ricordato Vincenzo Cuoco, che aprì la strada ad uno stuolo di detrattori, in cui si distinse Francesco De Sanctis, il quale a sua volta ha indirizzato gli studi di critica letteraria per almeno un secolo (anzi, si può dire, anch’egli fino ai nostri giorni). Il critico irpino parlò addirittura di «mal governo papale-spagnolo»[27] unendo Chiesa e dominio ispanico in una sorta di endiadi costitutiva dell’aggra­vamento delle condizioni della penisola tra xvi e xvii secolo[28].

Al contrario, autori come Giovanni Berchet, Nicolò Tommaseo e Guglielmo Pepe propugnarono un sentimento filospagnolo[29], ma ebbero ben scarso seguito rispetto alle critiche dirette e indirette di Manzoni e De Sanctis, “grazie” ai quali

in piena età risorgimentale la chiave di lettura antispagnola [era] diventata un topos storico ineludibile, non solo per l’enor­me fortuna del romanzo manzoniano, ma in funzione di un lunghissimo percorso che ha origine dalle prime formulazioni della decadenza italiana seicentesca.[30]

Negli anni Ottanta del xix secolo viene addirittura coniato il termine spagnolismo parlamentare per criticare il Ministro del Consiglio Giovanni Nicotera e la sua pretesa partigianeria (il “nicoterismo”), mentre nella relazione dell’Inchiesta Saredo (che nel 1901 mise a nudo la corruzione amministrativa del Comune di Napoli) si fa risalire la causa del coevo malgoverno all’«infausto periodo della dominazione spagnola»[31].

A rompere l’omogeneità del fronte antispagnolo che prosegue nei primi decenni del Novecento giunsero Benedetto Croce (1866-1952) e Gioacchino Volpe (1876-1971), il primo riconoscendo alcuni meriti alla dominazione iberica nel Meridione d’Italia (la protezione del territorio e la fine della potenza semisovrana del baronaggio)[32], il secondo cercando di superare la “leggenda nera”[33]: a tal fine Volpe indicò in Federico Chabod (1901-1960) uno storico da valorizzare, in particolar modo per i suoi studi su Carlo v[34].

Nel dopoguerra la cultura di sinistra riprese i temi dell’anti­spagnolismo di marca desanctisiana, soprattutto con Gabriele Pepe, per il quale la decadenza meridionale avrebbe coinciso con la presenza controriformista spagnola, che avrebbe allontanato l’Italia del Sud dal fervore protestante europeo, causa principale di quella che sarebbe stata definita la “questione meridionale”[35]. Lo storico criticò anche la posizione di Croce, negando i benefici derivati dal far parte dell’Im­pero: la Spagna non avrebbe protetto il Regno di Napoli e Sicilia, ma lo avrebbe utilizzato soltanto in funzione di barriera antiturca[36].

Più obbiettivo Antonio Gramsci, nelle cui pagine si trovano pochi riferimenti alla Spagna; anzi, quando ne parla a proposito del Risorgimento e di Machiavelli, indica la Corona ispanica come un esempio da seguire per la formazione di uno Stato “moderno” e unitario[37]. Peraltro il pensatore comunista riconosce la “anazionalità” degli Italiani:

Si osserva da alcuni con compiacimento, da altri con sfiducia e pessimismo, che il popolo italiano è «individualista»: alcuni dicono «dannosamente», altri «fortunatamente», ecc. Questo «individualismo», per essere valutato esattamente, dovrebbe essere analizzato, poiché esistono diverse forme di «indivi­dualismo», più progressive, meno progressive, corrispondenti a diversi tipi di civiltà e di vita culturale. Individualismo arretrato, corrispondente a una forma di «apoliticismo» che corrisponde oggi all’antico «anazionalismo»: si diceva una volta: «Venga Francia, venga Spagna, purché se magna», come oggi si è indifferenti alla vita statale, alla vita politica dei partiti, ecc.[38]

La posizione di Gramsci è fortemente influenzata dalle ideologie nazionalistiche di stampo post-hegeliano: non riesce a comprendere – come peraltro accade a molti suoi (e nostri) contemporanei – la reale essenza delle Spagne e confonde l’Im­pe­ro ispanico con una sorta di Impero britannico di matrice cattolica: vale a dire una Corona centralizzatrice e impegnata soprat­tutto a succhiare energie dai suoi più o meno lontani possedimenti, i cui abitanti vengono considerati inferiori. Ma se ciò è vero per l’Inghilterra coloniale, tale modus imperandi non si può certo applicare alle Spagne asburgiche: le Spagne erano non un unico Regno, bensì un complesso di Regni (Salvador de Madariaga usa l’immagine – esteticamente discutibile, ma sicuramente indicativa ed efficace – di «un insieme di aquile con un sol capo»[39]) di cui venivano rispettate le usanze, le tradizioni e i diritti (i fueros spagnoli, le consuetudini napolitane) e ciò che valeva per i Regni europei (estos reinos), dalla Castiglia a Napoli, valeva anche per quelli “indiani” (esos reinos), da Cuba al Perù[40]. Palese anche la distanza dalla mentalità coloniale francese, evidenziata addirittura da uno scrittore transalpino:

«La Francia alla base del suo sistema ha introdotto la nozione che le colonie debbano essere considerate, sia dagli europei che dai creoli[41], semplicemente come temporanee residenze che attraggono individui per la facilità di far fortuna, e dalle quali costoro dovrebbero allontanarsi appena ottenuto lo scopo prefisso. La Spagna, al contrario, permette che tutti i suoi sudditi, americani o europei, possano considerare come loro patria qualsiasi parte dell’impero dove siano nati o che sia in possesso di particolari attrattive per essi». Ma la vera ragione è molto più profonda: la Corona non vide motivo per il quale «quei regni» dovessero dipendere da «questi regni» quanto a cultura ed educazione, pertanto, al momento stesso della conquista, università, collegi e scuole furono fondati ovunque per lo sviluppo della nuova comunità.[42]

Una concezione organica incomprensibile, ad esempio, ad una mente sostanzialmente totalitaria come quella di Tommaso Campanella, che aveva servilmente proposto a Filippo iii di imporre l’idioma castigliano in tutti i suoi Regni, scontrandosi con l’impostazione asburgica di rispettare le culture – e quindi le lingue – dei vari popoli della Corona ispanica:

Al Re delle Spagne [Campanella] chiede che non siano rispettate la cultura e le istituzioni dei popoli italiani, anzi suggerisce di castiglianizzare gli italiani sia culturalmente sia politicamente. Se si trova un consiglio reiterato nella Monarchia di Spagna è quello di spagnolizzare il mondo intero, inclusa la penisola italiana.[43]

Permanenza del luogo comune

Il pregiudizio negativo, però, continua a permanere, anche quando l’obiettivo prefissato – l’unità italiana – è stato raggiunto e potrebbe essere possibile ricercare una maggiore obbiettività, se non in autori poco interessati alla scoperta della verità (come il ligure Saredo), almeno in scrittori legati geograficamente a Napoli e già vicini alla dinastia borbonica, come poteva essere il tardo Giacomo Marulli delle Tre rivolte napoletane (1882)[44]. Invece continuiamo a trovare – magari dopo la corretta constatazione che all’in­terno della Monarchia cattolica vi fosse una condizione paritaria delle singole Corone ispaniche – affermazioni banalmente legate alla vulgata antispagnola.

Perché? Escludendo la piaggeria, è possibile che le fonti utilizzate per l’acquisizione dei dati storici siano state generaliste (e di conseguenza ripetitive della vulgata): il problema cardine della storiografia generalista (quella, per intenderci, dei manuali delle scuole medie, superiori ed inferiori, su cui si formano tutte le generazioni di studenti) è appunto di non poter essere scritti da uno specialista di tutte le materie; infatti, se ci si specializza in storia medioevale, presumibilmente si conoscerà meno approfonditamente la storia contemporanea e quella antica, e via escludendo.

Di conseguenza, a meno di essere un “modernista” (nel senso di specialista dell’età moderna) e “meridionalista” (nel senso di specialista della storia dell’Italia meridionale) è assai probabile che, nel redigere un manuale generalista, un autore continui – in buona o in cattiva fede – a ripetere la vulgata sul “malgoverno vicereale spagnolo”. Può darsi anche che venga a conoscenza di testi “revisionisti”: in tal caso è però probabile che sia sviato da considerazioni quantitative, ritenendo che se quattro o cinque autori hanno detto (o ripetuto) A, mentre soltanto uno o due hanno sostenuto B, la versione maggiormente condivisa debba essere necessariamente quella corretta.

Generazione dopo generazione, quindi, si consolida una teoria che, con il passare del tempo diviene sempre più difficile da scalfire e si trasforma in “verità”: la cosiddetta vulgata, appunto.

In particolare la leyenda negra, la “leggenda nera” antispagnola, nata in ambienti protestanti in funzione anticattolica, prima ancora che antispagnola (fu cioè antispagnola in quanto le Spagne asburgiche erano il più forte baluardo della Tradizione e quindi il principale nemico cattolico da colpire, essendo evidente la debolezza militare della Santa Sede, la debolezza politica del Sacro Romano Impero dopo Carlo v[45] e la debolezza dottrinale della Francia[46]), sviluppatasi poi in ambienti illuministi, approdò quindi nell’Italia risorgimentale individuando un comodo nemico contro il quale concentrarsi, lo “straniero” per eccellenza in una penisola italica su cui, invece, era palese l’influenza, tutt’altro che positiva, della Francia e della Gran Bretagna[47].

Se nel Lombardo-Veneto l’equazione «Spagnoli = Austriaci» poteva calzare a pennello per i sedicenti patrioti, che vedevano nella pretesa “dominazione” spagnola[48] un parallelo con quella austriaca (ambedue stranieri, ambedue della Casa d’A­sbur­go), a Napoli era più difficile proporre l’equazione «stranieri spagnoli = Borbone oppressori», visto il legame che Ferdinando iv ed i suoi discendenti seppero stringere con il popolo (ma, ahi loro, non sempre con la volubile ma influente classe degli intellettuali). Eppure banalità, luoghi comuni e calunnie riuscirono evidentemente ad avere facile presa.

Borbonico e antispagnolo?

Tornando a scrittori napolitani e borbonici come Giacomo Marulli, ci si può chiedere: è possibile porsi contro il Risorgimento (in quanto nostalgici del tempo andato) ed accettare nel contempo una delle principali armi culturali (per non dire menzogne) dello stesso Risorgimento? Com’è stato possibile non riconoscere nell’antispagnoli­smo uno strumento per cementare l’ipotesi – in realtà assai friabile – di una “nazione italiana” che si doveva unificare dalle Alpi alla Sicilia nel nome della lotta allo straniero? Come si poteva essere filoborbonico ed antispagnolo, tra l’altro quando, nel momento in cui Marulli redigeva i suoi racconti storici[49], i Borbone – pur non essendo gli Asburgo del Siglo de Oro e della “Napoli imperiale” – sedevano sul trono di Spagna? Certo, alcuni autori giustificherebbero l’apparente paradosso considerando i Borbone più francesi che spagnoli: tra essi, come detto, soprattutto Francisco Elías de Tejada, che peraltro ha addirittura sostenuto che fu proprio uno spagnolo, il Duca di Rivas[50], ad alimentare la “leggenda nera” della rivolta di Masaniello come insurrezione antispagnola[51].

L’affermazione può inizialmente stupire, ma non troppo, se consideriamo che è perfettamente logico che un liberale consideri suo naturale e principale nemico un tradizionalista, anche se della sua stessa “nazione”[52]. Quindi, nonostante la comunanza di Patria, lo Spagnolo liberale ritiene avversario ogni Spagnolo tradizionalista, monarchico e cattolico (si pensi alle feroci violenze del Fronte Popolare durante la Seconda Repubblica): sappiamo, infatti, che la creazione di un nemico “altro da sé” è sempre stata – e sempre lo sarà – un mezzo fondamentale per unire le proprie forze sotto un’unica bandiera ed evitare frazionamenti interni[53].

Non stupisce, dunque, che per i progressisti antireligiosi (come lo erano la gran parte dei risorgimentali italiani) lo Spagnolo tradizionalista sia diventato un esempio perfetto di nemico esterno, da accusare di ogni arretratezza, vera o presunta, della Penisola italica e contro il qua­le coalizzare l’odio di tutti, anche di coloro che avrebbero dovuto apprezzare i valori religiosi insiti nell’ispanità – come il cattolico, ma liberale, Manzoni.

Le Spagne imperiali del Siglo de Oro sono invece cattoliche (ma intransigenti), monarchiche, tradizionali: tutti elementi che le rendono invise al mondo liberal-progressista.

Del resto, l’esalta­zione di Carlo di Borbone come colui che aveva saputo risollevare il Regno da un preteso «malveduto governo»[54] è il punto di partenza della diffusione della propaganda antispagnola (in realtà, come detto, antitradizionale e anticattolica) attuato dalla cultura liberale, dal Risorgimento in poi: attaccare frontalmente la Chiesa spesso poteva risultare se non pericoloso, controproducente; attaccare il “viceregno”, invece, non comportava pericoli.

Il punto di arrivo, in continuo progresso, è l’attuale storiografia, soprattutto divulgativa ma non solo, che preferisce riproporre gli errori (o le falsità) della storiografia passata anziché compiere studi più approfonditi.

Forse il punto più alto, il culmine – per la fonte da cui proviene – della propalazione della vulgata antispagnola può essere considerato il Proclama di Francesco ii delle Due Sicilie nel lasciare la Capitale, in cui il Monarca (ancorché non abbia scritto, ma solo sottoscritto il testo[55]) non trova di meglio che presentarsi quale «discendente d’una dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averle salvate dagli orrori d’un lungo governo viceregnale»[56].

Affermazione che è indice, probabilmente, più che d’ignoranza storica, di vero e proprio asservimento – non è chiaro se per assuefazione o utilizzo strumentale – alla propaganda antitradizionale di cui paradossalmente lo stesso Francesco ii era, in quel momento, la vittima più illustre.

Borbonico e antispagnolo, dunque? No, peggio: Borbone e antispagnolo.


[1] Joseph de Maistre, Lettere ad un gentiluomo russo su l’Inquisizione spagnuola, lettera iv, Vincenzi, Modena 1823, p. 78.

[2] Cfr. nota 2 a p. 17. Qui interviene anche il senso (abbastanza diffuso in molti Italiani) di inferiorità nei confronti delle nazioni del nord (come l’Austria) e di superiorità nei confronti di quelle del sud (la Spagna è percepita come “più meridionale” dell’Italia).

[3] Tale vicenda dette luogo a Napoli alla congiura filo-asburgica del 23 settembre 1701, detta “di Macchia” dal nome di uno dei partecipanti, Gaetano Gambacorta, Principe di Macchia.

[4] Bernardo Tanucci (1698-1783) fu inizialmente Consigliere del Collaterale (1734), quindi Ministro di Giustizia (1752) e infine Ministro degli Esteri e della Casa Reale (1754). Al passaggio di Carlo in Spagna (1759), assunse il ruolo di Primio Ministro fino al 1776, quando fu estromesso dalla regina Maria Carolina.

[5] Si potrebbe rendere in concetto con francesizzazione, ma l’originale afrancesados reca indubbiamente con sé una carica critica che non è convenientemente resa dal più neutro francesizzazione.

[6] Gaetano Arcieri, Storia del diritto nel Regno di Napoli, D’Amico, Nocera Superiore (Salerno) 2022 p. 34 (p. 239 nell’originale, Napoli 1853).

[7] «Né il [Consiglio] Collaterale, forte della maggioranza dei consiglieri spagnoli, trascurava lo spirito pubblico ed imponeva tutte le tasse che Madrid chiedeva. In alcune sedute vennero stabilite nuove imposte, ma in altre, con unanimità di decisioni, spagnoli ed italiani respingevano le richieste del governo centrale». Giuseppe Coniglio, Il viceregno di Napoli nel sec. xvii. Notizie sulla vita commerciale e finanziaria secondo nuove ricerche negli archivi italiani e spagnoli, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 20092, p. 132.

[8] G. Arcieri, op. cit., p. 256.

[9] Arcieri subì l’allontanamento da Napoli dopo i moti del 1848 e la “relega­zione” a Latronico in Basilicata, dove dette impulso alla celebre “Scuola di Latronico”, all’interno della quale confluirono giovani da ogni parte delle regioni limitrofe (egli era mem­bro dell’Accademia Florimontana di Monteleone – odierna Vibo Valen­tia –, dell’Accademia Cosentina e di quella di Aci Reale, delle Società Economiche della Basilicata e di Principato Ultra), che ivi si preparavano per poi soste­nere gli esami all’Università di Napoli. In tale scuola gli alunni subivano l’influenza liberale e romantica dell’Arcieri – le cui lezioni di diritto vennero raccolte e pubblicate nei sei volumi di Istituzioni di Diritto Civile (Perrotti, Napoli 1853-1855), il che dimostra quanto fosse blanda la “fe­ro­ce” censura borbonica) – per poi diventare la “intellighenzia” del Reame.

[10] Lo scrittore apparteneva alla famiglia dei Conti Marulli di Bisceglie. Era figlio del generale Troiano, eroe della riconquista sanfedista del 1799, e fra­tello del generale Gennaro, combattente a Gaeta, che fu anche storico militare (autore fra l’altro di Avvenimenti di Napoli del 15 maggio 1848, riproposto nel 2018 da D’Amico). Il figlio di Gennaro, Troiano, allievo dell’ultimo corso “borbo­nico” della Nunziatella, lasciò la marina italiana per seguire il Conte di Caserta durante la terza guerra carlista in Spagna, dove morì combattendo sotto le insegne legittimiste di Carlo vii. Per più approfonditi riferimenti biografici su Giacomo Marulli, cfr. Giacomo Marulli, La notta di Piedigrotta azzoè Lo filantropo de la Pignasecca, D’Amico, Nocera Superiore (Salerno) 2018,p. 155-164.

[11] Su quest’opera, che è anche e soprattutto il primo romanzo carlista della letteratura italiana, in cui peraltro il protagonista eponimo muore combattendo per Carlo vii, proprio come il giovane Troiano Marulli, cfr. ultra il capitoletto apposito: 1873: “Ernesto il disingannato”, il primo romanzo carlista.

[12] Sull’uso del concetto di “nefasta dominazione spagnola” mi permetto qui di seguito di riprendere alcune considerazioni svolte nel mio contributo Napoli spagnola o Napoli ispanico? contenuto in Francisco Elías de Tejada, Napoli spagnola, vi (indici), Controcorrente, Napoli 2019.

[13] Si assiste infatti ad una dicotomia tra studi specifici (di livello universitario), che rivedono in senso positivo l’influsso ispanico nella Penisola italiana e a Napoli, e giudizio globale generalista (da scuola media inferiore e superiore) che ripete la trita vulgata. Cfr. il già citato Alle origini di una nazione. Antispagnolismo e identità italiana, a cura di Aurelio Musi, Guerini e Associati, Milano 2003.

[14] Giuseppe Coniglio, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo v, Esi, Napoli 1951, p. 252.

[15] G. Coniglio, Il viceregno di Napoli,cit., p. 131-132. Corsivo mio.

[16] Cfr. ivi, p. 213. Pedro Fernández de Castro Andrade y Portugal (1560-1622), Conte di Lemos, fu viceré dal giugno 1610 all’8 luglio 1616.

[17] «La maggior parte dei colpevoli […] era napoletana». G. Coniglio, Il viceregno di Napoli,cit., p. 166.

[18] Cfr. ivi, p. 197.

[19] «Anzitutto è necessario stabilire che difendere il Milanese o combattere i Turchi, voleva dire in definitiva tener lontani ì nemici dal regno e non fu vantaggio di scarso valore per i Napoletani il trovarsi al sicuro dall’infierire della guerra. Ne risentirono solo l’onere finanziario, grave senza dubbio, ma sempre preferibile al l’accamparsi di eserciti belligeranti nel paese». Ivi, p. 219.

[20] Ivi, p. 322. Per «dalla Castiglia» si intende «in Castiglia».

[21] Ivi, p. 219.

[22] Cfr. nota 12 a p. 21.

[23] «A far sì che l’antispagnolismo si affermi con la forza di un luogo comune è principalmente il romanzo di Manzoni, il testo più influente nello sviluppo di una memoria storica nazionale. Ed è facile verificare che, nelle pagine dei Promessi sposi, la Chiesa della Controriforma trova una sua nobilitazione (nella figura di Federigo Borromeo), mentre lo stesso non accade agli spagnoli, ai quali non viene attribuito alcun rappresentante positivo». Gianvittorio Signorotto, Dalla decadenza alla crisi della modernità: la storiografia sulla Lombardia spagnola, in Alle origini di una nazione, cit., p. 313-314.

[24] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. ix. Corsivo mio. Marianna de Leyva (1575-1650) era in realtà nipote e non figlia del ii Principe d’Ascoli Luis de Leyva (figlio di Antonio, distintosi alla battaglia di Pavia, i Principe e Governatore di Milano dal 1535 al 1536), essendo nata dal di lui figlio Martino (1548-1599), Conte di Monza, e da Virginia Marino (figlia di Tommaso, edificatore del milanese Palazzo Marino).

[25] Ivi, cap. i.

[26] A. Musi, Fonti e forme dell’antispagnolismo nella cultura italiana tra Ottocento e Novecento, in Alle origini di una nazione, cit., p. 11.

[27] Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, cap. xviii, La nuova scienza, Einaudi, Torino 1975, p. 752.

[28] Coerentemente con questo a dir poco discutibile assunto, De Sanctis contrappose alla cultura della “reazione” i nomi di Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei e Paolo Sarpi, indicandoli come «primi santi del mondo moderno» (ivi, p. 684).

[29] «Anche in Italia la percezione della Spagna si modificò in positivo come di fatto avvenne per molti letterati e patrioti militanti quali Nicolò Tommaseo o Giovanni Berchet o il meridionale Guglielmo Pepe. Nell’Ottocento italiano queste aperture alla Spagna, molto legate alle congiunture politiche della rivolta antinapoleonica e delle rivoluzioni liberali, appaiono però marginali rispetto alla straordinaria fortuna del romanzo manzoniano e al peso della complessiva ricostruzione della vicenda culturale italiana proposta da Francesco De Sanctis nella Storia della letteratura italiana». Maria Antonietta Visceglia, Mito/antimito, spagnolismo/antispagnolismi: note per una conclusione provvisoria, in Alle origini di una nazione, cit., p. 427.

[30] Chiara Di Giorgio, L’antispagnolismo nella letteratura italiana: storiografia e testi, Dottorato di ricerca in Italianistica, Università di Roma “Sapienza”, Roma 2011, p. 154. La studiosa individua in Traiano Boccalini (1556-1613) il primo “antispagnolista” italiano.

[31] Commissione d’inchiesta per Napoli, Relazione sulla amministrazione comunale, Forzani e C. Tipografi del Senato, Roma 1901, vol. ii, p. 837. Paradossalmente, la frase introduce la descrizione della Prammatica che imponeva a tutte le alte cariche dello Stato di essere sottoposte da un controllo dei propri beni prima e dopo il loro insediamento, per evitare illeciti arricchimenti: «Fra le più commendevoli leggi che abbia dato fuora Filippo iv, potrà dirsi, a mio credere, la Prammatica xxii, che leggesi sotto il titolo: De officialibus et hiis quae eis prohibentur. Questa è tutta in lingua spagnuola, e comincia: Deseando cumplir, di cui ne seguì la promulgazione in Napoli a’ 30 di Marzo del 1622 che fu commessa al Cardinal Zapatta [Antonio Zapata y Cisneros], da poi che erasi fatta pubblicare in tutti i Regni della Spagna». A questo punto appare evidente come la locuzione infausto periodo della dominazione spagnola fosse una semplice frase fatta, un modo di dire entrato così profondamente nel linguaggio comune da poter essere riportato anche in un contesto che contraddice apertamente tale giudizio negativo!

Sulle vere cause della corruzione dell’amministrazione napoletana, che secondo accreditati studi risale non all’epoca vicereale, bensì, più prosaicamen­te, all’Unità, e in particolare alla cosiddetta “Consorteria”, cioè l’accor­do criminale tra camorristi e liberali nella Napoli “affidata” da Francesco ii al capo della polizia, l’imbarazzante Liborio Romano, mi permetto di segnalare il mio studio Dal legittimismo al Carlismo, introduzione al romanzo anonimo del 1874 (alla cui genesi – come accennato – non fu estraneo lo stesso Giacomo Marulli) Il passato e il presente o Ernesto il disingannato, cit., p. iii-xx.

[32] Cfr. Benedetto Croce, Storia del regno di Napoli, Laterza, Bari 1925, cap. Il «Viceregno» e la mancanza di vita politica nazionale.

[33] «Vi è nella nostra storia moderna un’epoca che poco finora ha attirato la nostra attenzione, quasi adduggiata dalle due che la fiancheggiano rigogliose: voglio dire l’epoca che fu di dominio e di predominio spagnolo, epoca che si presenta scialba e grigia e triste, una specie di Medio Evo italiano, quasi non-storia, se storia vuol dire movimento e sviluppo. Immagine falsa, anche am­mes­so che, in quell’epoca, molte attività nostre caddero o languirono, come per stanchezza, oltre che per effetto di quella dominazione: domina­zione di Paese esso stesso in decadenza o povero di energie innovatrici. Ma non ci fu soltanto decadenza e languore. Accanto a cose che languivano e magari morivano, altre che nascevano, magari alimentate da quel morire. Questo è ormai chiaro. E ci sono zone d’ombra da illuminare in quella storia: per esempio, il regime spagnuolo e l’Italia nei rapporti con la Spagna dominatrice». Gioacchino Volpe, Storici e Maestri, Sansoni, Firenze 1967, p. 458.

[34] Cfr. Margherita Angelini, Fare storia. Culture e pratiche della ricerca in Italia da Gioacchino Volpe a Federico Chabod, Carocci, Roma 2012.

[35] «Tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento tutta l’Italia fu in crisi; una gigantesca crisi politica che spezzò definitivamente la storia italiana in storia di tante Italie, mentre nel periodo del Magnifico Lorenzo si erano delineate le grandi linee di una politica interitaliana. La crisi fu, dunque, italiana; ma, mentre il resto dell’I­ta­lia lentamente risorse, sicché all’Unità alcune regioni avevano un livello di vita uguale a quello degli altri stati europei, il Mezzogiorno non superò mai la sua crisi, anzi la vide aggravarsi. La storia del­l’ag­gravarsi della crisi del Mezzogiorno è la storia della dominazione spagnola». Gabriele Pepe, Il Mezzogiorno d’Italia sotto gli Spagnoli, Sansoni, Firenze 1952, p. x-xi.

[36] Cfr. ivi, p. viii.

[37] «Può esser vero che l’Umanesimo nacque in Italia come studio della romanità e non del mondo classico in generale (Atene e Roma): ma occorre distinguere allora. L’Umanesimo fu “politico-etico”, non artistico, fu la ricerca delle basi di uno “Stato italiano” che avrebbe dovuto nascere insieme e parallelamente alla Francia, alla Spagna, all’Inghilterra: in questo senso l’Umanesimo e il Rinascimento hanno come esponente più espressivo il Machiavelli». Antonio Gramsci, Umanesimo, Rinascimento, in Quaderni del carcere, Quaderno 17 (iv), § 33. «Su Machiavelli opera l’esempio della Francia e della Spagna che hanno raggiunto una forte unità statale. Fa un “paragone ellittico” come direbbe il Croce e desume le regole per un forte stato in generale e italiano in particolare». Id., Su Machiavelli, Quaderno I (xvi), § 10.

[38] Id., Passato e presente. Caratteri italiani, Quaderno 6 (viii), § 162.

[39] Salvador de Madariaga, Ascesa dell’Impero ispano-americano, Dall’O­glio, Milano 1965, p. 32.

[40] Cfr. ivi, p. 31.

[41] Qui l’autore non intende i meticci, ma i bianchi nati nelle colonie.

[42] Ivi, p. 60. Il testo citato è François Raymond Depons, Voyage a la partie oriental de la Terre Ferme, dans l’Amérique Méridionale, fait pendant les années 1801, 1802, 1803, et 1804…, Paris 1806, i, cap. v (Salvador de Madariaga ne cita l’edizione inglese del 1807).

[43] Francisco Elías de Tejada, Napoli spagnola, iv, p. 209-210. Lo studioso spagnolo cita in particolare un passaggio del cap. xii de La Monarchia di Spagna: «E avendo il Re da acquistare il mondo, deve tutte le genti spagnolare, cioè farle spagnole». Il concetto di spagnolare (o spagnolizzare) il mondo si ritrova anche altrove (cap. xiv, xv, xix, xx, xxxi, xxxii).

[44] Ora: Giacomo Marulli, Tre rivolte napoletane. L’inquisizione di Napoli ossia Masaniello da Sorrento e Cesare Mormile. Il giuramento di Masaniello d’Amalfi. Macchia e Medina Coeli, D’Amico, Nocera Superiore (Salerno) 2020.

[45] Bisogna ricordare che le due battaglie di Vienna (1529 e 1683) furono combattute per difendersi dall’assedio in cui la città austriaca era stretta, mentre mancò una offensiva portata nel campo avversario.

[46] Basti pensare alla “empia alleanza” franco-ottomana, in funzione anti-asburgica, sottoscritta nel 1536 fra il “Re Cristianissimo” Francesco I e il sultano Solimano il Magnifico. Durò oltre due secoli e mezzo, fino alla campagna d’Egitto di Napoleone, in territorio ottomano, del 1798-1801.

[47] Sull’argomento è ancora attuale il saggio di Julián Juderías, La leyenda negra y la verdad histórica: contribución al estudio del concepto de España en Europa, de las causas de este concepto y de la tolerancia política y religiosa en los países civilizados, Tipografía de la «Revista de Archivos», Madrid 1914. Purtroppo il saggio non è disponibile in lingua italiana.

[48] Le considerazioni sopra svolte sulla parità della Corona di Napoli e di Castiglia valgono ovviamente anche per il Ducato di Milano.

[49] Nel 1882, data di pubblicazione dei racconti di Giacomo Marulli, il Trono di Spagna era occupato da Alfonso detto xii, uscito vincitore dallo scontro politico con la prima repubblica spagnola (1873-1874) e militare con l’esercito del legittimo re Carlo vii, che era riuscito ad instaurare un Regno nei Paesi Baschi ed in Navarra, con capitale Estella.

[50] Ángel de Saavedra (1791-1865), Duca di Rivas, fu ambasciatore a Napoli dal 1843 al 1850. È noto nella cultura italica per essere l’autore del dramma Don Álvaro o la fuerza del sino (Don Alvaro o La forza del destino, 1836), da cui fu tratta l’omonima opera (1862) di Giuseppe Verdi.

[51] «I tumulti del 1647 non erano un movimento antispagnolo, ma, al contrario, una poderosa manifestazione d’amore per il re di Napoli, re delle Spagne tutte, spesso immortalato, sotto l’illuminazione dei baldacchini, nei ritratti che presidiavano le strade della città. Fu la “leggenda nera” della Napoli spagnola concepita dal genovese Paolo Matteo Doria [1667-1746] e alimentata dal­l’an­daluso Angel Saavedra, duca di Rivas, ambasciatore liberale isabellino della corte usurpatrice dei Borboni di Madrid vicini ai Borboni napoletani, a definire la rivolta “congiura antispagnola”, adornando la leg­genda con cruenti epiteti». Francisco Elías de Tejada, Napoli spagnola, cit., v, 336-337.

[52] Che possa apparire strano che l’andaluso Duca di Rivas abbia contribuito alla leyenda negra antispagnola è un retaggio del nazionalismo di cui sono loro malgrado impregnati anche gli studiosi di cultura italica, per cui il connazionale va difeso in ogni caso. Basti pensare, invece, che “coerentemente”, lo stesso Ángel de Saavedra, ambasciatore isabellino (cioè liberale) presso la Corte napolitana, protestò duramente in occasione del matrimonio (1850) tra il legittimo Re carlista Don Carlos vi e Maria Carolina delle Due Sicilie, figlia di Francesco i delle Due Sicilie, arrivando a chiudere per alcuni giorni l’ambasciata.

[53] Ad esempio, di fronte al – esistente o meno – “pericolo fascista”, com’è noto, si uniscono vecchi democristiani e avanzi del Partito Comunista, intellettuali da salotto (quasi sempre anticlericali) e preti da strada, raffinati borghesi radical-chic e maleolenti punkabbestia, proprietari di attici da favola e “okkupa” dei centri sociali…

[54] «Uscivasi [con Carlo di Borbone] da un malveduto governo, il governo viceregale cessava, e queste felici regioni acquista­vano un riordinamento politico ch’era il voto unanime della nazione. L’allegrezza fu al colmo: a questa successero le gra­zie. La città di Napoli acquistò il titolo di grandezza di prima classe. L’eletto del popolo si covrì innanzi al Re: incarcerati furono messi in libertà: il prezzo del pane diminuito, ecc., ecc.» (Gaetano Arcieri, op. cit., p. 243-244).

[55] L’estensore materiale del testo sarebbe stato Giuseppe Bardari, liberale del 1848 assurto al ruolo di prefetto. Cfr. Pier Giusto Jaeger, Francesco ii di Borbone. L’ultimo re di Napoli, Mondadori, Milano 1982, p. 67. Buttà, che data il proclama al 5 settembre, riporta invece: «Non dee recar meraviglia se in questa proclamazione s’incontrano idee false, dapoiché, come ho già detto fu scritta dal celebre D. Liborio Romano» (Giuseppe Buttà, Da Boccadifalco a Gaeta, Napoli 1875, cap. xxii). In ogni caso, è impossibile non notare come Francesco ii sapesse scegliere i propri collaboratori…

[56] Corsivo mio. La frase intera recita: «Discendente d’una dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averle salvate dagli orrori d’un lungo governo viceregnale, i miei affetti sono qui. Io sono Napolitano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole d’addio a’ miei amatissimi popoli, a’ miei compatrioti» ed appartiene all’ultimo atto ufficiale di Francesco ii redatto a Napoli, con il Proclama del 6 settembre 1860 (cfr. Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Trabant, Brindisi 2009, ii, 218).

E visto che abbiamo citato de’ Sivo, bisogna pur ricordare il seguente passaggio: «L’unità per noi è ruina. In nome della libertà ne vien tolta la libertà; perdiamo il dono di Carlo iii; ritorniamo a’ Viceré, anzi a’ luogotenenti, anzi a’ prefetti, anzi a’ molti prefetti, per esser menati con la frusta. Siam costretti a pagare i debiti fatti dal Piemonte appunto per corrompere e comprare il nostro paese». Giacinto de’ Sivo, I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, cap. ix, p. 53-54 (edizione originale); nella riedizione de Il Giglio (Napoli, 2016), la citazione si trova a p. 65. Il corsivo è mio. Imbarazzante mettere i Viceré spagnoli sullo stesso piano dei prefetti piemontesi, ma il paragone è dovuto evidentemente a un pregiudizio diffuso, causato da una deformazione storica dura a morire oppure a un utilizzo strumentale della propaganda.

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