Alta Terra di Lavoro

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STORIA DELLE RIVOLUZIONI NE’ REAMI DELLE DUE SICILIE

Posted by on Mag 15, 2022

STORIA DELLE RIVOLUZIONI NE’ REAMI DELLE DUE SICILIE

PEL CITTADINO

FRANCESCO MICHITELLI

VOL. II

ITALIA 1860

Molto si parlò e si scrisse vituperando l’illegalità del fatto de’ gesuiti, perciocché i popoli han sempre torto, ed i governi sempre ragione.

Per noi crediamo che l’esempio della Svizzera e della Sardegna bastasse a giustificarlo.

E la plebe, anche la più stolida e superstiziosa, non si mosse, che i tristi non avevano avuto tanto di tempo per sedurla e prepararla ad un movimento qualunque.

Ma quello che non erasi potuto praticare nel giorno 11 dagli antichi poliziotti e da’ nostri nemici pagati dall’Austria, tentossi due giorni appresso; levando preventivamente false voci di allarme tra’ popolani; e facendo credere che quei giovani e galantuomini che non credevano né a Dio, né a’ Santi, ed avevano gridato abbasso a’ gesuiti, erano determinati ad uccidere o almeno scacciare i liguoristi, i domenicani e gli altri poveri frati, incominciando da que’ del Carmine. Laonde, era detto, che nel giorno 13 sulle ore tre pomeridiane coloro sarebbero andati in piazza del Mercato coll’intento di rapirvi dalla chiesa la Madonna: e nel caso trovassero resistenza alcuna a quell’empietà, avrebbero ucciso i buoni monaci.

A questo una moltitudine dell’infima plebe di buon’ora la mattina, innanzi la porta del Carmine ed in altri luoghi di quella piazza, si riuniva,. ammassando una quantità di pietre; arme terribile in mano ai lazzari di Napoli. E siccome inutilmente passò l’ora, chè nessuno di que’ tali miscredenti si presentò; eglino, fattasi buona provvista di que’ sassi ed armati di coltella, si avviarono correndo per la marmetta verso il centro delta capitale, gridando viva il Re, e la Madonna del Carmine, detta quale alcuni ragazzi portavano l’ immagine sul petto.

Giunti nel largo S. Ferdinando fracassarono con sassi i cristalli del caffè di Europa, ferirono alcuni gentiluomini, e tra questi un Pascoli, romano, ‘che avrebbe avuto sorte peggiore, se Don accorrevano in suo aiuto il duca di S. Donato e il principe di Tequile, i quali coi bastoni animati di stocchi tennero fronte ai lazzari, impedendo che entrassero nel caffè a commettere altre violenze. Onde quelli s’ incamminarono per Toledo; ma nel giungere a Santa Brigida colà s’imbatterono colle guardie nazionali che imboccavano le turbe dalla piazza Santa Brigida per quella detta Largo del Castello di rincontro alla gran guardia: di tal chè ivi furono chiusi in mezzo da altri drappelli che soprarrivevano di Svizzeri e guardie nazionali, le quali alla spicciolata sparando alcuni colpi di moschetto in aria più per intimorire che per offendere, facilmente giunsero a sperperarli.

Molti però ne furono presi e incarcerati; alcuni pochi feriti. E bastò un tal fatto perchè le nostre milizie cittadine acquistassero una superiorità morale per infrenare qualunque altro popolare tumulto della pericolosa classe de’ lazzari.

Intanto questi rumori e quelle grida di piazza, delle quali profittavano ancora i più tristi, per metter paura e sgomento nell’animo de’ buoni cittadini, fecero sì che incolpandosi di debolezza il governo, si reclamassero gagliardi provvedimenti per tema di veder messo in rischio l’ordine pubblico e la Costituzione.

Si presentò ai ministri una petizione con molte migliaia di firme (se tutte vere non oso né asserire né negare). Il consiglio vi deliberò immantinenti, formolando un progetto di legge contro gli attruppamenti.

Ultimo entrava nell’aula del consiglio Saliceti, il quale come ministro di grazia e giustizia aveva debito di controsegnare il decreto. Ma, leggendolo, gagliardemente vi si oppose, siccome illegale, l’inopportuno e crudele, trattandosi di una legge nientemeno, che ordinava alla forza pubblica, sciogliendo gli attruppamenti, di far fuoco sul popolo in caso di resistenza.

«Che né il ministero, né il re, egli disse, avevano potere di far leggi senza l’assenso delle Camere; non avendo il monarca nello Statuto costituzionale riserbato a sé l’ esercizio del potere legislativo sino all’apertura delle Camere.»

«Avere anzi il governo confessato un cotal suo difetto di potere, col regio rescritto, che ordinava la provvisoria composizione delle guardie nazionali, nel quale accennavasi spettare alle Camere far legge definitiva. Una legge che qualifica reato un atto, infligge pene, autorizza stragi, esser sempre definitiva di sua natura: sendo ridevol cosa potersi condannare ed uccidere in modo provvisorio. Aveva il consiglio di Stato rammentato al ministero l’importanza di far leggi, anche provvisorie, quando il richiese di un progetto di legge interina a reprimere gli abusi della stampa. Non potersi giammai far fuoco sul popolo, perché si corre rischio di uccidere l’ innocente col colpevole, si suscita odio contro il governo e tosto o tardi rivoluzione come conseguenza infallibile. Esser suprema ignominia che un governo costituzionale usasse de’ mezzi brutali di cui vergognò l’assoluto. E i recenti casi di Francia dover servire d’ammaestramento a far schivare simili errori per non aver simili conseguenze.»

«Persistendo in quella determinazione o vincitori o vinti doversi i ministri attendere funestissime sorti: se vincitori accusa e condanna all’apertura delle Camere, se vinti morte dal popolo ovvero esilio ed infamia. Avvertiva doversi curar la causa e non gli effetti: cioè rimuovere ogni cagione di malcontenti che ingenerava quegli attruppamenti. Ad ogni modo non esser d’uopo di nuova legge per impedirli, bastando le già esistenti; imperciocché qualunque individuo di forza pubblica poteva arrestare il colpevole colto in flagranza di delitto portante a pena di prigionia; e la polizia, per semplice misura di prevenzione, poteva anche arrestare qualunque individuo, salvo sempre a rimetterlo tra le 24 ore al potere giudiziario. Esser politica dissennata quella di ricorrere a mezzi insoliti ed estremi, senza aver prima tentati i consueti ed i minimi. Da ultimo, conchiudeva, voler egli dar la sua dimissione se si fosse persistito a quel progetto di legge.»

Dopo lunga discussione all’ unanimità fu rigettato il progetto, come impraticabile; ed il consiglio si sciolse per unirsi il dimani.

La notte il Saliceti fu sorpreso da gagliardissima febbre. Onde la mattina non potendo andare al consiglio, scrisse al presidente la causa che glielo impediva. Il presidente risposagli — Andare o mandare la sua dimissione, dovendosi trattare affari, ne’ quali era indispensabile l’intervento del ministro di grazia e giustizia — Saliceti immantinenti ed in risposta mandò la sua dimissione, non potendo assolutamente andare perchè travagliato da febbre e col capo vacillante.

Or tale dimissione richiesta con tanta precipitanza ed in un modo cosi assoluto e perentorio fece gran rumore, e ne parlarono tolti i gazzettieri, biasimando il presidente de’ ministri e lodando a cielo la fermezza e il carattere fermo del Saliceti. Io effetti quel suo parlare così franco ed aperto io consiglio, dovette giungere affatto inusitato e nuovo all’orecchio di que’ suoi colleghi e di quel presidente, i quali tutti conobbero bene che un ministro della tempra di Saliceti non era elemento associabile ad un ministero come quello dei 28 gennaio, piaggiatore, scioperato, impreveggente; e dal quale parlavano pure di volontariamente ritirarsi altri due o tre ministri: — Savarese, Poerio, degli liberti. Que’ signori in generale si vedevano imbarazzati in mezzo ad una rivoluzione in movimento progressivo. Ma avanti di pubblicare lo statuto conveniva, come in Piemonte, si era praticato, prevedere e provvedere a quello che poteva succedere, per operare legalmente ed impedire abusi di stampa, assembramenti tendenti a corrompere l’ ordine pubblico e la pace delle famiglie. Adesso non v’era altro mezzo legale che di presto riunire le Camere.

Quello stesso giorno 13, sendosi immantinenti surrogato al dimissionario un nuovo ministro di grazia e giustizia io persona del magistrato Giuseppe Marcarelli, il progetto della legge sugli attruppamenti, la sera precedente diffinitivamente rigettato, di nuovo fu ripreso io discussione e come in continuazione, e ritenendosi parte di quello opinato avea Saliceti, ne soppressero e modificarono alcuni articoli, e dettero una legge giudicata senza dignità e senza vigore.

Intanto quel ritiro di Saliceti diè maggiore Importanza al suo nome. La sua maniera di sentire aveva portato sgomento non sole in alcuni membri del gabinetto, sospettandolo autore principale della cacciata de’ gesuiti e di que’ moti d’un partito repubblicano e progressista; ma aveva dato molta apprensione e paura a quella magistratura, che dopo Ricciardi ed il decennio si diceva caduta nel fango.

Era mestieri di radicali riforme prima di poterla rialzare a quella dignità, della quale era discesa addivenendo una larva, un’ombra dell’antica lodata magistratura. Però Saliceti dal primo momento spiegò contr’essa, come ministro, un carattere inesorabile e severo, volendo sceverare l’oro dal fango, siccome egli stesso esprimevasi. Perciocché tra alquanti tristi, ignoranti o corrotti, vi erano di altri assai buoni, sapienti ed integerrimi magistrati.

Intendente in Salerno, Saliceti, ebbe ad usare non poca fermezza per reprimere e mettere a dovere la temerità di fin regio giudice, del quale egli e la commessione censoria avevano provocato la rimozione.

Chiamato più appresso al portafoglio del ramo giudiziario, suo vero elemento, egli vi entrò col piano assoluto di riforma; ed incominciò dalla Suprema Corte di giustizia; sollecitando il ritiro degli inutili e vecchi, e 1’allontanamento di tutti coloro che n’ erano creduti vitupero e maledizione.

Promosse poi que’ tra’ magistrati o nel foro che erano venerati per probità e dottrina; né molto badò all’opinione, della quale nel consiglio era stabilito in massima non doversene tener conto. Dippiù non volevasi distinzione tra ritirati e destituiti dovendosi dire per tutti messi al ritiro.

Chi non vede qui con quanta bella innocenza il governo credeva poter ancora illudere ed ingannare il pubblico!

Coloro dissero principal motivo della loro caduta non già le apposte colpe, ma sì le idee repubblicane del ministro, intollerante delle altrui opinioni. E il nome di Saliceti divenne allora (mentr’egli forse noi sospettava neppure) quello d’ una fazione, d’un partito; e si scrissero contro di lui satire e libelli, e si cercò di morderlo, calunniarlo e persino attentare alla sua vita.

CAPO XI

MOSSA DE’ LAZZARI DEL MERCATO IL GIORNO 13

LEGGE SUGLI ATTRUPPAMENTI

SALICETI

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa/1860-michitelli-storia-delle-rivoluzioni-legge-sugli-attruppamenti-2021.html

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