Il mastino di Torcino
Nel corso del 1700 Carlo III di Borbone aveva fatto istituire, lungo tutto il corso del Volturo, una quindicina di Riserve di Caccia e in questi luoghi si recava periodicamente, insieme alla sua corte, per concedersi delle battute di caccia di cui era particolarmente appassionato.
Le “Reali cacce” non erano viste di buon occhio dalle popolazioni locali, perchè toglievano loro l’accesso ad un territorio di per se ricco sia di cacciagione che di risorse forestali.
La situazione era resa ancora più critica dall’obbligo del “miglio di rispetto” che si estendeva oltre il confine della riserva e limitava ulteriormente le attività. A Sesto Campano il divieto di caccia arrivava fino al Pontenuovo, al Molino di Sesto, alla Chiusa e continuava fino al Ponticello sotto Presenzano.
Gli abitanti di Sesto era pertanto piuttosto penalizzati e venivano considerati tra coloro che infrangevano più di altri i vincoli imposti dai reali borbonici.
Basti pensare che nel corso del 1800, il parroco di Sesto, don Lorenzo Venditto oltre ad essere stato schedato dalla Polizia Generale di Terra di Lavoro come Gran Maestro della Carboneria, veniva dalla stessa definito come il “Devastatore della Real Riserva di Torcino”.
Una completa descrizione della riserva è fatta dal Capitano di Caccia di Sua Maestà il Re d’Italia, Giuseppe Rosati, nel 1871
“La Reale Tenuta di Torcino e Mastrati in quel di Venafro venne acquistata da Carlo III. La sua estensione è di circa ettari 1.000 tra il coltivatorio e la selva ed il perimetro che la circoscrive è di quasi miglia 20 pari a chilometri 39,39.
Il bosco è porzione della pianura ed il rimanente si prolunga in una catena di monti e colli, gli alberi che vi allignano sono le querce, i cerri, i pioppi, gli olmi, gli aceri, il pero, il melo etc.
Il Volturno per la più grande parte ed i fiumicelli Sava e Lete ne circondano la vallata.
Si penetra nella tenuta per un sontuoso ponte chiamato Ponte Reale eretto dal cennato Re. Torcino e Mastrati due paesi ormai distrutti che sono rinchiusi nell’attuale tenuta hanno lasciato il nome alla Reale Riserva.
Vari fabbricati, tortuosi viali ed ameni ruscelli interni grandemente adornano questo bel sito di caccia.
A pochissima distanza dal Barraccone o Casino di Torcino, si ammira una specie di circo costruito per la cosiddetta caccia “sforzata” che facevasi a cavallo: provocati dai cani i cinghiali entravano impetuosamente nel recinto murato ed ivi a colpi di lancia erano atterrati.
Il bosco abbonda di cinghiali della più bella specie, di capri, lepri, volpi, lupi nonché di molti volatili come beccacce ed anitre selvagge di inverno e di starne e pernici nell’està.“


= Questi due dipinti ad olio realizzati dal pittore di corte Philipp Hackert rappresentano chiaramente quanto descritto dal Capitano di caccia Giuseppe Rosati a proposito della caccia al cinghiale a cavallo e con le lance, che avveniva ne “La sforzata” di Torcino, a nord del Baraccone reale. =
Continua il Rosati:
“Molte cacce vi furono fatte negli scorsi tempi da diversi sovrani cioè da Carlo III, da Ferdinando IV, da Gioacchino Murat, da Francesco I, da Ferdinando II.
Gli illustri cacciatori si trattenevano per vari giorni nella casina reale di Venafro ove pernottavano ed il mattino si recavano al bosco per la caccia.
Anche il nostro prode Re Vittorio Emanuele nel dì 7 novembre del 1860 dopo la battaglia del Garigliano muovendo da Sessa onorava di sua presenza quel mentovato bosco ove si divertì alla caccia per più ore. Rimase sì fattamente impressionato da questa riserva che fra i primi beni assegnati alla lista civile mostrò desiderio di averla.“
“Sua Altezza Reale il Principe Umberto vi venne due volte: la prima nel gennaio 1870 e la seconda nel marzo 1871, in entrambe pernottò al Barraccone stesso ove s’aggiustarono alla miglior maniera gli alloggi per la prelodata Altezza Reale e per i nobili cacciatori del suo seguito.
Le cacce che vi dette riuscirono brillantissime. La prima volta partì da Napoli accompagnato dai Principi di Gesualdo e di Piedimonte, dal cavalier Maurizio dei Baroni Barracco, dal cavalier Giovanni de Sangro, dai generali Pallavicino e Strada e dal maggiore Montabono. Furono eseguite quattro cacce nei giorni 7, 8, 9 e 10 gennaio e morì la seguente selvaggina: lupi 4, cinghiali 17, capri 17, lepri 6, volpi 2, beccacce 22, beccaccine 2, pernici 2, totale 72. Nel primo giorno si battettero quei punti del bosco conosciuti coi nomi di Selvotta e di Colle Torcino nonché l’altro chiamato le Navi ove morirono i cinghiali più grossi e feroci.
Nel secondo giorno il Selvone e la Grande Mortina, nel terzo la Mena nuova di San Nicola e si ripigliava una parte del Selvone.
Nel quarto si ripeterono le battute del primo giorno. Le beccacce furono uccise nella Mortina della Colonna a poca distanza dal Volturno ed i lupi nel Selvone.
La seconda volta che Sua Altezza Reale onorò questa Riserva fu, come dicemmo, nel mese di marzo 1871, venne da Roma accompagnato dai signori romani Principe di Teano, conte Cini, signori Silvestrelli, Mura e Pandolfi nonché dal Direttore Generale delle Reali Cacce conte Baldelli, dal marchese di Incisa, dai conti Taverna e Bertola e dal conte polacco Broblisky, ai quali si aggiunsero, provenienti da Napoli, il principe di Gesualdo, il cavaliere Maurizio dei Baroni Barracco, il marchese Pallavicino ed il cavalier Giovanni de Sangro.
Si dettero due cacce nei giorni 7 e 8 del predetto mese e morirono i seguenti animali: cinghiali 34, caprioli 6, lepri 2, volpi 2, martore 1, beccacce 2, falconi 1, totale 49.
Le battute furono quelle del 1870 e malgrado che la stagione fosse già avanzata pure le due cacce riuscirono bellissime e i signori romani rimasero lietamente meravigliati e della bellezza del posto e del prodotto delle cacce.“


= Il dipinto di sinistra, conservato presso la Reggia di Caserta, realizzato nel 1786 sempre da Philipp Hackert, ci mostra le fattezze del Ponte Reale in quell’epoca. Il ponte, oltre a collegare Torcino con Venafro e con Sesto, rappresentava una comoda posizione di caccia per la corte che, imbracciate le armi da fuoco, poteva facilmente colpire i cinghiali spinti nel fiume dai battitori =
“Questa riserva di per sé stessa importante acquista ora maggior pregio con la residenza della reale famiglia in Roma, Torcino non dista che cinque ore e mezzo dalla capitale: ore quattro con treno celere da Roma a Caianello ed un’ora e mezzo in carrozza da Caianello al Barraccone.
Sempre che non si voglia ancor più risparmiare tempo costruendo un tronco di ferrovia da Caianello a Venafro, aspirazione di tutti i naturali di quei paesi che farebbero qualunque sacrificio per ottenerlo.
Si potrebbe abbreviare ancor di più il viaggio costruendo un ponte, simile al ponte reale sul Volturno, all’estremità opposta del bosco e propriamente alle Mortine di Mastrati che corrispondono a Presenzano e quindi ad un terzo d’ora di cammino dalla stazione di Caianello.
La tenuta di Torcino è custodita da un Luogotenente di caccia, da un sergente, da due caporali e da nove guardie, tutti a cavallo. Ma detta forza è insufficiente per frenare le contravvenzioni di caccia e forestali che ogni giorno avvengono, specialmente le ultime.
I naturali di Venafro, sia detto a loro lode, sono i soli che rispettano scrupolosamente questa riserva per la quale hanno una specie di culto. Fra le tante contravvenzioni che si sorprendono nel corso dell’anno vi è da scommettere con sicurezza che non avvenne alcuna a carico di un venafrano. I contravventori alla caccia sono per lo più dei comuni di Sesto Campano e di Ciorlano, quelli forestali: di tutti i paesi della vicinanza.
La guardiania è divisa nei due punti principali della tenuta: al Barraccone ed a Mastrati, ma per ben custodire questa riserva ci vorrebbe un terzo posto sulla montagna e precisamente nel punto chiamato Formicone.
I cinghiali di Venafro sono della più bella specie che forse sia in Italia: di pelo grigio, di grosse sanne, di istinto feroce, essi nei momenti di “rostra” non lasciano di destare una certa emozione tra i cacciatori e di mandare indietro molti cani feriti.“


“Il lupo è comunissimo in Torcino specialmente nel verno, si nasconde a preferenza nel più forte del Selvone. Di notte però non si astiene dal recarsi urlando sin sotto alle finestre delle guardie al Barraccone di dove fugge poi inseguito dalla immensa schiera di cani da mandria che ivi dormono al sereno.
In una delle notti poi in cui S.A. Reale il Principe Umberto si trovava in Torcino per le cacce tutti gli invitati furono desti da questa musica importuna: erano tre lupi che si erano avvicinati di troppo all’abitato. Pagarono il fio della loro tracotanza perché vennero uccisi nelle battute del giorno dopo.
Anche il caprio di Torcino è della più bella razza e la carne è squisitissima
Il bosco di Torcino è talmente folto e selvaggio che la banda del famoso brigante Fuoco vi ebbe stanza per molti anni senza potervi essere sorpresa malgrado che nei due posti di Torcino e di Mastrati vi fossero accasermati distaccamenti di truppa regolare che facevano continuata perlustrazione in compagnia delle Guardie caccia reali le quali poi erano oggetto di odio profondo per quei briganti i quali scorgevano in esse le guide dei soldati.
E in effetti parecchie volte le povere Guardie caccia si intesero colpire a tradimento da dietro a qualche macchia. Ma ora che il feroce bandito venne ucciso con i suoi compagni quella riserva reale è ritornata nell’abituale sua calma e vi si può accedere con tutta sicurezza sì di giorno che di notte.
Le Cacce Reali nelle Provincie Napoletane, ricordi di Giuseppe Rosati Capitano di Caccia di Sua Maestà il Re d’Italia, Napoli, Stamperia Sociale, 1871.

In questo, ulteriore, notevole dipinto di Philipp Hackert è ritratta una scena di caccia tenutasi alla Mortina della Colonna di Torcino, protagonisti un enorme cinghiale “pezzato” -ritratto nei suoi due lati- ed un cane mastino senza coda, che il re d’Ungheria e Boemia Leopoldo II aveva donato a Ferdinando IV di Borbone in occasione della presa di Belgrado nel 1790, dove in mastino si trovava.
Nel dipinto, all’altro capo della valle di Sesto e Venafro, si staglia l’inconfondibile profilo di Monte Sammucro (o Sambucaro).
Il cartiglio del dipinto racconta la vicenda:
“Questo cignale di peso …. lungo palmi 5½ alto palmi 3⅓
dipinto da due parti per le singolari sue macchie nere
fu ucciso da S.M. il Re a 7 Nov. 1795 nel Bosco di Turcino
alla Mortina della Colonna.
Il gran cane det. Bassa alto pal. 3 …. lun. 5¼
nato senza coda si trovò presso il Bascia di Belgrado
allorchè fu presa la Fortezza dall’Armi Austriache,
e nell 1790 Leopoldo II lo donò a S.Maestà.
Filippo Hackert dipinse 1795.“
Il pittore tedesco Philipp Hackert nei suoi nomerosi viaggi nel Regno di Napoli era stato anche a Sesto. Insieme a Richard Colt Hoare avevano soggiornato alla Taverna Vecchia, da cui avevano realizzato un dipinto del centro storico di Sesto Campano, visibile in questo articolo.




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