Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Petromasi, Card. Ruffo e Michele Scotto Di Santolo

Posted by on Dic 12, 2021

Petromasi, Card. Ruffo e Michele Scotto Di Santolo

La Storia, generalmente, la scrivono i vincitori, che vi espongono, com’è ovvio, la propria verità. Qualche volta questa verità risulta un po’ scomoda per tutti, amici e nemici, e quindi accade che anche i libri dei vincitori subiscano il destino della damnatio memoriae; esattamente come capita, in genere, a quelli dei vinti.

È il caso occorso a questo libretto: “Storia della spedizione dell’Eminentissimo Cardinale Fabrizio Ruffo, ecc.”, scritto da Domenico Petromasi, pubblicato a Napoli nel 1801, e rimasto sostanzialmente sepolto per due secoli nelle biblioteche. Fino alla sua riscoperta e ripubblicazione, negli ultimi anni, in due diverse edizioni; di cui presentiamo quella anastatica, curata da Fernando Riccardi e Claudio Saltarelli, ed edita dall’Associazione Identitaria Alta Terra di Lavoro.

È il diario della spedizione, organizzata e capeggiata dal Cardinale Fabrizio Ruffo, che nel 1799 rimise sul trono Ferdinando IV di Borbone, esule a Palermo, dopo la vicenda della Repubblica Napoletana, ed a cui l’autore prese parte. Impresa identica nei tempi e nei modi, e probabilmente ancora più ardimentosa ed incerta (anche se con finalità antitetiche!) a quella con cui sessant’anni dopo Giuseppe Garibaldi porrà per sempre fine al Regno delle Due Sicilie ed al potere della Casa di Borbone sullo stesso.

Ma l’identità della dinamica è l’unico elemento in cui le due vicende sono assimilabili. Nelle finalità (come già accennato) e sopratutto nella loro recezione e valutazione non si potrebbe immaginare un’antiteticità più spinta. Perché se la figura di Giuseppe Garibaldi, pur avendo perso negli ultimi decenni parecchio dello smalto che la retorica risorgimentale le aveva conferito, rimane la figura ideale dell’Eroe, cui intitolare non solo strade e piazze, ma anche sigari ed incrociatori, Fabrizio Ruffo è stato, nella migliore delle ipotesi, dimenticato. In quella più diffusa, è stato trasformato “nell’incarnazione del diavolo, in un eroe senza onore e senza gloria, in un masnadiero efferato e sanguinario, in una parola, in un personaggio negativo per eccellenza.” (dal Saggio introduttivo di F. Riccardi). Cui va aggiunto il fatto che il termine Sanfedista “fu dato dai liberali ai partigiani del trono e dell’altare, con un senso d’infamia e di sprezzo in ricordo delle stragi del 1799, onde la qualifica non fu mai accolta in buona pace da coloro che ne erano gratificati.” (dall’Enciclopedia Treccani).

Libri come quello di Petromasi non possono certo indurre un individuo a diventare tradizionalista e conservatore o, al contrario, rivoluzionario ed innovatore. Perché simili “scelte di campo” coinvolgono tutto il proprio essere, a partire dalle sue componenti più profonde, intime e spirituali, la propria storia ed il proprio vissuto. Possono però aiutare, modestamente ma non inutilmente, ad avere una conoscenza più vera, ed una consapevolezza più profonda, di fatti e vicende che ci hanno resi quelli che siamo. Smentendo e contrastando convinzioni ritenute “vere” da sempre, ma mai sottoposte a verifica ed a vaglio critico.

Ne cito, a mo’ di esempio, solo una. Il Cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara avrà avuto pure tutte le colpe di questo mondo, ma non fu assolutamente tra i responsabili della condanne capitali delle 99 persone – tra cui Gennaro Serra di Cassano ed Eleonora de Fonseca Pimentel, giusto  per citare i più famosi – passati alla storia come “I Martiri del 1799”. Fece anzi di tutto per salvarli (magari forse solo per motivi “politici”) e le esecuzioni furono dovute esclusivamente alla pervicacia ed all’ostinazione dell’Ammiraglio Nelson e della Regina Maria Carolina.

Sulla questione tra Ruffo e Nelson si arrivò addirittura ad uno scontro aperto e violento, col Cardinale che minacciò, se l’Ammiraglio si fosse ostinato a non riconoscere il trattato della capitolazione, che faceva salva la vita ai patrioti repubblicani, di ritirare le proprie truppe e di lasciare agli inglesi il compito di ristabilire l’ordine nel Regno (lettera a Lord Hamilton del 25 giugno 1799).

Questo ed altri documenti, tanto sconosciuti quanto inusitati, sono contenuti nella “Storia della spedizione ecc.” di Petromasi, e nel Saggio di Riccardi che funge da Introduzione.

Letto il quale poi ciascuno è libero, naturalmente, di continuare a pensarla come vuole.

Tenendo però presente che l’ultima cosa di cui hanno bisogno le cause ritenute “giuste” è la cattiva retorica. E menzogna e travisamento sono, tra le cattive retoriche, le peggiori di tutte.

Michele Scotto di Santolo

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