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Da “Storia di un Regno maltrattato” tratto da “IL GIORNALE INDIPENDENTE DEL MEZZOGIORNO”

Posted by on Apr 29, 2019

Da “Storia di un Regno maltrattato” tratto da “IL GIORNALE INDIPENDENTE DEL MEZZOGIORNO”

Le follie del generale borbonico Lanza, così Garibaldi conquistò Palerm…o.

Il 15 maggio soldati borbonici e volontari garibaldini si scontarono per la prima volta a Calatafimi.
Se Garibaldi avesse avuto la sfortuna di incontrare un generale appena appena un pò piú accorto, probabilmente sarebbe stato subito ricacciato in mare e la sua avventura avrebbe conosciuto con immediatezza la parola fine.
Invece ebbe la fortuna di imbattersi nel generale Lanza, un generale indeciso a tutto.

Mentre Garibaldi si inoltrava nell’isola, il comando borbonico di Palermo non fu in grado di reagire con prontezza, temendo inoltre di una rivolta in città.

L’11 maggio, saputo dello sbarco, il principe di Castelcicala aveva avvisato il governo di Napoli, chiedendo rinforzi da far sbarcare a Marsala. Nell’attesa del loro arrivo aveva mandato incontro agli sbarcati il generale Landi che si trovava nei pressi di Alcamo, mentre un’altra colonna armata era pronta a Trapani.

Landi giunse ad Alcamo la mattina del 12 maggio, dove sostò per 24 ore. I rinforzi richiesti a Napoli invece di sbarcare a Marsala come dovuto, sbarcarono il 14 a Palermo andando ad ingrossare la già numerosa guarnigione della città, rimanendo inattivi ed inutili.
II giorno prima comunque, Castelcicala visto che i rinforzi non giungevano aveva dato ordine a Landi, di agire.
Francesco Landi era figlio di militari e allievo dell’accademia militare, nel 1806 si iscrisse alla carboneria partecipando ai moti del 1821. Espulso dall’esercito fu riammesso nel 1832.

Allo sbarco del nizzardo, fu inviato proprio lui ad affrontarlo. Invece che a cavallo alla testa delle truppe, era costretto dagli acciacchi ad utilizzare una carrozza per gli spostamenti, questo per dare l’idea dell’antitesi di un militare.
Terrorizzato dal pensiero di affrontare il nemico, arrivò allo scontro con forze superiori e ne impiegò a malapena un terzo.

Morì con l’accusa infamante di traditore. Una figura trattata male da entrambe le parti, dai vincitori che lo volevano inetto e dai borbonici che ne vedevano un traditore per spiegarsi meglio le sconfitte subite con un esercito forte e preparato.
Landi, estremamente prudente, decise di attendere il nemico a Calatafimi, in posizione molto vantaggiosa. Attorno a sé aveva il vuoto: il telegrafo con i fili tagliati; le campagne piene di briganti che non attaccavano le truppe, ma rubavano e numerosi cecchini pronti a sparare a lupara.
Nella mattinata del 15 maggio, i Mille diventati nel frattempo circa 1500 presero la strada per Palermo.

Divisi in due battaglioni ebbero come capi uno il genovese Nino Bixio, l’altro il palermitano Giacinto Carini.
Garibaldi giunse a Calatafimi verso alle 9 antimeridiane e informato da contadini della presenza dell’esercito, fece schierare i suoi uomini a semicerchio sul monte Pietralunga, che dominava la strada per Calatafimi, appena fuori di esso, coperti dalle siepi di fichi d’India. I napoletani pensarono di avere di fronte solo un piccolo gruppo di insorti, dato che molti non indossavano neppure la mitica camicia rossa, ma abiti civili.

Mentre Landi era rimasto a Calatafimi con una riserva di 1600 uomini, il palermitano tenente colonnello Francesco Sforza, si lanciò all’attacco.
Egli disponeva di truppe bene addestrate ed armate di moderne carabine rigate.
I garibaldini risposero con un tiro preciso correndo giù dal colle in formazione obliqua, disperdendosi solo quando entrò in azione l’artiglieria. Questa manovra ben coordinata produsse nei napoletani una grossa impressione:

Essi pensavano di avere di fronte i soliti ribelli privi di ogni capacità militare, invece avevano di fronte elementi con un certo grado di addestramento. La parte più pericolosa per i garibaldini era lo spazio che dovevano percorrere nella vallata piana sottostante, dove erano totalmente scoperti e al tiro d’artiglieria e di fucileria del nemico piazzato in alto sul colle di fronte.

Arrivati anche i bergamaschi di Cairoli, fu sferrato il primo assalto che fu respinto. Una ventina di garibaldini rimasero sul terreno. Un secondo assalto ebbe lo stesso esito. Poi giunsero dei rinforzi guidati da un Bixio scatenato. Con il suo cavallo correva dappertutto, preso di mira da numerose carabine napoletane, ma miracolosamente illeso.

I gradoni del colle offrivano angoli morti che furono sfruttati dai garibaldini per coprirsi e per colpire i napoletani appostati sul ciglio superiore, i quali venivano centrati quasi tutti in testa. Così, malgrado il fuoco terrificante delle carabine napoletane, le camice rosse avanzarono, conquistando alla baionetta il primo gradone. I regi si riordinarono sul secondo gradone.

Qui respinsero un assalto portato nel centro da una cinquantina di armati guidati personalmente da Garibaldi. AI tentativo di aggiramento dei napoletani, Garibaldi gli si scagliò sopra con un gruppo di camice rosse e li respinse sul terzo ed ultimo gradone.

Da attaccanti si ritrovarono assediati. Alle tre del pomeriggio Garibaldi lanciò l’assalto definitivo e Landi invece di mandare sul campo di battaglia i 1600 uomini freschi che si sarebbero mangiati gli stanchi ribelli in un boccone, fece suonare la ritirata.

I garibaldini avevano superato la prima prova grazie ad un grande coraggio ed una grande motivazione, malgrado il loro armamento scadente e una posizione strategica svantaggiosa specie nella seconda fase della battaglia.

Decisiva fu la differenza di qualità dei capi, cosa che sarà sempre più evidente man mano che l’impresa andò avanti: Garibaldi aveva un carisma ed una determinazione ignota a Landi e dei collaboratori all’altezza della situazione.

Le perdite dei garibaldini furono di 25 morti, circa 200 fra feriti gravi e leggeri; quelle napoletane furono di 35 morti, 110 feriti. La battaglia di Calatafimi, di per sé di poco conto, fu decisiva invece dal punto di vista del morale infiammando i siciliani più diffidenti o conservatori.

La Sicilia era presidiata da un consistente numero di soldati bene addestrati ed armati, ma se questi stessi soldati in combattimento, da una posizione addirittura vantaggiosa erano riusciti a perdere per imperizia dei loro capi, si capirà bene che la conclusione dell’impresa non potesse che essere favorevole ai rivoltosi.
In questa battaglia nacque il mito dell’imbattibilità di Giuseppe Garibaldi.

Da “Storia di un Regno maltrattato”

IL GIORNALE INDIPENDENTE DEL MEZZOGIORNO

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