Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

I Borbone non erano “borbonici”

Posted by on Mar 10, 2021

I Borbone non erano “borbonici”


Per noi della Locride, Gerace è il gioiello che dal tempo dei Normanni ad oggi si tramanda in famiglia di generazione in generazione.

Chi dalla marina “sale” verso la rocca viene accolto dalle braccia degli ulivi solenni e dal sacro profumo del passato, dall’armonia che fa convivere la vecchia abitazione con la solenne Cattedrale. Il 10 agosto scorso, la luna piena ha accolto gli invitati che sono convenuti nella bella sala della Sottoprefettura (borbonica), gentilmente messa a disposizione dal Sindaco, ad ammirare le opere del maestro messinese Savatore Serio.


Non sono un critico d’arte, ma solo una persona che ama l’arte in tutte le sue molteplici manifestazioni. Da osservatrice disarmata, passando a guardare un quadro dopo l’altro ho sentito il suono di antiche campane e all’improvviso ho trovato, dentro di me, l’anima dei miei avi da tempo defunti, della gente che è vissuta negli antichi borghi, il sapore acre della mia terra distesa al sole tra le interminabili marine del Mar Jonio e le coste accidentate del Tirreno.


A Gerace anche le rondini raccontano del passato, e le tele di Salvatore Serio fanno loro eco. Vascelli, golette, brigantini, vapori postali, navi da guerra e navi mercantili riscrivono un mondo antico e ignorato, cantano la loro defunta presenza sul ritornello dell’onda marina, che va e che viene.


Mi pare di vivere nel sogno.


Vedo un popolo forte, un popolo ricco, un popolo che lavora, uno stato potente. E’ il nostro popolo meridionale. La musica giovanilmente assordante che sale da Piazza del Tocco mi sveglia di soprassalto e mi riporta alla realtà. E allora prendo coscienza delle cose: i Borbone non erano ignoranti, non erano pigri, non erano degli stupidi tiranni, come dettano i maestri di scuola. In tre sole parole, i Borbone non erano “borbonici”.


Il mondo vinto, stanco, dimentico di essere e di essere stato, che viene dai giornali, dalla cattedra, dalla televisione è un falso storico. Chi ci ha conquistati e sottomessi nega la nostra storia. E negando a noi il fatto di “essere stati”, nega sé stesso, la propria grandezza. L’imbroglio sabaudo e garibaldino pesa incredibilmente sulla storia degli Italiani, ne offusca la grandezza per un vergognoso calcolo economico.


Dalle opere di Salvatore Serio riemerge un mondo sconosciuto a noi meridionali e a tutti gli italiani. I suoi dipinti, romantici e nostalgici, come li ha definiti lo studioso dell’arte meridionale, Gianfrancesco Solferino, mostrano uno spaccato di storia vera, non falsificata dall’ideologia del potere sabaudo.


E aggiunge Solferino: la nostalgia che traspare dalle sue opere non è sterile, non è fine a sé stessa. Vuole essere uno sprone a ritrovare il mondo che ci è appartenuto e che non riconosciamo più, perché la nostra storia è stata cancellata.


Oggi, di fronte ai dipinti di Salvarore Serio, c’è proprio da chiedersi se è vero che le Due Sicilie erano povere, i suoi abitanti miserabili, rozzi, inetti, e inetti erano i Borbone. Chi alzava le vele e metteva in moto le macchine in una flotta che contava centinaia di vascelli e disponeva di una vasta rete di navi postali e di navi passeggeri, che effettuava le prime crociere da diporto che siano mai state effettuate al mondo?


La professoressa Mariolina Spadaro, con una elegante prolusione, ha dissipato le nebbie della storia. Ha detto cose su cui è doveroso ritornare per riflettere. Festosa la chiusura della manifestazione con uno splendido buffet offerto dall’Amministrazione di Gerace.

Antonia Capria

fonte

https://www.eleaml.org/sud/borbone/serio_borbone.html

1 Comment

  1. L’idea di portare una scolaresca a vedere quadri che illustrano il vissuto del proprio paese dovrebbe essere adottata il piu’possibile perche’ rafforza la coscienza di se’ e contribuisce ad arricchire il senso di appartenenza…. lo strabordare di immagini e video che sommergono fin dalla tenera eta’i ragazzi di oggi finisce per destrutturarli indebolendo il senso di appartenenza che e’la prima ancora nella costruzione di se’ e del futuro cui nel prosieguo del tempo vorrebbero costruire.

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