Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

L’entrata di Carlo III in Napoli

Posted by on Set 16, 2020

L’entrata di Carlo III in Napoli

Carlo di Borbone, figlio di Filippo V Re di Spagna e di Elisabetta Farnese, dall’età di quattordici anni è Duca di Parma e Piacenza con il nome di Carlo I , e a diciotto anni viene inviato a conquistare il regno di Napoli con un esercito di quarantamila uomini.

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CARLO E MARIA AMALIA AMORE VERO

Posted by on Set 15, 2020

CARLO E MARIA AMALIA AMORE VERO

L’AMORE INDEFETTIBILE DI CARLO E MARIA AMALIA NEL SECOLO DEDITO AL LIBERTINAGGIO, UN ESEMPIO PER L’EUROPA. E LA PASSIONE Di UNA REGINA PER NAPOLI, CHE ERA “LA PUPPILLA DEGL’OCCHI MEI”, SCRIVEVA A TANUCCI DALLA LUGUBRE CORTE SPAGNOLA

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Agricoltura in Sicilia: ha fatto più il Tanucci che i Savoia, l’Italia repubblicana e la UE messe insieme!

Posted by on Gen 8, 2020

Agricoltura in Sicilia: ha fatto più il Tanucci che i Savoia, l’Italia repubblicana e la UE messe insieme!

Vedremo, per sommi capi, quali furono gli interventi di Carlo III in favore dell’agricoltura, del commercio e della diminuzione dei carichi tributari e i suoi interventi contro lo strapotere dei Baroni isolani nei confronti del popolo. Verificheremo quindi il parere di uno dei massimi storici a livello mondiale, Denis Mack Smith che, nel suo celebre ‘Storia della Sicilia medievale e moderna’, giunto alla diciassettesima edizione, pur non disdegnando durissime critiche ad alcuni aspetti dell’operato dei sovrani del tempo, ci fornisce alcuni spunti di non poco conto attraverso i quali è possibile meglio comprendere quale fosse la difficile realtà di quel periodo storico.

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Il sistema pensionistico del Regno delle Due Sicilie

Posted by on Set 7, 2019

Il sistema pensionistico del Regno delle Due Sicilie

In questa puntata raccontiamo il Regno di Carlo III, periodo storico di pace, di sviluppo, di grandi opere pubbliche e di un sistema pensionistico che, all’epoca, primeggiava in Europa per attenzione e solidarietà verso i lavoratori. Pensate un po’: l’Italia e la UE di oggi hanno ‘partorito’ la legge Fornero per massacrare i lavoratori, mentre allora ci si preoccupava dei pensionati, degli invalidi, delle vedove e dei figli delle vedove nel caso in cui queste ultime si risposavano. Oggi si chiamerebbe Stato sociale: quello che in Italia stanno smantellando. di Giovanni Maduli vice presidente del Parlamento delle Due Sicilie-Parlamento del Sud® (Associazione culturale), e componente della Confederazione Siculo-Napolitana Nelle prime dieci puntate di questa rubrica abbiamo appurato, seppure in maniera estremamente concisa e certamente insufficiente, alcune innegabili verità relative alle violenze, alle torture, agli stupri, alle illegalità attraverso le quali furono aggredite e annesse la Sicilia ed il Sud. Verità che, come abbiamo scritto in precedenza, non possono andare soggette ad “interpretazioni” di sorta. Verità che testimoniano inequivocabilmente cosa veramente fu quello che ancora, con un falso e subdolo eufemismo, viene indicato come “risorgimento”. Nelle successive sei abbiamo visto “chi” volle, quando e perché, mettere fine ad un Regno che, contrariamente a quanto ci si è voluto far credere, con le sue equilibrate politiche sociali ed economiche caratterizzate da uno spiccato senso di solidarietà, rappresentava certamente un ostacolo all’affermarsi di quella borghesia di stampo capitalistico che, attraverso quelle atroci violenze, si impadronì del potere politico ed economico mortificando mortalmente le naturali e legittime aspirazioni del suo popolo. Dalla diciassettesima puntata stiamo infine verificando “cosa” sia stato in realtà quel Regno tanto vituperato dai mass media del tempo e fino a poco tempo addietro. In questa puntata tratteremo, ancorché sommariamente, del fiorire delle arti, dell’architerrura e della cultura in Sicilia e in tutto il Sud; della realizzazione del porto di Girgenti (Porto Empedocle) e delle positive ripercussioni economiche che tale importante opera ebbe per tutta la Sicilia; tratteremo infine dell’alleviamento delle tasse e, soprattutto, dell’istituto pensionistico, primo al mondo, con il quale si veniva incontro alle necessità degli anziani o delle loro vedove. Il regno di Carlo III fu un raro periodo di pace che assicurò a tutti i siciliani una vita tranquilla e prospera. Innumerevoli provvedimenti furono presi in tutti i settori. Nel 1748 fu indetto il censimento della popolazione. Grande incremento ebbero i cantieri navali per la costruzione specialmente di legni commerciali. In agricoltura fu proprio la Sicilia che additò all’Italia ed all’Europa la maniera di coltivare i gelsi, di governare i bachi, di estrarne la seta e di tessere i drappi. La pastorizia, allora estremamente diffusa, venne difesa. La diligenza del governo riuscì a mantenere lontana la malattia della vescica detta “cancro volante” da cui erano stati colpiti i buoi e le vacche nel Piemonte e nel Veneto nel 1757. Nel campo sanitario Carlo III promulgò il 9 agosto 1749 una prammatica che permetteva il taglio cesareo e prescriveva il modo come dovesse eseguirsi. Per quanto riguarda le scuole furono potenziate le scuole pubbliche tenute dai Gesuiti e dai padri Scolopii e in quelle dei Seminari Vescovili fu consentito l’accesso a tutti, anche a coloro che non intendevano intraprendere la carriera ecclesiastica. Nel 1760 la Biblioteca di Casa Professa a Palermo ebbe accordata la rendita di onze settanta per salario dei custodi e per mantenerla ed arricchirla. Vennero pubblicati un vocabolario etimologico italiano e latino ed un dizionario siciliano-italiano-latino. Fiorirono le Arti. Nella scultura a Palermo vennero fuse le statue dell’imperatore austriaco Carlo VI e della sua consorte e col loro bronzo ne furono fatte altre due raffiguranti Carlo III e l’augusta sua sposa. Carlo III era sposato con la principessa Amalia Walburga di Sassonia, figlia del re di Polonia Federico Augusto III. Tra gli architetti siciliani emerse il sommo Filippo Juvara, che tra le tante sue opere costruì anche la Chiesa di Superga a Torino ed il Palazzo Reale a Madrid. Ma il motivo per cui Carlo III non doveva essere e non dovrà mai essere dimenticato dai girgentani e soprattutto dai “marinisi” è quello di avere deciso ed attuato, su sollecitazione del vescovo Lorenzo Gioeni, la costruzione del nostro porto (Porto Empedocle n.d.a.)… La nostra rada che per secoli aveva rappresentato uno dei punti di imbarco più importanti di tutta la Sicilia, pur senza alcuna struttura portuale se non un modestissimo pontile in legno, divenne un vero e proprio porto con strutture in muratura possenti e con un molo della lunghezza di 400 metri. Quest’opera che rappresentò una delle massime realizzazioni nel campo dei lavori pubblici del regno borbonico doveva determinare l’affrancazione del nostro centro marinaro dallo status di borgata di Agrigento. Nel 1853 infatti un altro re borbonico, Ferdinando II, decretava l’erezione a Comune autonomo della nostra borgata e gli dava il nome di Molo Girgenti. … Il nuovo porto, intanto, incominciava ad assolvere i compiti per i quali era stato costruito. Le esportazioni di grano e cereali superarono ogni precedente. Il raccolto granario del 1765 fu così straordinario per quantità che oltre ad essere sufficiente per tutto il regno se ne poté esportare una grande quantità nei paesi stranieri. Era però necessario che il re aprisse le tratte che fino allora, per non affamare il regno, erano state chiuse. Non mancavano taluni, incaricati di provvedere di grani le potenze straniere, di dare ad intendere a Napoli questo affinché le tratte restassero chiuse e loro così avessero la possibilità di acquistare il grano a prezzo vile, perché i produttori, non potendolo esportare erano costretti a venderlo a qualsiasi prezzo. Questo danneggiava soprattutto i baroni che erano i maggiori proprietari ed allora essi decisero di mandare a Napoli il cav. Ferdinando Gravina, fratello del principe di Ramacca, per spiegare alla Corte la reale situazione. Ferdinando Gravina riuscì a persuadere il monarca ed i suoi ministri ed ottenne la libertà delle tratte. Ottenuta questa libertà, si calcola che siano stati esportati in paesi stranieri 557.000 salme di frumento da tutta la Sicilia per cui cominciò ad abbondare il denaro, rifiorì il commercio e migliorarono le condizioni generali di vita per tutti. – Giovanni Gibilaro, I Borboni e il Molo di Girgenti, Edizioni Centro Culturale Pirandello – Agrigento, pag. 19, 20, 23, 24, 53, 54, 189. Ma queste stesse nuove tasse (1) furono di breve durata; i francesi stessi abolirono la prima; e la restaurazione nel 1815 soppresse le altre due. Se non fossero storie viete, ed in uggia ai riformatori del tempo, noi raccomanderemmo ai nostri legislatori ed a tutt’i cultori delle scienze economiche e sociali, di studiare il riordinamento finanziario del Regno di Napoli, fatto nell’anno 1815. I primi atti di quel governo esprimono tutti un principio, che non potrebbe essere giammai abbastanza rammentato ai rettori dei popoli, cioè: che le risorse finanziarie dello Stato non bisogna cercarle né nel debito, né nei nuovi tributi, ma esclusivamente nell’ordine e nella economia. Perché veramente il miglior governo è quello che costa meno. Il cav. dei Medici, che in quel tempo reggeva lo Stato, benché costretto a contrarre meglio di venti milioni di ducati di debito, non esitò un istante ad abolire la tassa delle patenti, che rendeva oltre ducati 500 mila annui; quella del registro graduale, che fruttava altrettanto, ed a scemare benanche il contributo fondiario; riforme tutte che fruttarono ai contribuenti un alleviamento di tributi di ducati 2.487.923 annui. 1. Tasse introdotte dai francesi: tassa personale, tassa delle patenti e tassa del registro graduale. – Giacomo Savarese, Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, pag. 9. Il delicato problema degli anziani fu affrontato e risolto con una vera propria riforma del sistema pensionistico varata con il decreto del primo luglio 1816 che unificò i precedenti sistemi ed istituì il “Monte delle vedove e dei Ritirati” che erogava una pensione agli impiegati civili e militari dello Stato. Gli oneri previdenziali che gravavano sul dipendente comportavano una trattenuta del 2,5% sullo stipendio, determinando il diritto alla pensione dopo venti anni. La pensione che lo Stato erogava era pari al 25% dello stipendio dopo venti anni di lavoro; al 50% dopo i venticinque anni; al 75% dopo i trenta anni; all’80% dopo i trentacinque anni; al 100% dello stipendio dopo i quaranta anni. La pensione veniva calcolata sulla base dello stipendio percepito nell’ultimo biennio. Non vi era limite di età per il pensionamento, ma semplicemente il “ritiro”. Questo tipo di pensione veniva definita di “giustizia”. Se ne affiancava un’altra, detta di “grazia”, concessa personalmente dal re per particolari benemerenza. Ai grandi invalidi per cause militari (chi era divenuto cieco o storpio in due arti) riceveva il massimo della pensione prescindendo dagli anni di servizio, mentre chi perdeva l’uso di un arto e subiva altre invalidità riceveva il mino della pensione se non aveva compiuto i venti anni di servizio, altrimenti venivano aggiunti cinque anni di anzianità, mentre per le ferite con pericolo di vita venivano conteggiati sei mesi di anzianità. Alle vedove veniva erogata una pensione pari a due terzi dello stipendio, se il marito aveva maturato venti anni di servizio ma, nella quasi totalità dei casi veniva aggiunta una pensione di “grazia”. Nel caso in cui la vedova moriva o si risposava, la pensione veniva ripartita tra i figli maschi sino al diciottesimo anno di età e alle femmine finché restavano allo stato nubile. – Francesco Maurizio di Giovine, La dinastia Borbonica – La vita politica e amministrativa nel Regno delle Due Sicilie (1734 – 1861), Ripostes Edizioni, pag. 91, 92.

Chi volesse approfondire di molto questi argomenti, può farlo anche consultando il sito www.regnodelleduesicilie.eu alle sezioni “Notizie dal Regno – Storia” e “Schegge di Storia”, quest’ultima sulla sinistra della home page.

fonte read:https://www.inuovivespri.it/2019/09/06/schegge-di-storia-22-il-sistema-pensionistico-del-regno-delle-due-sicilie-il-porto-di-girgenti/?fbclid=IwAR2S6CKFZwGVoJZFT9OwvRkh-mDtiDol6ck6NK8XV3A7br2RJAB9EUKiHVc

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10 Maggio 1734: Napoli diventa capitale di uno Stato indipendente che sarà prospero

Posted by on Mag 3, 2019

10 Maggio 1734: Napoli diventa capitale di uno Stato indipendente che sarà prospero

Il 10 maggio 1734 Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, entrò trionfante a nella città di Napoli rendendola capitale di uno Stato indipendente.

Dopo varie vicende che riguardavano la lotta per la successione alla corona spagnola tra i Borbone di Francia e gli Asburgo d’Austria, alla morte precoce e senza eredi di un Carlo II deforme e malaticcio fin dalla nascita (a causa dei matrimoni tra consanguinei), nel 1707 gli Austriaci invasero il Regno di Napoli, mentre il Regno di Sicilia, che dal 1713 fu dato a Vittorio Amedeo II di Savoia, nel 1720 passò ancora agli Austriaci, che riuscirono dunque a riunire sotto un’unica corona il territori del Mezzogiorno d’Italia. Gli Asburgo, che avevano promesso al popolo e alla nobiltà napoletani che sarebbero stati governati in un regno indipendente, senza essere una semplice provincia austriaca, smentirono tale proposito deludendo gran parte di coloro che speravano nell’indipendenza stessa, creando un certo smembramento all’interno del Regno di Napoli.

La parentesi austriaca tuttavia durò poco, perché il figlio del Re di Spagna prese il Regno di Napoli, come abbiamo detto, nel 1734, entrando a Napoli il 10 Maggio. Il pretesto dello scontro armato tra Spagna e Austria fu ancora una volta la successione a una corona, stavolta quella polacca, che all’epoca non si trasmetteva ereditariamente, bensì era elettiva. Una prima elezione fu resa nulla a causa della mobilitazione delle truppe armate da parte della Russia, alleata dell’Austria, e così alla seconda fu scelto come Re Federico Augusto II, sostenuto proprio da queste due potenze. La Francia e il Regno di Sardegna, allora, mossero guerra all’Austria, e in seguito a difficili trattative nell’alleanza rientrò pure la Spagna, grazie soprattutto a Elisabetta Farnese, la madre di Carlo, che desiderava per il figlio quella che definì “la più bella corona d’Italia”. In seguito i rapporti tra la Spagna e gli alleati si incrinarono, e Carlo partì per Napoli da Parma, dando contestuale ordine di trasferire l’imponente collezione Farnese, di sua proprietà, e che ancora oggi possiamo ammirare tra Capodimonte e il Museo Archeologico di Napoli, prevedendo un possibile tradimento dei Francesi e dei Piemontesi.

Dopo la discesa dello stivale, il passaggio autorizzato dal Papa attraverso lo Stato della Chiesa e le prime conquiste, don Carlo entrò a Napoli il 10 Maggio 1734, festeggiato dal popolo stanco della dominazione austriaca e dai nobili, i quali vedevano rinnovate le speranze di indipendenza. Le resinstenze austriache, tuttavia, erano tutt’altro che domate, e gli Spagnoli dovettero conquistare le roccaforti una ad una: il 26 maggio ci fu la storica battaglia di Bitonto, vicino Bari, dove ancora si svolge la rievocazione degli avvenimenti dell’epoca, in ricordo del punto di avvio di una nuova prosperità per il Mezzogiorno, fino al 24 Novembre, con la caduta di Capua. Nel 1735 Carlo scacciò gli Austriaci anche dalla Sicilia, venendo incoronato Re di Sicilia il 1735, a Palermo. I due Regni saranno poi uniti anche formalmente nel 1816 dal figlio di Carlo, Ferdinando, dando vita al Regno delle Due Sicilie. A Napoli, secondo l’investitura papale, fu Carlo VII, in Sicilia Carlo III, però egli scelse di non usare nessuna titolatura perché i sovrani precedenti regnarono da un trono straniero: il Re identificò se stesso, a questo punto, semplicemente come “Carlo”.

Don Carlo, il buon Re, fu un sovrano amato dal popolo e che amò il popolo, tanto che, dovendo abbandonare Napoli perché la corona spagnola nel 1759 era rimasta senza eredi, se ne andò palesemente controvoglia; in Spagna divenne Carlo III, non essendoci, questa volta, alcuna diatriba circa la numerazione. Nel frattempo Carlo aveva avviato una serie di interventi

che faranno prosperi i suoi regni, e di Napoli una delle principali capitali d’Europa. Inaugurò gli Scavi Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia, oltre alle costruzioni del Teatro di San Carlo, le Regge di Portici e Capodimonte, il Foro Carolino (l’attuale Piazza Dante a Napoli), la Reggia di Caserta, gli Alberghi dei Poveri a Napoli e Palermo, oltre ad altri diversi interventi in tutti i suoi territori, in particolar modo di tipo amministrativo e politico. Il riportare alla luce le città sepolte dal Vesuvio creò grande entusiasmo in tutta l’Europa, vale a dire in tutto il mondo, e Napoli divenne la meta finale e più preziosa del Gran Tour; lo stesso Re Carlo si recava spessissimo a controllare lo stato degli scavi, e portava sempre al dito un anello che aveva trovato a Pompei, l’anello che poi restituirà in quanto di proprietà del popolo napoletano, quando se ne partì per la Spagna. Imparò la Lingua Napoletana per essere in grado di capire e comunicare con il suo popolo e, secondo una leggenda, in Spagna portò con sé anche un po’ del sangue di San Gennaro.

Francesco Pipitone

fonte https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/storia/89928-10-maggio-1734-napoli-diventa-capitale-uno-indipendente-sara-prospero/?fbclid=IwAR3juovhqjiw2RQDh-VrPonG9Pdjbb9XUoqQ8hUfP0uzQ_gkOmhV9vS6ofU

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