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Luigi Toro: la storia e le Opere – (a cura di C. A. Del Mastro)

Posted by on Dic 26, 2018

Luigi Toro: la storia e le Opere – (a cura di C. A. Del Mastro)

Il pittore Luigi Toro appartiene ad una delle famiglie più antiche e illustri della Regione Aurunca, infatti il suo antico nome era “ Thora”, che deriva dal greco e significa “terreno fertile e solatio”. Infatti venivano chiamati “Thora” i tanti villaggi sorti sulle colline del versante di Roccamonfina, rivolto al Mar Tirreno. Erano i secoli VI e V a.C. quando ancora la Regione Aurunca non era stata occupata da Roma e il nome Thora restò anche quando nel 314 a.C. tutta la Regione Aurunca fu occupata dai Romani ed entrò a far parte dell’orbita romana e veniva governata con leggi romane.

Quando poi l’Impero Romano crollò nel 476 tutte le piccole Thora del versante di Roccamonfina rivolto al Mar Tirreno caddero sotto la giurisdizione di un feudatario di origine longobarda, che unì al Toponimo Thora di origine greco – aurunca l’aggettivo longobardo “aldo-alda-aldi-alde” che significa bellissimo e si ebbe il Toponimo “Toralde” ( in dialetto Toraglie) il feudatario ne prese anche il nome e si chiamò Toraldo e chiamò tutta la zona a lui soggetta “Feudo Toraldo” (oggi gli eredi della nobile famiglia Toraldo vivono a Piedimonte di Sessa Aurunca).

Molto sfortunata, invece, fu una bellissima Thora formata da una villa agricola signorile e da alcune case di contadini con cellai, stalle e fienili e intorno tanto terreno fertile, coltivato a vigneti e ad oliveti. Questa bellissima Thora nell’anno 577 d.C.si trovò sulla traiettoria del duce longobardo Zotone quando il duca si scagliò contro l’Abbazia di Monteccasino e la distrusse e distrusse anche la nostra Thora, i cui abitanti, che da secoli, l’avevano abitata, si rifugiarono nel vicino villaggio di Lauro e dall’anno 577 presero come cognome il nome della propria terra e fino al 1800 si sono sempre chiamati “de Tora”.

Il cognome de Tora fa parte dei cognomi sorti nell’alto medioevo, quando molte famiglie furono costrette a fuggire dalla propria terra, dal proprio paese per le continue e disastrose invasioni barbariche e preferivano prendere come nuovo cognome il nome del loro paese, della propria terra, di un loro antenato illustre o della professione della loro famiglia e tutti questi nuovi cognomi erano preceduti dalla preposizione – de – che indica provenienza.

In realtà il complemento di origine o di allontanamento la grammatica Latina lo preferisce in ablativo semplice senza le preposizioni “de-ex-e “, che si mettono solo quando il luogo da cui ci si allontana è importante e non con nomi di paesi, di famiglia e di familiari, ma nell’animo di quelle persone costrette ad allontanarsi dalla propria casa, dal proprio paese, dalla propria famiglia, il sentimento che provavano era cosi forte che quel – de- scritto in lettera minuscola ci sta di diritto e così scritto, sempre in minuscola acquisterà col tempo anche – sinonimo di nobiltà- e si chiamerà “de nobiliare”.

Per quanto riguarda la famiglia de Tora di Lauro dal 577 fino al 1800 è rimasta sempre – de Tora- e a tutti i figli maschi veniva dato il nome Leone e pur prendendo parte alla vita civile, politica, militare e religiosa ha conservato sempre i suoi valori morali e religiosi e tutte le sue ricchezze economiche: “ Famiglie illustre-economicamente benestante- Proba- di Fede Cristiana Cattolica” come risulta scritto negli archivi del Regno delle due Sicilie. Per quanto riguarda, poi, la mia conoscenza della storia della famiglia de Tora – dall’anno 1800 in poi essa rivive nei ricordi di mio padre, la cui nonna paterna,Giulia de Tora, non solo è stata una erede di questa illustre famiglia, ma è stata anche prima cugina del pittore Luigi Toro e spiegava a mio padre di come avvenne il passaggio del cognome da – de Tora a Toro. Riporto il racconto di nonna Giulia de Tora e di mio padre “ quando nel 1734 diventò Re di Napoli delle Due Sicilie Carlo III di Borbone tutto rifiorì nel nostro Regno.

Le cose andavano, di giorno in giorno, sempre meglio. Alla fine del 1700 il patriarca della famiglia de Tora si chiamava Leone de Tora e aveva due nipoti giovani e tutte e due portavano il suo nome e il suo illustre cognome. Uno restò a fare l’agricoltore come il nonno e i terreni da lavorare erano ancora molti, tutti intorno all’antica Tora: oliveti e vigneti, l’altro nipote partì militare di carriera nel rinnovato e famoso esercito borbonico. Il giovane de Tora fece una brillante carriera e raggiunse il grado di colonnello e si trovò a difendere il Regno dagli assalti francesi del 1798 e seguì il Re Borbone Ferdinando IV quando il re fu costretto nel dicembre 1798, a cercare scampo in Sicilia sotto la protezione della flotta inglese”.

Dalla storia apprendiamo che nel 1799 tutta l’Italia era sotto la Francia, ma grazie all’intervento della III coalizione europea,l’invasione francese fu bloccata e i francesi abbandonarono l’Italia era il 1799-1800. Il Re ritornò a Napoli scortato dalla flotta inglese e dall’ammiraglio Nelson. Nel 1800 ritornò anche il nostro colonnello Leone de Tora che si faceva chiamare Leone Toro. Nonna Giulia diceva che il giovane colonnello Toro aveva ricevuto dal Re anche molti doni: abitazioni a Napoli e alcuni moggi del terreno demaniale del Garigliano.

Per il cognome cambiato il giovane colonnello diceva che era stato desiderio del Re, perché il toro era considerato animale nobile e un giorno sarebbe potuto diventare anche suo simbolo araldico, perché non era lontano il giorno in cui avrebbe ottenuto anche un titolo nobiliare. Stando così le cose un figlio di Leone de Tora rimasto a fare l’agricoltore volle seguire lo zio colonnello ed entrò anche egli nell’esercito borbonico e pure avendo già un bimbo piccolo, che per rispetto del nonno aveva chiamato Leone Carmine de Tora, volle prendere per sè e per i figli che sarebbero nati il nuovo cognome Toro. Ma l’illustre casata de Tora ( purtroppo era destinata a finire, perché Leone Carmine de Tora, fatto grande e sposatosi con la bravissima signorina Olimpia Grasso, ebbe solo tre figlie, una di queste Giulia è stata la mia bisnonna paterna, mamma di nonna Michele, padre del mio papà).

Ritorniamo al 1806. Napoleone non aveva dimenticato il Regno di Napoli e lo riconquistò nel 1806 e il re Ferdinando IV fu costretto nuovamente a scappare a Palermo con la sua corte e con tutti i suoi militari fedelissimi, tra i quali i due ufficiali Toro: Leone Toro padre e Leone Toro figlio e Leopoldo Luca, lasciato il bimbo di pochi anni di nome Leone Carmine de Tora al padre e al nonno, Leopoldo Luca e la giovane moglie Amalia Russo si trasferirono anche loro a Palermo e vi restarono fin quando vi restò il Re: fino al 1815.

Quando Napoleone fu definitivamente sconfitto e il Regno di Napoli, che durante il periodo napoleonico era stato affidato a Murat, cognato di Napoleone, ritornò libero, il re Ferdinando IV vi fece ritorno con tutta la sua corte i suoi militari fedelissimi. Ritornarono anche i nostri colonnelli Toro: Leone Toro padre e Leone Toro figlio; e il giovane ufficiale Leopoldo Luca Toro con la giovane moglie Amalia Russo e il secondo figlio nato a Palermo nel 1810 chiamato Luca Leopoldo Toro. Abbiamo, come vediamo, due fratelli figli dello stesso padre e della stessa madre ma con cognomi diversi: (Leone Carmine de Tora e Luca Leopoldo Toro). Luca Leopoldo viene sempre presentato ancora oggi 2016, come un giovane intelligente, bello e buono e a soli 18 anni sposò Olimpia Scarretta, che di anni ne aveva 16, anche la giovane sposa è ricordata bellissima e ricchissima, infatti la famiglia Sciarretta è stata sempre tra le prime famiglie di Lauro.

I due sposi posero la loro residenza in un antico palazzo nella parte più antica di Lauro: via Pietrabianca, quasi di fronte alla casa dei miei antenati ( dove oggi io abito). I giovanissimi coniugi furono subito allietati dalla nascita di un bimbo (1831) di nome Francesco Leopoldo e il 3 gennaio 1835 ebbero un secondo bimbo chiamato Luigi Leopoldo ( che sarà il nostro pittore), ma il 13 gennaio del 1836 a soli 26 anni morì il giovane padre. La giovane madre restò vedova a 24 anni con due bimbi piccolissimi: uno di cinque anni e l’altro di un anno,ma fu molto aiutata dalle tre famiglie parenti: Scarretta, Toro e Russo.

I bimbi crescevano bene e poiché erano coetanei   con i bimbi del Mastro loro dirimpettai, nacque tra loro una profonda amicizia, che durerà per sempre. Giovanbattista del Mastro era del 1830, i fratelli Michele del 1834 e Antonio del 1836. L’amicizia diventava sempre più salda perché, come in tutte le famiglie benestanti dei piccoli borghi, l’istruzione dei figli veniva affidata ad un ottimo maestro, perché ancora l’istruzione elementare non era obbligatoria e gratuita, lo diventerà con la legge Coppino nel 1882. I fratelli Toro e i fratelli del Mastro frequentavano lo stesso maestro il bravissimo parroco Girolamo Perrotta, che subito notò il genio artistico del piccolo Luigi perché gli bastava un foglio e una matita e riproduceva il volto degli amici e le cose che lo circondavano.

Il bravissimo maestro avrebbe voluto mandarlo a Napoli per fargli frequentare una scuola adatta alle sue capacità artistiche, ma il bravo maestro non veniva ascoltato. Quando poi anche i tre fratellini del Maestro rimasero orfani del padre, infatti il signor Gabriele del Mastro morì il 5 aprile 1844, la comitiva degli amici si ridusse perché Mons.Michele Ceraldi, zio vescovo dei fratelli delMastro mise Michele in seminario, perché desideravo farlo diventare sacerdote e scrisse Antonio alla Regia Academia Militare di Napoli per farne un ufficiale dell’esercito Borbonico, lasciò invece il giovanissimo Giovanbattista, chiamato affettuosamente Titta, in compagnia della madre vedova di nome Olimpia Ceraldi, sorella del signor Michele Ceraldi che abitava a San Castrese e nipote del vescovo Mons. Michele Ceraldi.

Il piccolo Luigi Toro, dopo la partenza dei suoi coetanei Michele e Antonio, si attaccò ancora di più a Titta anche perché nella sua famiglia si erano verificati due avvenimenti importanti, destinati, purtroppo, a condizionare tutta la sua vita futura. Nel 1851 la madre si risposò con Giuseppe Prete. A Lauro vi erano due famiglie che portavano il cognome Prete: una era formata da onesti proprietari terrieri, l’altra era ricchissima ma, tristemente famosa e poco stimata perché i componenti, da sempre, erano stati usurai, tanto che nel 1800 erano arrivati a praticare anche il vergognoso e peccaminoso <Menanno> ( quando il mal capitato non poteva saldare il debito e aveva figlie giovani e belle il debitore gli chiedeva una delle figlie, se il peccaminoso baratto veniva accettato, la ragazza scelta risultava morta per la sua famiglia d’origine e passava tutta la sua vita a fare la schiava del padrone).

Non so a quale delle due famiglie Prete appartenesse il secondo marito di Olimpia, la madre del nostro pittore, ma dal comportamento del signor Prete penso più alla famiglia degli usurai. Il patrigno era anch’egli vedovo e aveva una figlia signorina di nome Angela, che subito fece sposare a Francesco Leopoldo, fratello maggiore del pittore e cominciò così ad impadronirsi delle ricchezze della famiglia di Luca Toro.

Luigi Toro, pittore Aurunco: la storia e le opere.

Parte I – Gli Avi, la sua famiglia e la sua infanzia

Prof. Cecilia Aida Maria Del Mastro

A cura della Prof. Cecilia Aida Maria Del Mastro, tratto da “Archivi Storici, archivi domestici”- l

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