LA SICILIA BORBONICA NEL 1848
Davide Cristaldi
Se l’esercito borbonico avesse eseguito alla lettera le azioni militari nella ricostruzione agiografica dei fatti accaduti a Messina durante la rivoluzione del 1848, avrebbe perso la guerra anche con 100.000 soldati a disposizione.
Premessa: Quelli che storicamente vengono definiti rivoluzionari “messinesi” erano in realtà, per la maggior parte, mercenari e volontari stranieri con una solida esperienza nell’uso di armi e artiglieria. Basta consultare le cronache dell’epoca e i registri dei caduti e degli ufficiali (la stessa guida dell’esercito rivoluzionario siciliano fu affidata a generali stranieri, come il polacco Ludwik Mierosławski).
Durante lo sbarco delle truppe reali a Contesse, i rivoluzionari non andarono incontro all’esercito regio in campo aperto, ma si asserragliarono all’interno di abitazioni private, monasteri, chiese e campanili trasformati in veri e propri fortini. I soldati borbonici furono costretti ad appiccare il fuoco agli edifici proprio per costringerli a uscire.
Il fuoco d’artiglieria delle forze borboniche, proveniente dalla Cittadella e dalle navi della marina reale, non fu diretto in modo indiscriminato contro il centro abitato. Non si comprende infatti quale vantaggio militare avrebbero tratto i borbonici nel colpire le abitazioni (peraltro ormai prive di popolazione ormai evacuata da tempo) anziché i punti strategici da cui subivano gli attacchi, come i forti Castellaccio e Gonzaga situati sulle alture. Senza quel fuoco di copertura mirato, le truppe da sbarco sarebbero state annientate. Al contrario, l’agiografia sorvola del tutto sui danni e sulla distruzione provocati dal bombardamento dell’artiglieria rivoluzionaria contro i soldati reali in città, come se le loro palle di cannone avessero la facoltà di schivare magicamente le case.



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