Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Leonardo da Vinci, primo uomo moderno, nel rumore e nel furore di Alfredo Saccoccio

Posted by on Ott 17, 2019

Leonardo da Vinci, primo uomo moderno, nel rumore e nel furore di Alfredo Saccoccio

   Che mancava alla tavolozza di Leonardo da Vinci per essere definitivamente l’uomo del suo secolo ? E’ conosciuto il suo  talento proteiforme : pittore, scrittore, inventore, curioso di tutto e pronto a dissodare nuovi campi. In compenso, si sa meno che l’arte di guerra figurasse anche al rango delle sue preoccupazioni. Grazie a Pasqual Brioist, maestro di conferenze all’università François- Rabelais di Tours, un altro Leonardo si delinea, che “adora le battaglie”, le tempeste, il diluvio”, annota l’autore citando Paul Valery.

   Leonardo da Vinci guerriero. L’immagine rinvia spontaneamente alle sue macchine da guerra, frutto di una perfetta padronanza dei materiali, in forza delle “torsioni dei fili”, dell’ “elasticità del legno”, o ancora il gioco dei contappesi e delle leve. Però, prima di sapere se l’interessato ha immaginato o no il carro armato,  Pasqual Brioist racconta in “Léonard de Vinci, homme de guerre”, per i tipi dell’editore Alma, le fonti che l’hanno ispirato : ai libri e ai lavori matematici si sovrappongono alcune figure tutelari, come Valturio, segretario della curia romana sotto Eugenio IV, protettore di umanisti e di artisti, nello stesso tempo che appassionato di tecnica militare. Già il miscuglio, fruttuoso, dei generi.

   Questi spiriti inventivi non hanno solo la testa chinata sulle tavole da disegno e sulle stampe; essi vivono spesso al massimo delle realtà belliche del Rinascimento italiano, in un’epoca in cui il pontefice si muta talvolta in capo di guerra. In questo, l’opera di Pascal Brioist mostra bene come la fecondità artistica sposa i meandri della politica.

                                              Condottiero

   Un paradosso ? Leonardo da Vinci stesso è un paradosso, che denuncia  l’orrore dei combattimenti  elencando “i nomi delle armi bianche dell’Antichità latina” e disegnando “ordigni pià abominevoli ancora”. Leonardo uomo di guerra ha costruito la sua carriera nel solco di Cesare Borgia, l’altro personaggio centrale di questo libro, “principe”  ideale che incarna in sè, senza debolezze, la spietata logica del potere, che deve essere conquistato e mantenuto usando l’astuzia e la violenza, quando è necessario.  Come “questo condottiero capace di deviare il corso della Storia”, figlio bastardo del papa Alessandro VI  e di Vannozza Cattanei e  roso d’ambizione, ha potuto scegliere un artista per guidare i suoi ingegneri? Occorrono parecchi capitoli a Pierre Brioist per dipanare la matassa : questo viaggio in balìa degli assedi e delle fortezze ci conduce attraverso tutta l’Italia.

   La guerra è bella sotto Leonardo da Vinci ? Quest’altra domanda  che si pone l’autore  si nutre di alcuni episodi-fari : nel maggio del 1518, l’inventore  organizza un simulacro di battaglia al fine di celebrare la vittoria di Marignan. Si cannoneggia sotto l’occhio della corte. Colori e ferocia, ancora una volta.

   In ultima analisi, possiamo dire che Brioist, in questo saggio illuminante, ci svela  un Leonardo davvero inedito e i princìpi che ispirarono la sua attività, essendo riuscito ad entrare all’interno delle macchine e della mente del genio fiorentino, per ammirarne tutta la creatività e la straordinaria capacità di anticipare i tempi, avendo avuto, un secolo prima di Galileo, l’idea di utilizzare il pendolo degli orologi e, sempre con un secolo di anticipo, il suo studio del moto dei proiettil è più corretto della perfetta parabola immaginata dallo stesso Galileo, per cui possiamo definire Leonardo il primo uomo antimoderno, almeno nel senso di un modello cui tornare ad ispirarci per uscire dalle intollerabili conseguenze odierne delle lacerazioni fra scienza, poesia, arte, fantasia, morale, e tra uomo sociologico, uomo ideologico, uomo etico, poeta.

   Alfredo Saccoccio

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Itri, luogo di poetiche montagne e di strane avventure di Alfredo Saccoccio

Posted by on Ott 9, 2019

Itri, luogo di poetiche montagne e di strane avventure di Alfredo Saccoccio

  Il 1765 l’abate Gabriel-François Coyer, che scrive ad una sua Aspasia, pubblica a Parigi, in forma epistolare, “Voyages d’Italie et d’Hollande”, in due volumi. Gesuita, membro dell’Accademia di Nancy e della Reale Società d’Inghilterra, l’autore partecipò attivamente alla vita politica e militare, dopo aver sconfessato i voti. L’opera fu assai apprezzata. Egli diede di ogni città notizie descrittive anche sugli usi e costumi del popolo. Nel primo volume, a pag. 255, allude alla possibilità “di essere svaligiato” a Napoli, rischio che avrebbe corso ad Itri e nelle gole di Fondi.

   Lo storico ed erudito antiquario Biondo Biondi, meglio conosciuto come Flavio Biondo, in “Italia illustrata” (1448-53) mira ad una descrizione geografica, archeologica e storica dell’Italia, secondo le singole regioni, solo 14 su 18 del piano progettato, escludendo le isole.   Grandissima fu l’influenza che il Biondo ebbe nel suo tempo, ma anche in quelli successivi. Per almeno un secolo, non ci fu autore  di discipline storico-antiquarie che non lo utilizzasse o non ne facesse riferimento, perché importanti furono gli spunti proposti dall’umanista. Per il forlivese, Itri era “patria de Lamuri cittadini Romani, … e queste diece (sic!) miglia sono di strada insilicata antica posta fra le montagne, ma amene, e culte di vigne, di oliveti, e di belli altri pastini”.

   Il poeta Quinto Orazio Flacco, l’asceta del Prese  \nte, del “carpe diem”, senza essere uno spensierato gaudente, un edonista scaltro, dell’ “aurea mediocritas” e del “modus in rebus”, racconta in una satira, la quinta del libro primo, dalle impressioni vivaci, con ricchezza di particolari interessanti, un suo avventuroso viaggio, fatto  nell’autunno del 37 a, C,, assieme al retore greco Eliodoro, “un pozzo di scienza” e ad altri  amici; un viaggio non comodo  né tranquillo, durato circa quindici giorni, al seguito del raffinato e sagace Mecenate, in una missione diplomatica. Il tragitto era da Roma a Brindisi, lungo la tanto celebrata arteria romana, proclamata da Stazio “nobilis”, dove l’amico di Augusto, protettore ed amico di Orazio e di Virgilio, si recava per preparare l’accordo fra Ottaviano ed Antonio, che parve dar tregua al contrasto tra i due contendenti, con il riservare al primo l’Occidente e all’altro l’Oriente. Un viaggio, quello del figlio dell’alpestre Venosa, di circa 550 chilometri in 15 giorni, percorso quasi tutto in vettura, eccetto il tratto pestifero di Forappio, l’odierno Borgo Faiti, fatto per alaggio, su “sandalo”, chiatta tirata, lungo la riva, da una mula … Nel 4° giorno, il percorso in terra aurunca era Terracina – Fondi – Formia, per complessive 24 miglia.

   A stancare il poeta venosino, dovette contribuire la ripida salita di Sant’Andrea, lunga circa tre miglia, la parte malagevole della Via Appia, dove si produceva il Cècubo, il più celebre vino dell’antichità romana. Simile produzione si faceva su quella parte del territorio, che, dalla salita di Itri, si distende verso il mare di Sperlonga sino alle vicinanze di Gaeta. In questa striscia di terra, vi allignavano anche messi abbondanti. Nelle parti incolte, piene di fichi, di allori, di mirti e di lentischi, che molto servivano per la concia delle pelli di animale, si trovava, tra le pietre, il traslucido alabastro, usato per far  vasi, statuine, decorazioni e, in lastre sottili, per la chiusura di finestre, particolarmente nelle absidi delle chiese. Nonostante la fatica dell’attraversamento della gola di Sant’Andrea, Orazio dovette provare un estremo piacere per la posizione amena di Itri e pensato, almeno per un momento, al tanto decantato Cecubo, prodotto dai vigneti delle campagne e delle colline itrane.  

   Arnold von Buchell, detto Buchellius, futuro storico dei Paesi Bassi, percorse la Via Appia verso la seconda metà del Cinquecento. Il giovane fiammingo, partito dall’Urbe il 7 febbraio 1588, accompagnato da Montfort, giunse a Terracina quattro giorni dopo osservando templi, fortificazioni ed edifici lungo l’Appia, dalla superba struttura.  Nel libro “Iter neapolitanum” egli accenna al castello di Itri, posto in amena posizione, sulla via Appia, con colli rivestiti di olivi, di fichi, di viti, dove, nel 1535, morì il carduinale Ippolito de’ Medici, vicecancelliere della Chiesa, avvelenato dai sicari di Alessandro de’ Medici, duca di Firenze, suo cugino.

   J. de la Roche, “Voyage d’un amateur des arts en Flandre, dans les Pays BaS, en Italie, dans la Suisse, fait dans les années 1775, 1776, 1778”, Amsterdam, 1783, visitò l’italia nel 1775 mirando gli edifici e i monumenti antichi e moderni. Egli osserva che “Prima di giungere a Mola di Gaeta, si è attraversato le cittadine di Fondi e di Istrie (sic!). Da allora in poi “la strada diviene migliore & la campagna meglio popolata, meglio coltivata…”.

   Nel gennaio del 1645 è la volta di un viaggio dell’insigne naturalista inglese John Evelyn (1620-1706), autore del “Diary of J. E.”, edito a Londra solo nel 1818, celebre opera di cui gli studiosi del Seicento inglese non possono più fare a meno, che non ci rivela nulla di ignorato, non rettifica errori, ma non dice sciocchezze, non scende a frivolezze nel parlare della nostra patria, tanto ricercata dai viaggiatori stranieri, antichi e moderni, e tato bistrattata nei loro giudizi, di solito superficiali, e, spesso, anche balordi. Quello del figlio della fredda Albione è l’itinerario di un uomo di spirito e quello del Goethe l’itinerario di un uomo di genio. Il gentiluomo di campagna, della contea di Surrey, vissuto in un’epoca avventurosa, turbolenta, irrequieta, tumultuante, piena di vergogne e di glorie, di Carlo I, di Cromwell, di Giacomo II e di Guglielmo III d’Orange, rivolge uno sguardo al Monte Cecubo, famoso, in epoca romana, per il suo vino e prosegue sull’Appia, copiosa di melograni, di aranci, di mirtilli e di arbusti di vario genere,che per lui, appassionato cultore di botanica, rivestivano un’attrattiva particolare e che si impressero nel suo spirito.

   Sul finire del XVII secolo, precisamente nel 1688, lo scrittore francese François-Maximilien Misson (1650?-1721), Consigliere al Parlamento di Parigi, scrisse “Nouveau Voyage d’Italie”, edito nel 1691 a La Haye, opera in tre volumi, in forma epistolare. Prima, ad Itri, “piccola Città su una roccia a sei miglia da Fondi”, il Misson nota, in vari luoghi, enormi alberi che portano silique lunghe mezzo piede o quasi, “grosse come baccelli di fave”, che, una volta seccate, hanno il gisto del miele che si accosta abbastanza a quello della manna.

   Per capire la rilevanza del libro, la guida più “classica”, presa come riferimento da Goethe e da Montesquieu, basta ricordare la disperazione del de Brosses, quando la polizia dello Stato Pontificio glielo sequestrò. Questa guida della Penisola, di un’Italia dei bei paesaggi, delle rovine e degli aranci, conobbe una fortuna europea, con numerose edizioni, e fu la precorritrice del Baedeker o del Joanne. Essa è in realtà un libello anticattoloco, ricco di pregiudizi anticlericali, antipapista, dei più efficaci, un antipellegrinaggio che inventaria fino allo smarrimento le prove della superstizione popolare incoraggiata dalle élites. La scrittura del viaggio, allora, mette la religione alla prova. Lungi dal verificare la pertinenza di un luogo, essa si studia di sciogliere i legami fallaci che incatenano le coscienze.

   Non tutte le testimonianze dei viaggiatori sono positive sul nostro territorio : il primo presidente del Parlamento di Digione, Charles de Brosses (niente a che vedere con il filetto di manzo ai ferri), tra il 1739 e il 1740, pur ammirando il panorama goduto a Mola di Gaeta ed apprezzandone i vini, si lamenta dell’aria insalubre respirata nella piana di Fondi, “un brutto borgo, infossato nella gola delle montagne, dove non si trova né pane né companatico, incidente molto consueto e doloroso lungo questa strada”. Da “Lettres familières écrites d’Italie en 1739-40” riportiamo un brano del suo viaggio nella nostra zona : “Di buon mattino abbandonammo (Fondi, n, d. r.) senza rimpianti e, passando per Itri altro villaggio di misero aspetto, arrivammo a Mola di Gaeta, cittadina molto attraente, amabilmente situata e in bella vista sul bordo del mare”,

   Il borgognone Charles de Brosses, indipendente e frondista, dunque votato all’esilio, parrando per Itré (sic!), lo giudica un “villaggio di abbastanza cattivo aspetto”.

   Scorrendo le pagine di “Lettres familères écrites d’Italie en 1739-40”, tomo II, anno VII della Repubblica, opera postuma, uno dei più gustosi libri sull’Italia del Settecento, le cui osservazioni sono sotto forma epistolare, troviamo un’immagine viva, palpitante, di un Paese reale, saldamente unito sotto il segno dell’arte, della bellezza, della musica, utilizzando i cinque sensi per comprendere appieno l’Italia, per la quale la sua  ammirazione si rinnova ad ogni attimo, stregato, com’era, dal Bel Paese.

   Sono pagine guizzanti per brio ed acutezza quelle del magistrato, un erudito molto stimato dallo Stendhal, che lo considerava un mito come Mozart e Cimarosa nel campo musicale, allo stesso livello del Correggio in quello della pittura. Fu de Brosses a fare del “Grand Tour”, prima di Winckelmann e di Goethe, più che un’indispensabile tappa alla formazione del perfetto gentiluomo, una prova iniziatica ed un rito di passaggio.  Per questo motivo, il suo diario, 58 tessere che formano il libro, rappresenterà, agli occhi di Beyle, un autentico archetipo esistenziale e un antidoto salutare contro la volgarità contemporanea.

   Questo francese, dalla solida formazioe erudita, “savante”, tipica dell’alta magistratura transalpina, con una forte rete di relazioni, non ricercava tanto, come fine ultimo, la verità, ma il proprio diletto. Questa è, almeno, l’impressione che il de Brosses  ci offre di sè a trent’anni, prima di diventare l’illustre “presidente”, all’epoca del suo celebre “tour” italiano, trentacinque anni dopo Addison. Da una decina d’anni celebri filosofi, quali Montesquieu e Berkeley, avevano attraversato la penisola. Lo sguardo che anima quest’uomo sensuale ed edonista appare vivo, spregiudicato, inquieto, curioso e mobilissimo, per cui il diario  della sua esperienza ci regala un prezioso caleidoscopio di notizie e di immagini sulla vita italiana nel XVIII secolo, in un’Italia aristocratica, nel fiore della decadenza, ma ricca di una suprema gioia di vivere, tra belle donne, belle arti e belle note musicali.

Alfredo Saccoccio  

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ALFREDO SACCOCCIO SU ANTONIO GASPARONI di SONNINO

Posted by on Ott 6, 2019

ALFREDO SACCOCCIO SU ANTONIO GASPARONI di SONNINO

Adrien Paul, “Les Mal-vivants ou Le brigantage moderne en Italie”, Paris, Librairie Centrale, 1866

                                                       “ PREFAZIONE”

Alcune parole sull’eroe di questa storia e

su parecchi celebri briganti che l’hanno preceduto

nella carriera.

Antonio Gasparoni è il più famoso tra i numerosi capi di banditi di cui possono “glorificarsi” gli Stati romani. Egli supera di molto nella memoria del popolo tutti i suoi predecessori, ivi compreso anche l’illustre  Fra Diavolo. Inoltre, notevole vantaggio che  ha su questi, egli è vivente. Con suo grande rincrescimento, senza dubbio, egli non può più esercitare, ma a Civita Castellana , nel bagno penale in cui il governo pontificio gli accorda l’ospitalità, ha il piacere di ricevere  la visita di molti curiosi, ed anche di alcuni ammiratori.

   Avremmo ben voluto  contarci tra i primi quando, recandoci da Roma a Perugia, passammo per Civita Castellana; ma non avevamo appena che un’ora a nostra disposizione, il tempo giusto per visitare correndo questa cittadina appollaiata su un’alta collina ove fu l’antica “Falerii”, per ammirare il ponte gettato da Clemente XI a centocinquanta piedi al di sopra del Rio Maggiore, e per costeggiare le mura nude e grigie di questo ergastolo che la presenza di Gasparoni ha reso famoso.

   Più fortunato di noi, l’autore di “Rome contemporaine” ha potuto penetrare fino a questo re del banditismo. Egli ne schizza il ritratto in quest’opera.

   Fra i compagni di Gasparoni, che sono ora nel numero di quattordici, si trova l’autore della storia che andiamo a mettere sotto gli occhi del lettori, facendole subire, beninteso, tutte le modifiche di stile e di narrazione giudicati da noi necessari, ma senza aggiungervi un solo fatto che possa alterarne la sincerità primitiva.

   Tutto porta effettivamente l’impronta di una sorta di ingenuità in questa storia del crimine tracciata da una mano criminale. Il “redattore”, come si qualifica, Pietro Masi, aveva venticinque anni quando, in seguito ad un’azione che chiama la sua “sfortuna” e sulla quale non si spiega altrimenti, raggiunse la montagna e fu ricevuto nella banda di Gasparoni.

   Diciotto mesi dopo, nel 1825, egli deponeva le armi e condivideva la sorte dei suoi compagni; è a dire che, da quel tempo, è restato prigioniero. Pietro Masi ha dunque oggi passata la sessantina. Più fortunato del suo capo, che è completamente illetterato, egli ha messo a profitto una abbastanza notevole istruzione, acquisita Dio sa come, e ha scritto le proprie “Memorie”. Queste sono venute nelle nostre mani per le vie più semplici del mondo. Un giorno d’estate,a Bade, esprimevamo dinanzi ad alcune persone il rimpianto di non aver visto Gasparoni, al momento del nostro passaggio a Civita Castellana. Il nostro amico, M. B. …che era presente, ci disse: “Non posso qui procurarvi la soddisfazione di trovarvi faccia a faccia con questo eroe del brigantaggio, ma posso fare forse meglio di questo. Domani conoscerete la sua vita intera, dall’alfa all’omega. Sono passato, anch’io, a Civita Castellana;  sono penetrato nell’ergastolo di paese (regionale) ove Gasparoni espia i suoi misfatti, e ho comprato dal suo segretario un grosso manoscritto in cui sono riferite con una cura quasi meticolosa tutte le azioni della banda che eglui comandava”. L’indomani, effettivamente, ricevetti il manoscritto annunciato.

E’ un grosso volume, molto grande in 8°, di 575 pagine, di una scrittura lunga ma serrata. La prima di questa pagina porta il titolo seguente: “Storia di Antonio Gasbaroni(1) ; -De Sonnino, capo dei briganti molto famigerato(2) nello Stato del papa, provincia di Frosinone, e di tutto il brigantaggio;-Scritto da Pierre Masi, di Patrica, uno dei suoi compagni nelle prigioni di Civitacastellana”, 1856.

(1)Per Gasparoni . Più ci si avvicina a Napoli, più la pronuncia diviene molle.

(2Rinomato.

Viene dopo, disegnato e colorito dallo stesso Pietro Masi, il ritratto, in grande costume, di un capobanda o di un anziano(3). Non è precisamente lo scintillante abito che porta il signor Montaubry in “Fra Diavolo”, ma non è privo di eleganza. Il confortevole pantalone vi sostituisce i pittoreschi calzoni.

(3Ogni banda si componeva di un capo, di un certo numero di veterani del crimine, ai quali i loro lunghi “stati di sevizio” conferivano vantaggiosi privilegi, e che si chiamavano “anziani”, e infine di una quantità illimitata di “novizi”, non avendo che poco tempo di “malvivenza”, e che, portando i viveri, l’acqua e le altre provvigioni, non avevano diritto che a una porzione limitata di bottino

Masi si consacra poi una sorta di avvertenza nella quale non annuncia assolutamente niente su di lui, se non che egli ha commesso un “guaio”, che si è rifugiato presso i briganti, e che è stato messo al bagno penale; tre avvenimenti di cui ha molti rimpianti. Abbiamo a che fare effettivamente con un brigante molto penitente, che detesta le sue colpe, e che accetta in definitiva, come la loro giusta espiazione, il castigo che subisce dopo lunghi anni.

Geloso di possedere sui suoi precedenti alcuni particolari più circostanziati, abbiamo pregato un uomo che ci onora della sua amicizia, un ufficiale superiore dell’esercito francese a Roma, di trovare un mezzo qualunque per ottenere da Masi quello che desideravamo. Masi, dinanzi ad alcuni “argomenti  irresistibili” non si è affatto fatto tirare l’orecchio per scrivere una lettera di quattro pagine della sua più bella scrittura; ma questa lettera, che ci è stata inviata, non ci ha comunicato niente di più di quello che già conoscevamo, da sapere che Masi,gettato per un atto di vendetta qualunque in mezzo ad una truppa di banditi ignoranti, differisce dai suoi compagni  per un’istruzione realmente superiore.

Non solo egli parla puramente l’italiano, ma anche scrive abbastanza intelligibilmente il francese, e possiede il suo latino sulla punta del dito. Ad ogni istante, frammischia la sua narrazione di riflessioni tratte dalla Bibbia, dal Vangelo e dai Padri (della Chiesa). Egli sa se la storia antica e soprattutto la storia santa. Quando nomina un prelato o un cardinale, è sempre con deferenza.

   Da tutto questo sembra risultare che, in una contrada ove fattori, notai, medici e funzionarii non ne sapevano molto di più gli uni degli altri, Pietro Masi doveva essere qualche poco chierico; Ma non oseremmo affermarlo. E’ del resto uno spirito molto netto, molto esatto. I giorni, le ore, i luoghi, i fatti, i documenti ufficiali, tutto è riportato con una cura scrupolosa.”

(Da Adrien Paul, “Les Mal-vivants ou Le brigantage moderne en Italie”, Paris, Librairie Centrale, 1866, pp. 1-6, tradotto da Alfredo Saccoccio)

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Francesco Petrarca sul Ventoux di Alfredo Saccoccio

Posted by on Set 26, 2019

Francesco Petrarca sul Ventoux di Alfredo Saccoccio

Nella prima lettera del quarto libro delle “Familiari” (raccolta di 350 lettere), dedicate al fiammingo Ludovico di Kempen, Petrarca racconta l’ascensione, da parte sua e del fratello Gherardo, in data 26 aprile 1336, alla vetta del Monte Ventoso in Provenza, da cui si schiudono ariose visioni paesaggistiche. Primo inciampo : un vecchissimo pastore cercò di dissuadere lui e il suo compagno dall’andare innanzi. Cinquant’anni prima egli vi era salito, ma non ne aveva riportato che delusione e le ossa rotte, come poi, tra cinque secoli, il poeta provenzale Frédéric Mistral. Altri non c’erano stati prima di lui, né dopo. A che fare? Né pascolo, né alberi, né fiori, né acqua, né legna lassù Tornassero indietro ! I poeti sono poeti anche per questo. Ostacoli e consigli di prudenza servono solo a farli più ostinati nella loro ostinazione.

I due giovani e intrepidi alpinisti seguitarono per la loro strada, tra sassi e sterpi. Seguitarono cioè a cercarsi una strada, che non c’era. E più il vecchio pastore li inseguiva con le sue grida perché tornassero, più quelli affrettavano il passo. Gli lasciarono quanti abiti avevano pesanti ed ingombranti. Ben presto, però, cominciarono i guai. Gherardo, più svelto, meno affaticato da gravi pensieri, con i piedi sopra la terra, trovò presto la via giusta e si incamminò a gran passo verso la vetta del monte, che prende il nome dal terribile vento del Gard. Francesco. Un granello di follìa prese Francesco, che a passi moderati, com’era suo costume, volgendosi di qua e di là, curioso di ogni aspetto della natura, il capo nelle nuvole e in petto la musica delle sue dolci rime, se ne andava per i sentieri più lunghi e tortuosi, aggirando il monte, scendendo anziché salire, risalendo, ridiscendendo, perdendosi tra forre e dirupi.

Di lassù il fratello lo chiamava a gran voce e rideva. Si fermò ad aspettarlo, ma lui faceva del suo meglio per sbagliar direzione e disorientarsi. E sbagliando, disorientandosi, ritrovandosi ogni volta più in basso, faceva le sue meditazioni sulla vita beata, che, invece, sta in alto. Ecco, salire bisogna di virtù in virtù (di colle in colle) verso la divina perfezione. Faticosa è la strada, ma certa : basta levare gli occhi al cielo e seguire con i piedi gli occhi. Troppo la sua vita se n’era andata errando tra piaceri terreni e bassi. Ora è tempo di sollevarsi, anima e corpo, verso la beatitudine. Questo pensiero valse a ridargli lena. Forse del tempo, ci lasciò il fiato, ma, infine, trovò anche lui la scorciatoia per raggiungere il fratello e la vetta, alta 1912 metri, che i montanari chiamavano allora il Figliolo, come oggi la chiamano i ciclisti. Il duro roccione a picco era scalato. L’aria frizzante e il bel sole del giovine aprile riempì di letizia l’animo dello scalatore, di vigore le ginocchia, di respiro i polmoni.

Ivi i due fratelli riposarono alquanto e si ristorarono con le provviste portate nel sacco. Ripreso fiato, il poeta volse gli occhi verso l’Italia, che non poteva vedere, sbarrata dalle Basse e Alte Alpi, ma la salutò a gran voce con quel grido che tutti ricordate. Dall’altra parte, laggiù verso il sole, gli parve di scorgere il Mar Tirreno , che è anche il mare d’Italia. Ma forse, se Dio non gli aveva donato una vista miracolosa, era soltanto un’illusione, un desiderio. E pregò il fratello, minore d’età, d’animo mite ed obbediente, di lasciarlo solo a meditare. Francesco tirò fuori il suo Sant’Agostino, che si portava sempre in tasca, lo aprì alla pagina che gli si confaceva : “Gli uomini vanno a mirare le altezze dei monti, le onde enormi del mare, le lunghe correnti dei fiumi, la distesa dell’oceano, il girar delle stelle, ma abbandonano se stessi”.

Gherardo lo lasciò solo perché voleva anche lui star solo, con le meditazioni sue, le quali erano meno letterarie di quelle del maggior fratello, ma ascetiche e sincere. Come si vedrà fra poco. A notte fonda, se ne tornarono alla capanna di Malaucène, un villaggio di quattro o cinquemila montanari, posto a 750 metri, sul versante ovest, da cui comincia, per altri 1200 metri, l’arrampicata per il Ventoso.

Da qui, all’alba, erano partiti. Sani, salvi e allegri come due fringuelli, con meraviglia e rispetto del vecchio pastore. Il fratello Gherardo, di lì a poco, si fece frate chiudendosi nel convento di Montrieux. Era stato innamoratissimo di una giovane e bella donna, che vide morire. La cultura italiana ed europea, seppure entro archi cronologici differenti, elessero il Petrarca latino a modello massimo. Egli gode tuttora di una straordinaria fortuna critica ed editoriale. D’altronde Francesco è un grande poeta, un grandissimo letterato, sublime scrittore in volgare, vario, raffinato, rigoroso scrittore in latino.

Alfredo Saccoccio

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L’arte e la politica di Alfredo Saccoccio

Posted by on Set 18, 2019

L’arte e la politica di Alfredo Saccoccio

     Il 28 luglio 1830, un giovane pittore di trentadue anni, già conosciuto, marcia in Parigi sollevata da una sommossa. In agosto, egli scrive :”Siamo stati tre giorni nel mezzo della mitraglia  e delle fucilate, poiché  ci si batteva dappertutto. Il semplice passeggiatore come me aveva la possibilità di buscarsi una pallottola né più né meno quanto gli eroi improvvisati che marciavano contro il nemico con pezzi di ferro muniti di manici di scopa”. E in ottobre : “Per lo spleen, esso se ne va grazie al lavoro. Io ho intrapreso un soggetto moderno, “Una barricata”… Ciò mi ha rimesso di buon umore”.

   “La liberté guidant le peuple”, di Delacroix, è questa barricata. E’ probabilmente, con il “Guernica” di Pablo Picasso, una delle più grandi riuscite della pittura della Storia. Un’insurrezione o una distruzione nella realtà trovano la loro corrispondenza in pittura. Il caso è raro, si dovrebbe chiedersi di puiù perché. Nessun dubbio che Victor-Marie Hugo, per esempio, “vedeva” questo quadro quando scriveva più tardi “ I Miserabili”. Gavroche, sì, eccolo, la pistola in mano. E’ la colpa a Voltaire, è la colpa a Rousseau. La Repubblica discende dal Parnaso, i seni nudi, come una figlia del popolo. La libertà consiste nel saper vivere e parlare nello stesso tempo che  si svolgono gli avvenimenti. “una cosa vista” da Hugo sarà così  molto più di una cosa : “Si entra più profondamente nell’anima dei popoli e nella storia interna delle società umane per la vita letteraria che per la vita politica”. Ed anche : “Il più eccellente simbolo è la pietra. Si marcia sopra  fino a quando essa non vi cada sulla testa”. E ancora : “In Francia c’è sempre una rivoluzione possibile allo stato di calorico latente”.

    Straordinario Ottocento, che termina senza dubbio sotto i sotto i nostri occhi nella commemorazione grigiastra del Maggio  ’68. Il dipinto di Delacroix, come per caso, sarà stato  il penultimo biglietto francese di 100 franchi prima del passaggio all’euro, via il seppellimento colorizzato di Cézanne. Noi accumuliamo i racconti realistici affrettati, le testimonianze abborracciate, le foto, le pellicole, e non esce da questa messinscena che una penosa impressione di bianconero, di polvere evacuabile sotto le lastre pubblicitarie. Nel 1830,  alcuni giganti sono là.  Sono ancora là nel 1848. Sempre là dopo la settimana sanguinosa del 1871. Grande silenzio. E poi il surrealismo e poi il ’68.  In questo mese, Malraux tituba, Sartre se la cava giustamente (“Sii breve”), Aragon scopre che ha peso il proprio tempo a “Mosca la decrepita”. Risorgono delle barricate, la poesia è nella strada, si libera l’amore.  E poi silenzio. Si è là, cioè, insomma, non più lontano dalla tesi 162 de “La Società dello spettacolo”, di Guy Debord,, libro  che resta da leggere : “Sotto le mode apparenti che si annullano e si ricompongono alla superficie del tempo pseudo ciclico contemplato, il grande stile dell’epoca è sempre in quello che è orientato dalla necessità evidente e segreta della rivoluzione.”

   Il grande stile ? Esso non è obbligatoriamente 2Rivoluzionario”, come lo prova, per esempio, la strana attualità di Chateaubriand. Pronunciate il suo nome e tutti si anima. Pivot non sta più nella pelle, Jean d’Ormesson freme da una estremità all’altra, Marc Fumaroli diviene lirico e pronuncia anche il nome di Lautrémont dinanzi a un Michel Rocard sbalordito. Come ? Chateaubriand avrebbe influenzato Lautrémont ? Eh, sì. Questoe non ha impedito a Lautrémont, giustamente, di classificare Chateaubriand nelle Grandi Teste Molli della sua epoca, soprannominandolo “il Mohicano Malincolico”.  Ci si sovviene  senza dubbio che  Victor-Marie Hugo è “Il Funebre Spilungone verde”, George Sand “l’Ermafrodito circonciso” e Lamartine “La Cicogna lamentosa”. Ecco dei regolamenti di conti al vertice, se si può dire. Ed essi sono tanto ben letterari quanto politici. Mitterrand ammirava Lamartine ?  Non ci si stupisce quando si leggono i suoi poveri tentativi poetici (e il primo romanzo di sua figlia, ove figura la molto imprudente dichiarazione   

che dice che la gioventù odierna avrebbe 68 “dietro di sè”, non ci fa avanzare di un passo fuori dalla convenzione più ammuffita).

   Ciò non impedisce che Chateaubriand, Lamartine, Hugo (senza parlare degli altri) sono gigantesche barricate, da soli, contro l’ignoranza, la stupidaggine e la regressione in corso. “La Vie de Rancé” e le “Memprie d’oltretomba” non hanno una grinza, l’azione politica di Lamartine è sempre tanto sorprendente, le annotazioni più brevi di Hugo valgono oro. E’ Baudelaire che parla del “brio di incredulità” di Delacroix, aggiungendo : “Il cielo gli appartiene, come l’inferno, come la guerra, come la voluttà.” Anche Meissonnier aveva fatto una barricata, ma è quella di Delacroix che si sentirà sempre.

   Lamartine, è buffo, era francamente megalomane. Egli si prendeva anche per il Messìa : “E’ evidente che Dio ha la sua idea su di me, poiché io sono un vero miracolo ai miei occhi. Io non posso comprendere altrimenti che per un soffio di Dio, l’inconcepibile popolarità di cui godo qui.” Ciò detto, ecco un poeta che, nel febbraio del 1848, ha tenuto Parigi nella sua mano. Cattiva poesia, azione efficace. La formula “la Francia si annoia” è anche di lui. Sul giornalismo e la libertà della stampa, sull’insegnamento, sull’abolizione necessaria della pena di morte, molte delle formule felici sono da ricordare (era un eccellente oratore). La sua “Storia dei Girondini”  ha cullato la mia infanzia. La sua difesa della bandiera tricolore contro la bandiera rossa vale la svolta. IL 25 febbraio, avete questa scensa stupenda :  Lamartine, fondatore della Repubblica, accogflie Hugo all’Hotel de Ville. Una fucilata rompe il quadretto di vetro. La folla, fuori, è come un mare. Lamartine trascina Hugo in un’altra stanza e  pranza rapidamente dinanzi a lui, senza coperti.

   Alfredo Saccoccio

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La Commozione di Alfredo Saccoccio per Fra’ Diavolo

Posted by on Set 13, 2019

La Commozione di Alfredo Saccoccio per Fra’ Diavolo

Nella quasi millenaria chiesa di San Michele Arcangelo si è svolto un interessante convegno storico sulla figura di Michele Pezza, alias “Fra’ Diavolo”. Il primo relatore è stato il napoletano Erminio de Biase, emerito germanista al servizio della rivalutazione storica di quello che fu il Regno delle Due Sicilie, Premio Speciale della giuria nella terza edizione del Premio Internazionale “Giuseppe Sciacca” e premio I.N.A.R.S. …………… 2007. Il de Biase ha illustrato “quell’uom dal fiero aspetto” rifacendosi alla deliziosa, frizzante opera buffa “Fra Diavolo ou l’hotellerie de Terracine” di Daniel-François-Esprit , che è una girandola di scene movimentate e di trovate burlesche e che appartiene al genere dell’Opéra-comique, ma rientra nel fortissimo campo magnetico creato in Francia dalla presenza di Gioacchino Rossini, che, diciassette mesi prima, con il “Comte Ory”, aveva trasfuso nuova linfa nelle vecchie forme del genere. Il secondo relatore, il dott. Michele Pezza, discendente di “Fra’ Diavolo”, di cui si sente fiero, ha illustrato una serie di episodi “ acclarati e documentati” : il primo episodio, avvenuto il 20 gennaio del 1798, riguarda la domanda, accolta, per commutare la pena inflittagli per “due omicidi imputatigli e accaduti in rissa” nel 1796. Michele Pezza fu arruolato nel reggimento Messapia di Sicilia e vi prestava servizio, quando l’esercito napoleonico sbaragliava l’armata borbonica, comandata dall’incapace generale Carl Mack, barone von Leiberich, lo stesso che, accerchiato da Napoleone Bonaparte a Ulma, si arrese a discrezione, con tutto il suo esercito, per cui fu condannato a morte dal tribunale di guerra, pena commutata a vent’anni, da scontare allo Spielberg, e poi a due soltanto. Il re Ferdinando IV fuggì in Sicilia lasciando il reame in balìa dei transalpini. In tale situazione, l’itrano avrebbe potuto tornarsene a casa, ma non lo fece organizzando una eroica, stoica resistenza. Il secondo episodio, che denota la nobiltà d’animo del Pezza, è il voler “vendere parzialmente la sua pensione per pagare, con il ricavato, di tasca propria, i creditori “preferendo meglio patir lui e la sua famiglia che comparir impuntuale e sentirsi rimproverare di essere divenuto colonnello con gli aiuti e co’ soccorsi esatti da essi creditori”. Il re intimò l’oblìo sui debiti di guerra. Il terzo episodio accadde nell’aprile del 1806, quando alcune signore francesi, in viaggio da Roma a Napoli, per raggiungere i loro mariti,ufficiali di stanza a Capua, furono catturate dagli uomini di “Fra’ Diavolo” e condotte dal colonnello, che le trattò con rispetto e cortesia e, il giono dopo, le fece accompagnare a Capua. Gesto cavalleresco, apprezzato dal comandante di quella piazzaforte, che inviò al Pezza una missiva di ringraziamento, lettera che fu ritrovata addosso al colonnello quando fu catturato. L’ultimo episodio concernente il mitico personaggio è il processo dinanzi al Tribunale straordinario di Napoli. Prima dell’esecuzione Christophe Saliceti, ministro della polizia, gli propose di “servire nell’armata francese, conservando il grado di colonnello di gendarmeria, titoli, pensioni ed ogni altra cosa già concessa da re Ferdinando, obbligandosi solo a mantenere l’interna tranquillità del Regno”. Egli rifiutò sdegnosamente rispondendo che “prima mille morti avrebbe desiderato, che mancare alla fede data al proprio sovrano, il quale per niuna causa avrebbe tradito”. Michele Pezza, all’epoca della morte, aveva solo trentacinque anni, padre di famiglia con due teneri virgulti. Egli rifiuta fieramente, preferendo il capestro piuttosto che passare tra le fila dei conquistatori, che trucidavano, depredavano, saccheggiavano. Questi sarebbe l’infame, esecrato “Fra’ Diavolo”, chiamato a “mantenere l’interna tranquillità del regno di Giuseppe Bonaparte? Il terzo relatore è stato il roccaseccano Fernando Riccardi, che ha trattato “Il Regno di Napoli ai tempi di Fra’ Diavolo”. Pregevole la sua relazione, frutto di un’attenta ed approfondita ricerca scandagliando negli archivi e nelle biblioteche di Napoli le “ormai consunte cronache sepolte sotto una densa coltre di polvere”. Essa attesta la raggiunta maturità di un autore, che, da anni, frequenta argomenti di storia patria e che ha superato i confini del provincialismo di maniera. Grande merito del Riccardi è quello di aver diradato le nebbie che avvolgevano, fitte ed impenetrabili, gli avvenimenti e i fatti d’armi accaduti nel 1799 e nel 1806. L’ultimo relatore è stato Alfredo Saccoccio , organizzatore del convegno , che ha sostenuto che il temuto e famoso capomassa è stato un eroe della patria e non un brigante, a cui, troppo spesso, furono attribuiti orrori ed iniquità commessi da altri capimassa. Il Pezza è pienamente rivalutato, tra gli altri, da Victor-Marie Hugo, nella cui casa-museo, sotto il ritratto del padre, generale napoleonico, si definisce il capomassa “nazionalista” e “legittimista”, gettando uno squarcio di verità su questo personaggio mitico e leggendario, denso di suggestione e pregno di arcano sapore. “Fra’ Diavolo personificava – lo sostiene il grande scrittore e poeta transalpino – quel tipo che si ritrova in tutti i Paesi in preda allo straniero, il bandito legittimo in lotta con la conquista, Egli era in Italia quello che sono stati, poi, l’Empecinado in Spagna, Canaris in Grecia e Abd-el.Kader in Africa”. Il capo della scuola romantica, colui che ha esaltato sopra di ogni altra cosa l’anima umana, con quell’atto di imparzialità storica, volle riparare i gravi torti portati dalla leggenda interessata e partigiana alla fama di Michele Pezza, che fu un singolare guerrigliero in lotta “pro aris et focis”. Lo storico Edouard Gachot scrisse che Michele Pezza era una figura “grande e drammatica”. che non avrebbe meritato la “caricatura popolare, dietro la quale il vero profilo del modello sparve del tutto”, concludendo con il sostenere che “Fra Diavolo fu nel suo genere un eroe e un grande patriota”. Il de Kock definisce il Pezza “il più formidabile Capo degli insorti napoletani del novantanove”. Il Rabbe gli riconosce molteplici prove di generosità e di grandezza d’animo, a riguardo dei viaggiatori caduti in suo potere, che gli ispiravano dell’interesse”. “Fra’ Diavolo” fu un uomo infamato, screditato, fatto passare da ribaldo, da volgare grassatore, da sanguinario rapinatore. Troppo spesso la vera storia di Michele Pezza viene travisata, dimenticata, offesa, per dar luogo a strane leggende di brigantaggio, sviluppatesi attraverso i tempi ad opera specialmente di romanzieri e di narratori dalla feconda immaginazione, facili alle fantasticherie di ogni genere. In realtà, egli non era altro che un grande guerrigliero che lottava, con tutte le forze, per la propria terra, il Sud d’Italia, fedele ai principii della Monarchia teocratica, alla Santa Vergine, devoto all’altare. Un personaggio che ha lasciato un segno indelebile nella fantasia storica. Pochi personaggi hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo come “Fra’ Diavolo”. La leggenda che accompagna le sue imprese è legata a quello strano soprannome di battaglia, che suonò come un incubo alle orecchie dei fantaccini francesi inviati fra le montagne impervie del Meridione d’Italia, tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. Michele fu un patriota, una sorta di eroe nazionale, cui viene riconosciuta una grandezza e una legittimità della resistenza alla conquista e alla sottomissione, venute con le baionette. La democrazia non si esporta con i cannoni e i fucili. Il leggendario ribelle, dal cuore generoso e nobile, sempre pronto (ne aveva fornito mille prove) ad osare tutto per il trono e per la Chiesa, era legato, in maniera inscindibile, alla cultura del proprio Paese, con un profondo amore per il focolare domestico, quello dei padri, reso sacro dalle tombe ancestrali. Egli accettava, con profondo rispetto, le decisioni delle “autorità secolari”, che conservavano il genio della stirpe. La religione gli imponeva l’obbligo di osservare regole morali. Per il Pezza la patria non era una parola vuota di significato; la patria voleva dire tre c0ose: il suolo, gli abitanti e la religione, trasmessa di generazione in generazione. La purezza e l’eroismo della lotta sostenuta dal colonnello Pezza, duca di Cassano allo Ionio, in difesa della propria patria e del proprio re, e la morte, affrontata, a soli 35 anni, per non venir meno alla sua fede, costituiscono la dimostrazione più lampante della sua resistenza di soldato, che seppe sempre battersi da leone, intelligentemente e con un disinteresse che lo portò a sacrificare tutto: la vita e bel tredicimila ducati, sborsati dalle sue tasche, per la paga ai massisti. Chi è “Fra’ Diavolo”? E’ l’eroe che, da solo, organizza la difesa del suo paese e disperatamente combatte nel fortino di S. Andrea, fra Itri e Fondi, contro la strapotente armata francese, comandata da generali e da ufficiali superiori sfornati da accademie militari prestigiose; è il figlio che sul cadavere del padre Francesco, assassinato dai “liberatori” francesi, giura di mantenere la propria posizione senza deflettere; è il comandante che, incontratosi con il commodoro inglese Thomas Trowbridge, respinge l’offerta di forti somme di denaro e richiede, invece, cannoni e munizioni, provvedendo a mantenere i suoi 1700 uomini con fondi versati, a tale scopo, dai Comuni partecipanti alla lotta contro gli invasori francesi; è il capo di una truppa di massa, che annovera, fra i suoi effettivi, quattro ufficiali cappellani (D. Angelo Castelli, D. Tommaso Moretti, D. Onorato Costanzi e D. Francesco Cassetta) ed un chirurgo (D. Saverio Bonelli); è l’uomo che paga l’enorme debito di 27.000 ducati, contratti in nome del sovrano, per la difesa del regno. E’ ancora più eroico perché il “Leonida napoletano” non rinuncia al suo impegno fino all’ultim0o episodio della guerra, benché sappia che la sconfitta sia inevitabile, benché veda i tradimenti, le diserzioni, benché comprenda qual è il corso della storia. In Piazza Mercato Michele “morì con segni di vero cristiano e con molta edificazione”, indossando l’uniforme di colonnello borbonico e con il brevetto di duca di Cassano allo Ionio al petto.

In ultima analisi, possiamo dire che Michele Pezza fu uno dei più importanti e prestigiosi paladini dei Borbone, anima e fiamma della resistenza del suolo patrio e delle patrie istituzioni, artefice della riconquista del reame di Napoli, assieme al cardinale Fabrizio Ruffo, l’uomo della Santa Fede che battezzò un fortunato quanto spesso vilipeso vocabolo – sanfedista, appunto – catalizzando la fiducia di centinaia e centinaia di uomini duri e spietati. Michele Pezza, precursore della guerriglia particolare, ha provocato sentimenti di forte ambivalenza in tutti coloro che si sono avvicinati alla misteriosa figura: da una parte, erano attratti dal suo valore di combattente e dalla sua intrepidezza; dall’altra, erano da questa spaventati e, dunque, proiettavano in lui attributi di ferocia e di perfida malvagità”.

Finito il convegno, che ha riscosso un notevole interesse e consenso,c’è stata la posa in opera del busto in pietra di Michele Pezza, opera dello scultore spignese Raffaele Mollo, commissionata dal Comitato Sant’Angelo e finanziata dallo stesso e dalla Banca del credito cooperativo – Cassa Rurale ed Artigiana dell’Agro Pontino L’epigrafe della statua, scritta dallo storico aurunco Alfredo Saccoccio, reca la dicitura: “ A Michele Arcangelo, Domenico, Pasquale Pezza, alias “Fra’ Diavolo”, colonnello e duca di Cassano allo Ionio, difensore del suolo patrio, cavaliere dell’Ideale e dell’onore militare, fedele ai sovrani di Napoli e alla sua famiglia, devoto all’altare, precursore della guerriglia, personaggio che ha fatto breccia nell’immaginario collettivo, la cui leggenda si è, via via, trasformata in mito. Itri, 8 settembre 2019

A. Saccoccio Comitato Sant’Angelo”

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