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STORIA CRONOLOGICA DELL’ANTICA CAPUA (X) – di Salvatore Fratta

Posted by on Dic 21, 2020

STORIA CRONOLOGICA DELL’ANTICA CAPUA (X)  – di Salvatore Fratta

Per contrastare Odoacre, Zenone, l’Imperatore Romano d’Oriente, inviò un barbaro vissuto presso la corte bizantina: Teodorico, che portò Odoacre alla resa. Secondo i patti di resa i due avrebbero dovuto regnare insieme in Italia.

Ma poco tempo dopo Teodorico, invitato Odoacre ad un convito, lo fece uccidere, restando, così il solo re d’Italia e facendo di Ravenna la capitale.

— Nel 493 Capua, dunque, fu assoggettata a Teodorico, re degli Ostrogoti (Goti dell’est) e, dal 493 al 526, secondo re barbaro d’Italia. L’amministrazione ostrogota, affidata ai governatori della Campania, investiti con poteri giurisdizionali e di controllo dell’ordine pubblico e dei prezzi, favorì la ripresa e la città beneficiò di un lungo periodo di pace.

I governatori suddetti, per un certo periodo, risiedettero a Capua, poi si trasferirono a Napoli. “ L’unico consulares Campaniae di età gotica del quale si conosce il nome è Iohannes esponente di una nobile famiglia senatoria “. (Eliodoro Savino – Campania tardo-antica pag. 96 nota)

— Nel 516 fu eletto vescovo di Capua S. Germano, figlio di Amanzio e Giuliana illustri ed agiati cittadini, nato nella nostra città verso la seconda metà del V sec. Fervente cristiano, alla morte del padre, e con il pieno consenso materno, Germano distribuì ai poveri tutto il cospicuo patrimonio ereditato e condusse vita ascetica.

— Nel gennaio 519 dal papa Ormisda, Germano fu inviato, quale capo di una delegazione, a Costantinopoli per cercare di ricomporre lo scisma fra Occidente e Oriente provocato, nel 483 – 484, dal patriarca Acacio il quale attribuiva al Cristo solo la natura divina, divina e non riconoscendo la coesistenza della natura umana e divina nella stessa Persona, era in aperto contrasto con la chiesa.

Dopo aver letto il libellus inviato dal Papa e dopo un contraddittorio condotto con sapienza e perizia dai delegati papali, finalmente i vescovi orientali abbandonarono le idee di Acacio e riconobbero la tesi della Chiesa di Roma e, il 28 marzo del 519, giovedì santo, finalmente, lo scisma acaciano che era durato ben 35 anni, venne ricomposto.

I legati pontifici restarono in Costantinopoli più di un anno, ripartendo il 10 luglio del 520. S. Germano fece ritorno a Capua portando con se alcuni doni ricevuti dall’Imperatore di Bisanzio, Giustino I, e fra questi anche una mammella di S. Agata e la mascella di Santo Stefano. Per ospitare degnamente le sacre reliquie, che nei primi tempi furono venerate presso la chiesa eretta da Costantino, il vescovo Germano fece edificare una nuova chiesa dedicata appunto ai due Santi succitati.

Dai suoi concittadini, Germano fu venerato come santo. Fu amico e confidente di S. Benedetto da Norcia. Nel momento della morte del santo vescovo, avvenuta il 30 ottobre 541, S. Benedetto, che si trovava nell’abbazia di Montecassino, ebbe la visione dell’anima di S. Germano che, sorretta da angeli, saliva verso il cielo.

Venne sepolto nella chiesa da lui stesso fatta costruire in Capua Vetere e dedicata a Santo Stefano e Sant’Agata.

Nell’866, su ordine dell’imperatore Ludovico II, il Giovane, gran parte delle sue reliquie furono trasferite nell’Abbazia di Montecassino e, la città di Cassino mutò il suo antico nome in S. Germano, conservandolo fino al 1863.

In seguito al bombardamento americano del 1944, i resti mortali del santo vescovo furono persi per sempre. Però, altre reliquie, in virtù dello stesso ordine imperiale, erano state trasferite a Piacenza, presso il monastero benedettino femminile fondato tra l’852 e 874 per volere di Engelberga d’Alsazia,(forse di origine longobarda) moglie dell’imperatore. Attualmente, sono conservate presso la chiesa di S. Sisto della suddetta città.

Negli anni seguenti, gli avvenimenti presero altre pieghe.

— Nel 535, l’assassinio di Amalasunta, figlia ed erede di Teodorico, fece scatenare la vendetta dell’Imperatore Giustiniano, il quale, con la scusa di vendicarne la morte, ma in verità per attuare l’annessione dell’Italia o forse per ricostituire l’Impero Romano d’Occidente, dichiarò guerra ai Goti inviando in Italia il generale Belisario, che riuscì ad occupare Napoli e Roma, a sconfiggere Vitige nuovo re dei Goti e a prendere, dopo l’ assedio di un anno, la città di Ravenna. Dopo questa impresa, Belisario fu richiamato in patria e i Goti guidati da Totila, il cui nome significa l’ immortale, riconquistarono tutta la Penisola.

A contrastarlo l’Imperatore Giustiniano rimandò di nuovo Belisario; ma questa volta il generale non riuscì a concludere niente. Al suo posto fu inviato il generale Narsete, il quale con cospicue forze, bizantine ed alleate, tra cui anche soldati longobardi, nel luglio del 552 sconfisse i Goti in località Caprara, presso Gualdo Tadino, in Umbria. In questa battaglia morì lo stesso Totila. Giunti poi in Campania, nell’ottobre del 553, i Goti furono nuovamente battuti nella Battaglia dei Monti Lattari, fra Nocera ed il Vesuvio.

La guerra goto-bizantina, praticamente si concluse con la morte, avvenuta in questo scontro, di Teia, successore di Totila, e ultimo re goto.

Poco tempo dopo, un grosso contingente di Franchi arrivò in Italia con lo scopo di aiutare i Goti superstiti. I Franchi-Alemanni erano comandati da due fratelli: Leuteri che andò con i suoi verso la Pugliae Butilin che scese verso la Campania.

Butilin, desideroso di divenire re dei Goti, nell’ottobre del 554, in una battaglia combattuta fra le rovine di Casilino e la sponda destra del fiume Volturno, venne a scontrarsi con le truppe bizantine di Narsete, che conseguì la piena vittoria. Scarse furono le perdite di Narsete: si dice poco più di 80 morti, mentre quelle di Butilin furono più di 19.000. Lo stesso Butilin morì in battaglia.

I Bizantini continuarono a governare in Campania e a Capua fu data la piena autonomia amministrativa. In quegli anni la città veniva governata da un tribuno bizantino con poteri militari e civili. L’ultimo di essi fu un conte di nome Gregorio.

Il generale vittorioso, Narsete, riconoscente per l’aiuto ricevuto nella guerra contro i Goti, permise alle truppe longobarde di insediarsi nella zona di Benevento affidando loro una funzione difensiva. Vale a dire che alcuni nuclei di Longobardi erano presenti nell’Italia meridionale ancor prima della conquista della pianura padana avvenuta, attraversando le Alpi Giulie, nel 568.

In questi anni, succeduto a S. Germano, era vescovo di Capua S. Vittore(23.02.541 – 02.04.554) “ insigne per dottrina e santità ”, uomo di vasta cultura, esperto biblista, astronomo e liturgista. Scrisse, fra l’altro, un testo liturgico, noto in tutto il mondo: il Codex Fuldensis che contiene un Vangelo unico ricavato dai quattro canonici.

Si conserva nella biblioteca di Fulda nel cuore della Germania. Con questo scritto, S. Vittore si ricollegava all’azione litugica – pastorale di San Paolino da Nola e di diversi pontefici, ma dimostrava pure che la Chiesa capuana, pur facendo capo alla Chiesa di Roma, seguiva una tradizione liturgica propria come avveniva in altre città ad es. a Milano, Pavia, Nola, ecc.

Di S. Vittore, si conosce il suo epitaffio C.I.L.4503 che recita: “ Vir beatissimus Victor epis(opus), sedit ann(os) XIII, dies XXXVIII, depositus (est)sub die IIII non(as) April(is), ann(o) XIII p(ost) c(onsulatum) Basili v(iri) c(larissimi), indictione secunda”. Inoltre è nota un’iscrizione su di una colonnina marmorea in cui è riporatato:

“ Victor episc(opus) obtulit. (hedera distinguens – ChiRho) ” (Chiara Lambert – Studi di epigrafia tardo antica e medievale in Campania – Vol. I sec. IV – VII – pag. 136)

Le sue sacre spoglie, conservate a Montevergine, nel 1967, furono riportate nella Cattedrale di Capua.

Le notizie storiche di questo periodo sono piuttosto scarse. Dai Bizantini, l’Ager Campanus era ritenuto, di secondaria importanza strategica e la stessa Capua, così fiorente in età romana, era diventato un centro “ di limitata rilevanza economica e demografica la cui difesa, in assenza di mura, risultava inefficace “.

In questo periodo la città era amministrata da un tribuno con poteri militari e civili. Gregorio era il nome dell’ultimo tribuno.

— Nell’agosto del 570 giunse in Campania il primo longobardo che guidò la vera occupazione del Mezzogiorno d’Italia: Zottone, comandante di un piccolo reparto di soldati con cui discese la penisola.

Giunto nelle terre beneventane e trovati sul posto altri longobardi, pensò bene di costituire il Ducato indipendente di Benevento, combattendo e sconfiggendo ripetutamente i Bizantini, e conquistando l’entroterra campano, negli anni compresi fra il 571 e il 576.

Forse, furono le sue truppe a distruggere per la prima volta, intorno all’anno 580, il monastero di Montecassino edificato da S. Benedetto da Norcia, (sui resti di un tempio pagano dedicato ad Apollo), dedicato a San Giovanni Battista, e il santo luogo rimase disabitato fino al 718.

E’ evidente che i Longobardi si resero conto delle risorse economiche che Capua poteva offrire e, mentre altre antiche città campane venivano abbandonate, la nostra città fu ancora annoverata tra le principali della regione, anche se assoggettata al Ducato di Benevento.

— Nel 585 il Meridione fu acquisito dal re longobardo Autari. Zottone ne riconobbe l’autorità solo nel 589 sottomettendosi all’autorità regia che risiedeva nel nord Italia. Comunque anche dopo il ducato longobardo di Benevento si mantenne quasi del tutto indipendente. Zottone morì verso il 591 e gli successe Arechi I, duca proveniente dal ducato del Friuli.

Sul finire della primavera del 593, un centinaio di uomini armati assediarono Capua. Il conte Gregorio cercò di opporsi alla conquista della città ma gli venne ordinato di abbandonare il centro considerato dai Bizantini non più importante ai fini strategici, non difendibile essendo privo di mura, ridotto ormai in pessimo stato e con un ridotto numero di abitanti. I nuovi arrivati, invece considerarono la città importante per loro perché vi era la via Latina che permetteva le comunicazioni con il Nord e i terreni nei dintorni offrivano notevoli risorse economiche.

— Nel 594, Capua, venne assegnata alla giurisdizione del suo primo amministratore, il conte Andoalto, sempre dipendente da Benevento. Di questo personaggio, purtroppo non conosciamo altro che il solo nome inciso sulla sua pietra tombale, che, dopo la distruzione dell’antica Capua, fu trasportata e usata come architrave della porta della chiesa di S. Marcello Maggiore nella nuova Capua:

“ ROGO VOS OMNES QUI LEGITE TUMULUM ISTUM ROGATE DEUM PRO AUDOALT ILLUSTRIS QUI FUIT NATUS EX GENERE DE AUDOALT PRIMUS COMES CAPUAE ”

Trad.: Prego voi tutti che leggete questa iscrizione funeraria di pregare Dio per Audoalt che, nato dalla stirpe degli Audoalt fu illustre primo conte di Capua.

Anche per la chiesa capuana non dovettero essere tempi ottimali. In quel periodo la sede vescovile era vacante; l’anno successivo venne eletto vescovo Basilio (595-605). Dei vescovi che gli succedettero non si conosce praticamente nulla.

— Nel 625 il 27 ottobre, viene eletto al soglio pontificio, papa Onorio I. La tradizione vuole che sia nato a Capua da nobile famiglia. Non è proprio certo il luogo di nascita, poiché, nei vari documenti pervenuti, Onorio viene detto Campanus che si identificava sia abitante di Capua sia abitante della Campania che all’epoca comprendeva anche una parte del Lazio; infatti, alcuni studiosi opinano che sia nato a Ceprano (Fr).

— Nel 660 retta dal gastaldo-conte Trasimondo, persona molto vicina al re longobardo, Capua ebbe una nuova prosperità. In quest’anno morì il vescovo capuano Gaudioso

— Nel 666 fu eletto gastaldo di Capua il conte capuano Mitola (morto nel 678) come premio per aver salvato, nel 663, Benevento dall’assedio dell’imperatore bizantino Costante II, sconfiggendo le sue truppe presso il fiume Calore in una località ancora oggi chiamata Pugna. Successivamente il conte fu nominato luogotenente del Regno.

In questo periodo Capua divenne il centro politico e culturale della corte longobarda frequentato da duchi e nobili di tutta l’Italia.

Mitola, per le sue imprese, venne conosciuto come Mitola di Capua e sembra che il cognome Di Capua, ancora oggi esistente, prendesse origine da questo antico signore.

Si vuole, ma non è certo, che gli succedesse il figlio Ildobrando regnando in pace per ben 31 anni. A lui seguì Trasimondo II, nipote di Trasimondo I

I nomi di tutti coloro che amministrarono successivamente la città non sono noti e ovviamente non sono note nemmeno le loro gesta. Questo è un periodo di cui non vi è memoria storica.

Tuttavia il Granata nei suoi scritti dice che nell’anno 764 venne fatto amministratore di Capua Vetere un nipote, o forse un pronipote, di Mitola di nome Levizzone.

Dopo Levizzzone, ma non è sicuro, seguirono altri due gastaldi: Radelgario e Agenardo.

Nel periodo che va dal 676 al 693 fu vescovo S. Decoroso (676-693) seguito da S. Vitaliano (693-718) a cui successe il vescovo Autchar (719-726) noto per un’iscrizione in caratteri longobardi presente nel duomo di Capua, e più tardi da Ambrogio (740-756).

Infine sedette sulla cattedra capuana il cardinale Stefano (773-795). Non si conoscono i nomi dei successori.

San Decoroso vescovo dal 676 – 693. Nacque a Capua da gente nobile. Pochi elementi si conoscono sulla vita e sulle opere del Santo vescovo. Si sa comunque che fu l’evangelizzatore dei Longobardi di Capua, che in quegli anni, veneravano il simulacro di una vipera e la testa di una cerva. Nel 680 fu presente al concilio tenuto a Roma voluto dal papa Agatone.

La sua vita terminò l’11febbraio 693 – domenica – mentre, dal pulpito, pronunciava l’omelia.

San Vitaliano vescovo dal 693 – 718 (secondo la cronologia stilata dal Canonico Grabiele Jannelli pubblicata il 1° maggio 1872 in Capua) Secondo altri studiosi , morì il 16 luglio 699. Succedette a S. Decoroso. La tradizione dice che Vitaliano fu proclamato vescovo di Capua contro la sua volontà.

Qualche tempo dopo, alcuni prelati che avevano intenzione si appropriarsi della carica episcopale, gli giocarono un tiro mancino sostituendo i suoi abiti con abiti femminili, facendo così credere che avesse trascorso la notte con una donna.

Il vescovo non si accorse della sostituzione e quando si presentò in chiesa vestito in tal modo fu deriso e accusato di predicare la castità ma di non praticarla.

Vitaliano si difese egregiamente, riuscì anche a scoprire le macchinazioni dei suoi calunniatori e a dimostrare la propria innocenza. Tuttavia, divenne oggetto di volgari insinuazioni e pertanto, abbandonò la diocesi e percorse l’Appia per recarsi a Roma dal Papa, a cui voleva raccontare quanto gli era capitato. Ma, nei pressi di Sinuessa, fu raggiunto dai suoi nemici, chiuso in un sacco di cuoio e gettato a mare. Per volere divino, il sacco con il suo contenuto raggiunse il porto di Ostia, dove alcuni pescatori aiutarono il santo uomo a liberarsi e in questa località egli visse per circa sette mesi.

In questo stesso lasso di tempo, Capua fu interessata da una lunga siccità, dalla carestia e dalla peste e gli abitanti attribuirono queste calamità ad una punizione divina dovuta alla loro empietà.

Pertanto, saputo che il vescovo era ancora in vita, lo cercarono e, ritrovato, lo pregarono di ritornare a Capua. Al rientro del santo in città, una abbondantissima pioggia fece subito cessare la siccità e la peste.

Comunque, Vitaliano rifiutò l’episcopato e si recò fra le colline tifatine in una zona nota come Miliarium, forse per un’antica pietra miliare, nei pressi dell’attuale Casola. Qui visse in eremitaggio, compì diversi miracoli e costruì una chiesetta, tuttora esistente.

Una leggenda, scritta alla fine del XII sec., contenente, ovviamente, molte notizie prive di fondamento storico, racconta che Vitaliano, per recarsi sulle colline, passò per Sala di Caserta portando le sue poche cose sul dorso di un’asina che, stanca, si fermò presso la chiesa della contrada. Nella base del campanile della chiesa, una pietra conserva l’impronta dello zoccolo dell’asina.

Ripreso, poi, il cammino e inoltratosi nel bosco successe che un lupo affamato mangiò l’asina. Il santo non si perse d’animo, ammansì il lupo e gli fece fare il lavoro che l’asina aveva svolto fino ad allora e avrebbe svolto successivamente: cioè quello di trasportare le pietre che servirono per costruire la piccola chiesa.

Dopo una permanenza in questi luoghi di circa un decennio, vivendo in eremitaggio ed in contemplazione, Vitaliano si recò presso il Monte Virgiliano, il monte dove, qualche secolo dopo, sorgerà il Santuario di Monte Vergine, e qui rese la sua anima a Dio. Il suo sepolcro fu meta di devozioni e molti furono i miracoli a lui attribuiti.

In epoca imprecisata, il suo corpo fu traslato da Montevergine a Benevento. Nel 1122 il papa Callisto II lo fece trasferire a Catanzaro e da allora, il 16 luglio, è venerato come patrono della città. Questa data, probabilmente, ricorda il giorno del suo trasferimento, mentre il Calendario Marmoreo di Napoli, risalente al IX sec., lo ricorda il 3 settembre.

San Vitaliano, inoltre, è il patrono di Sparanise (Ce) dove è festeggiato nell’ultima domenica di Agosto. Anche un paese nei pressi di Nola porta il suo nome: S. Vitaliano (Na).

La piccola chiesa da lui costruita, il suo eremo, è ricordato nella Bolla del Vescovo di Capua, Senne (o Sennete) risalente al 1113. Rimaneggiato più volte nel corso dei secoli versava ormai in precarie condizioni.

Nel 2001 fu iniziato il suo restauro per opera di don Valentino Picazio, parroco di Casola, un paesino poco distante.

Nel 774, l’imperatore Carlo Magno pose fine al regno della Longobardia Maior. Allora Arechi, duca di Benevento, assunse, arbitrariamente, il titolo di princeps,considerandosi erede delle tradizioni, della cultura e soprattutto dell’identità del suo popolo.

Il fregiarsi di questo titolo senza l’incoronazione che spettava al pontefice, non piacque al papa Adriano I e con questa scusa, ma maggiormente perché temeva di perdere i possedimenti campani per un’ipotetica alleanza fra Arechi II e Bisanzio, a cui il principe aveva manifestato atteggiamenti di amicizia, chiese all’imperatore Carlo Magno di occuparsi della cosa.

Nella primavera del 787, dopo un lungo viaggio (visitò fra l’altro l’abbazia di Montecassino) nell’antica Capua giunse l’imperatore Carlo con il suo esercito che devastò tutte le terre nei dintorni. Un breve incruento assedio alla città e la contesa fu risolta pacificamente nella chiesa di Santa Maria Maggiore, il nostro Duomo (altri scrittori dicono nella chiesa di S. Stefano). L‘imperatore trascorse un’intera notte nella chiesa, pregando la Vergine Maria. La mattina dopo, chiese dov’era il principe ribelle e gli fu mostrata un’immagine d’Arechi. Per questo, sulle prime, ebbe una violenta reazione ma poi, cedendo alle suppliche dei prelati giunti anche dalle vicine diocesi, percosse il dipinto con lo scettro nel petto e nel capo e infine concesse la tanto sospirata pace.

Questa pace permise ai Longobardi di restare nel Meridione ancora per circa 250 anni, fino all’arrivo dei Normanni. Intanto dopo la la morte di Arechi il trono passò al figlio Grimoaldo IV che regnò fino all’817, seguito da Sicone.

— Nei primi anni dell’800, era gastaldo della città di Capua Paldo Beuzio che aveva la residenza nella Torre di S. Erasmo. Di questo personaggio non si conosce altro che il nome.

— Verso l’814, essendo principe di Benevento Grimoaldo IV, a Paldo successe il figlio Landolfo nato verso il 770 circa, soprannominato il Matico, per la faccia dal mento quadrato ed il naso schiacciato, che gli facevano assumere l’aspetto di un lottatore. Durante il suo gastaldato, negli anni compresi tra l’823 e l’827, il principe Sicone di Benevento, suo diretto superiore, gli ordinò la costruzione di un posto fortificato al di là del Volturno sul colle Palombara. Il motivo, forse, è da ricercarsi nel fatto che la Capua, non avendo più le mura, era una città poco sicura, e pertanto doveva prepararsi per tempo ad una eventuale invasione di ipotetici nemici. In occasione della visita per il completamento del fortilizio, Sicone gli concesse il titolo di conte.

Morto Sicone, nell’832, gli successe il figlio Sicardo e Capua antica continuò a seguire le sorti di Benevento fino all’839, anno in cui morì assassinato il principe suddetto. Iniziò, così, un periodo di lotte fra il legittimo erede Siconolfo e l’usurpatore Radelchi, al quale Landolfo, non volle sottomettersi.

Pertanto Radelchi, assoldata una banda di Saraceni, fece distruggere la città nell’anno 841.

La devastazione fu compiuta dalle milizie libiche provenienti dalla regione del Gebel Nefusa, (il Monte Occidentale), comandate da Khalfun,“ uomo di origine berbera, liberto della tribù araba di Banu Rabi’adi ” (M. Amari).

Per la debole resistenza delle milizie longobarde, non ci volle molto ad entrare nella città che venne devastata completamente.

Le cronache hanno tramandato che una parte degli abitanti perse la vita, molti furono resi schiavi; i superstiti, seguendo il conte Landone e il vescovo S. Paolino (835 – 843), si rifugiarono su quella collinetta di appena 121 metri di altezza, posta al di là del Volturno detta La Palombara, su cui anni prima, era stata costruita la fortezza alla quale era stato dato il nome di Sicopoli.

Ma è più logico ritenere che essendo il conte Landolfo, uomo d’armi certamente non sprovveduto, avesse posto sentinelle lungo le strade che menavano in città e ovviamente anche gente a difesa della fortezza di Sicopoli.

Inoltre, disponendo di torri di segnalazione poteva tenere sotto controllo quanto avveniva nelle zone circostanti. I Saraceni, quindi, dovettero essere avvistati molto prima di raggiungere ed entrare in Capua, e pertanto, gli abitanti, avvertiti per tempo, radunato ciò che avevano di più prezioso, seguirono il conte Landone, la sua famiglia, la corte, il Vescovo Paolino e tutto il clero, rifugiandosi fra i boschi del Tifata e nella fortezza suddetta. Attorno ad essa costruirono un villaggio di capanne di legno e tetti di paglia, dove vissero per circa 15 anni.

Landolfo morì nei primi mesi dell’843. Gli successe il figlio Landone I.

Il 10 ottobre dello stesso anno morì anche il vescovo Paolino, e a lui successe il quarto figlio del conte Landolfo, che aveva lo stesso nome del padre.

Dall’843 fino all’856, egli fu vescovo di Sicopoli; poi, dall’856 fino all’879, fu il primo vescovo di Capua nuova col nome di Landolfo I.

L’antica e fiorente città non esisteva più. Sparse fra le rovine, le poche abitazioni semidistrutte, rabberciate alla meglio, furono occupate quasi esclusivamente da chi lavorava nei campi, che non furono mai abbandonati.

E non sulle rovine, ma con le rovine dell’antica Capua: busti mutili di statue, tronchi di colonne, frammenti di marmo, adoperati unicamente per rassodare un terreno paludoso, quindici anni dopo, nell’856, incendiata Sicopoli, fu costruita la nuova Capua…….

Ma questa un’altra storia………

( continua )

curato da Romano Salvatore

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