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La missione infinita del Nord: danneggiare la nostra economia

Posted by on Giu 27, 2020

La missione infinita del Nord: danneggiare la nostra economia

La missione infinita del Nord: danneggiare la nostra economia

Dalla lenta ma costante desertificazione delle banche meridionali e dei centri decisionali ai fondi distratti alle imprese del Nord che calarono giù al Sud per appropriarsene e poi scappare col bottino…

La missione infinita del Nord: danneggiare la nostra economia

La Cassa per il Mezzogiorno, Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia Meridionale, (abbreviata Casmez) era un ente pubblico italiano, creato dal Governo De Gasperi, per finanziare iniziative industriali tese allo sviluppo economico del meridione d’Italia, allo scopo di colmare il divario con l’Italia settentrionale. Uno degli strumenti di pianificazione utilizzati per la finalizzazione degli interventi era il cosiddetto piano A.S.I., ovvero un strumento pensato per la creazione di Aree di Sviluppo Industriale.. Esso prevedeva l’istituzione di consorzi, realizzati ai sensi della legge 29 luglio 1957 nº 634 (“Provvedimenti per il Mezzogiorno”), nella tipologia di piano settoriale, promossi da Comuni, Province e Camere di Commercio per l’avvio dello sviluppo industriale e la realizzazione di infrastrutture di base nelle aree coinvolte dall’azione della Cassa per il Mezzogiorno.

La missione infinita del Nord: danneggiare la nostra economia

Chiariamo un po’ cose.
Il finanziamento del piano fu stabilito in 100 miliardi di lire all’anno per i dieci esercizi dal 1951 al 1960: in complesso mille miliardi di lire, subito aumentati nel 1952 a 1.280 miliardi da utilizzare nel dodicennio 1951-1962, ha elargito alle regioni meridionali un totale di 82.410 miliardi di lire.
La spesa media annuale è stata di circa lo 0,65% del PIL.
Nel 1981-82 La Cassa Per Il Mezzogiorno contava 4.221.875.535.849 per crediti da esigere (imprese, privati ecc.) che nel bilancio segna come voce “Diversi debitori”.
Interessi maturati da riscuotere erano ben 26.580.160.383, mentre per “altri debitori” la somma si attestava sui 17.058.621.204: soldi finiti chissà dove.
Le banche nel frattempo avevano finanziamenti in corso in favore della CasMez per ben 161.795.639.691 miliardi di lire, in più vi erano trattenute a garanzia su certificati di pagamento per lavori (Sovvenzioni o prestiti mai restituiti a grandi imprese edili) per 58.300.382.49. Lo stato Italiano e le banche estere detenevano un debito di 774.746.794.572 miliardi di Lire. Per le infrastrutture furono stanziati solo nel biennio 1981-82, la somma di 473,5 miliardi di lire, le cui le integrazioni finanziarie Leggi speciale Per Napoli, Palermo e Zone terremotate (Sannio ed Irpinia – 23 novembre 1980 terremoto ad Avellino con epicentro a Sant’Angelo dei Lombardi), spettarono solo 43,5 miliardi di Lire. Una miseria.

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Utilizzo dei contributi del fondo europeo di Sviluppo Regione (FESR) per Le regioni Molise, Basilicata, Calabria e Sardegna, solo 71,8 miliardi beneficiarono le regioni del centro-Sud. Nel frattempo i conti della Cassa del Mezzogiorno avevano in carico rate scadute e non versate dal ricavo del prestito SAMA 4.133.822.673.646 miliardi, rate in scadenza mai PAGATE per un patrimonio di 11.346.673.450.424. Cifra che poteva essere utile al Sud per lo sviluppo economico ed industriale, e l’occupazione giovanile, anziché servire i corrotti dello Stato.
La Cassa del Mezzogiorno istituti per il Sud ha beneficiato in misura molto minoritaria rispetto a quelli che sono stati dirottati al Nord, con lo spettacolo indegno delle tante imprese del settentrione che venivano al Sud per saccheggiare prestiti che poi non restituivano più.

Nel 1984 fu il governo di Bettino Craxi a deciderne la soppressione: la Casmez fu però sostanzialmente convertita in una erede, l’Agensud, che durò ancora fino al 1993, quando chiuse i battenti sotto il governo di Giuliano Amato. A questa data l’investimento complessivo per il Sud è calcolato in 279.763 miliardi di lire (vale a dire 140 miliardi di euro attuali).
Il fallimento parziale delle politiche assistenzialistiche tramite finanziamenti a pioggia non ha giovato al Mezzogiorno, né ha giovato l’abolizione improvvisa della Cassa per il Mezzogiorno, con l’avvento della nuova politica degli incentivi in chiave europea con il varo della legge 19 dicembre 1992, n. 488.
La legge è divenuta operativa a partire dal 1996, con l’emissione dei primi bandi, facendo si che tutto fosse in mano alle banche del Nord Italia. Lo stop degli interventi straordinari nel Mezzogiorno richiedevano una gestione prudenziale, che evitasse una espansione cui non facesse seguito una pari solidità patrimoniale. Invece l’aumento degli impieghi, e della raccolta interbancaria (la più costosa) non è stata, nella prima metà degli anni ’90, proporzionata alla massa patrimoniale. Ne conseguono indici di solvibilità ben al di sotto della normativa sulla vigilanza prudenziale (che prevede un rapporto tra attivo fruttifero e patrimonio netto che non deve scendere mai al di sotto dell’8%).

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Il Tesoro, tramite il decreto-legge Dini, decreta una ricapitalizzazione pari a 2283 miliardi per il Banco, cui però fa necessariamente seguito l’azzeramento del Capitale Sociale e l’ingresso del Tesoro in qualità di azionista di maggioranza finché non si giunga alla privatizzazione anticipata al 1997 (prima prevista per il 1998). La Banca è stata acquistata per una cifra irrisoria (60 miliardi di Lire, circa 30 milioni di Euro) da parte della cordata composta dalla Banca Nazionale del Lavoro e dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni. Dopo circa due anni di gestione ulteriormente penalizzante e dai risultati operativi estremamente deludenti, la cordata BNL/INA ha ceduto la Banca al gruppo Sanpaolo IMI, che ha acquistato la proprietà della Banca per una cifra vicina ai 6.000 miliardi di Lire, mutandone la denominazione in Sanpaolo Banco di Napoli S.p.A. e dotandola di un Capitale Sociale di 800.000.000 di Euro.

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Nel contempo la Bad bank (cosiddetta SGA – Società Gestione Attività, istituita ai sensi del decreto Sindona) si pone come finalità il recupero dei crediti in sofferenza, ed ha provveduto a rientrare di circa il 94% delle esposizioni che appena 6 anni prima avevano decretato la fine di uno dei più antichi e prestigiosi Istituti di Credito italiani (e accollandosi nei primi anni un totale di 6576 miliardi di perdite), togliendo al Sud la base dell’economia. Come classificare altrimenti se non come la decapitazione di un Istituto di credito nel proprio territorio operante a tassi agevolati, facendo declassare il PIL del meridione?
Di conseguenza, le nostre imprese che avevano bisogno di liquidità hanno dovuto rivolgersi a banche del Nord le quali si sono mosse erogando prestiti a tassi altissimi, creando un sistema a nostro discapito, insomma facendo strozzinaggio legale agli imprenditori. Con un’unica regia, nello stesso momento, si faceva girare l’economia del Settentrione con i soldi provenienti dal Meridione.
Questi sono i regali della “Cara Italia” al SUD…

Luigi Rainone
Fonte dati: Archivio di Stato

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