Alta Terra di Lavoro

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UNA MEDAGLIA IN ONORE DI FERDINANDO II

Posted by on Dic 5, 2020

UNA MEDAGLIA IN ONORE DI FERDINANDO II

GIUSEPPE BARONE, INCISORE PALERMITANO, NEL 1859 DEDICO’ UNA BELLISSIMA MEDAGLIA AL SOVRANO FERDINANDO II DI BORBONE.

Nel 1859 Giuseppe Barone, valoroso incisore palermitano, pensò di omaggiare Ferdinando II di Borbone re del Regno delle Due Sicilie, con una superba me­daglia. Nell’articolo che segue, parleremo ampiamente di tale coniazione vero fiore all’occhiello di tutta la medaglistica borbonica siciliana e, inoltre, analiz­zeremo l’attività artistica del suo illustre autore. Tuttavia, prima di far questo, per un corretto inquadramento storico, sarà utile ed interessante raccontare gli ultimi mesi di vita (dal gennaio al maggio del 1859), dello stesso Ferdinando II, certamente, uno fra i più celebri e generosi sovrani che forse più di tutti promosse lo sviluppo della cultura e della tecnologia nel suo regno, portandolo a meritarsi l’appellativo di “terra dei primati”.

Lo spirito di Ferdinando II di Borbone (Palermo 12/01/1810 -Caserta 22/05/1859) era già stato messo a dura prova sin dall’attentato di Agesilao Milano nel 1856, ma il definitivo peggioramento delle sue condizioni fisiche è certamente da attribuire al pesante viaggio che il re si sobbarcò per andare ad accogliere a Bari la novella sposa di suo figlio Francesco, Maria Sofia, nel gennaio del 1859. Ferdinando soffriva già da qualche tempo. Non ancora cin­quantenne era precocemente incanutito, ed era ingrassato a tal punto da non poter più salire a cavallo e di tanto in tanto, avvertiva una grande spossatezza. Si trattava dei chiari sintomi della malattia (coxalgia purulenta) che di lì a poche settimane l’avrebbe condotto alla morte. Nonostante tutto, Ferdinando, di natura sospettosa, non si curò del parere contrario dei medici e decise di raggiungere la Puglia in carrozza, in una quindicina di giorni ed in varie tappe. Al professor Pietro Ramaglia, medico di corte, che lo sconsigliava fortemente di partire, aveva chiesto: Don Piè, quant’hai avuto pe darme sto consiglio?. Ferdinando parlava abitualmente napoletano, dava del “tu” a tutti, era volutamente triviale ed amava gli scherzi pesanti che i suoi cortigiani accettavano loro malgrado per non perderne il favore. Ancora, era astuto e diffidente, ed in particolare cono­sceva l’arte del rendersi popolare e simpatico alla maggioranza dei suoi sudditi. Confidava sulla fedeltà delle folle che lo attorniavano quando usciva in pubblico, tuttavia, dopo i tremendi fatti del 1856, sospettava di molti ministri, cortigiani e diplomatici che giudicava inutili e quasi dannosi. Solamente i magistrati ed i preti godevano della sua fiducia.

Il viaggio intrapreso dal convoglio reale nel pieno dell’inverno, risultò da subito avversato da un tempo inclemente e durò più del previsto: 19 giorni. Il ritardo fu imputabile, oltre che alle pessime condizioni del tempo, allo stato di salute del sovrano che andò sempre più aggravandosi. Ferdinando in ogni caso, resistette il più possibile. Era deciso a non perdersi la cerimonia di Bari e neppure voleva deludere i suoi sudditi che, ad ogni tappa, avevano organizzato festeggiamenti in suo onore.

Lungo il tragitto il re ricevette numerose suppliche per sussidi e grazie ed egli dispose anche molte elargizioni in favore dei più poveri. L’ingresso nella città di Bari del corteo reale fu molto festoso, i cavalli vennero staccati dalla carrozza e la stessa fu tirata a braccia dal popolo in un giro trionfale. Poco dopo però, il sovrano fu costretto ad allettarsi, a tal punto sofferente che non sarebbe più guarito. Si narra che, attraversando il vestibolo, per recarsi nella camera da letto predisposta per lui, passando davanti ad una sua effige in marmo, la salutò con la mano dicendo Addio Ferdinando. I successivi festeggiamenti si tennero senza di lui.

Re Ferdinando, con la regina Maria Teresa e la nuova coppia reale formata, si fermarono a Bari fino ai primi di marzo. La lunga permanenza in terra di Puglia era sempre dovuta alle condizioni del sovrano che non accennavano al miglioramento. Consultati i medici, fu deciso di far rientro a Napoli per mare. La partenza ebbe luogo il 7 marzo. Ferdinando, trasportato a spalla con tutto il letto fino al molo, fu issato a bordo della fregata Fulminante e quindi calato sotto coperta dove era stata allestita una cabina il più possibile accogliente.

La traversata durò cinquanta ore. Alle 2 del pomeriggio del 9 marzo, la fregata attraccò alla Favorita, alle 3 e mezzo con un treno speciale, la famiglia reale raggiunse Caserta. Dalla stazione alla reggia, il re fu portato a spalla da quattro marinai. Ferdinando, benché ridotto in precarie condizioni, non smise un attimo di preoccuparsi in prima persona delle questioni di governo e del futuro del suo Regno. Un mese prima del decesso, nell’aprile del 1859, il re era ricoperto da piaghe purulente e due marinai, i fratelli Criscuolo, erano costretti a sollevarlo ogni ora per consentire il cambio delle lenzuola. Senza sosta, ministri e gene­rali si alternavano con medici, guaritori e sacerdoti. Il lezzo era forte ma tutti lo sopportavano stoicamente. La regia stanza era ormai diventata una sorta di reliquiario di quanto di religioso e di superstizioso esisteva nel regno (fig. 3). Ogni giorno arrivavano nuove tuniche, nuove acque miracolose, immagini e scapolari che Ferdinando accettava, toccava e baciava con una fede incredibi­le, mentre Maria Teresa seguiva ogni cosa rivelando un grande amore verso il marito ed uno spirito di abnegazione senza pari. Si giunse anche a comunicare alla regina le notizie politiche più gravi affinché le riferisse al consorte con la dovuta cautela.

Il 29 aprile del 1859 scoppiava la Seconda Guerra di Indipendenza. L’avve-nimento mise in agitazione tutti i circoli patriottici della penisola e pure Napoli non ne fu esente. Quei momenti furono per Ferdinando un doppio calvario: pro­grediva il male e le notizie di guerra non erano di suo gradimento. Invaso da un senso di paura che manifestava apertamente, il sovrano cercò di reagire.

Tutti i giorni faceva venire in camera il principe ereditario Francesco
e Maria Sofia e si sforzava per informarli delle cose segrete del regno. Indicava loro i veri ed i falsi amici della dinastia, li avvertiva di non transigere con la rivoluzione, ma anche di non prendere le parti dell’Austria a suo avviso barcollante. A Maria Sofia raccomandava di non fidarsi dei “parenti” di Torino, al figlio ricordava di rimanere vicino al Papa e ripe­teva continuamente: Lo Stato della Chiesa è l’antemurale del nostro regno. Per il resto c’è il mare. In quegli ultimi giorni di vita, Ferdinando II volle anche dettare alfiglio, il suo testa­mento personalmente. Mentre gli eserciti franco-piemontesi avanzavano vittoriosi in Lombardia, lafine di Ferdinando era praticamente giunta. Morì infatti, il 22 maggio 1859, all’età di 49 anni, lasciando un trono pericolante nelle mani di unfiglio che giovanissimo era ancora inesperto ed incapace di regnare

La coniazione siciliana al centro del nostro interesse, ci permette di ammirare l’ultimo “ritratto metallico” di Ferdinando ed è opera dell’abile artista Giuseppe Barone. La medaglia che ci accingiamo a descrivere è quella per Omaggio al Re Ferdinando II Magnanimo Protettore delle Arti (Ricc. 218, D’Auria, 253) del 1859.

D/FERDINANDO II. RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE. Busto a
 destra del Re, con manto. In basso: G. BARONE. F. ED OFFRE
R/MAGNANIMO PROTEGGITORE DELLE ARTI. Rami di quercia ed
 alloro annodati, racchiudenti tre Gigli Borbonici. All’esergo: MDCC­
 CLIX

Caratteristiche tecniche: diametro mm. 64,8 Metalli di coniazione: Oro?, Argento e Bronzo? Luogo ed anno di coniazione: Palermo, 1859

Al dritto è superbamente rilevato il profilo destro di Ferdinando II nel suo ultimo anno di regno: il volto qui ricavato magistralmente dal Barone, è senza alcun dubbio il ritratto più autentico e recente degli ultimi momenti di vita del sovrano che nel 1859 aveva 49 anni. Per tutta la sua vita Ferdinando, proba­bilmente per stimolare l’attività degli artisti, non volle mai posare per essi, la posa infatti agevola enormemente il compito all’esecutore poiché gli permette di ritrarre comodamente tutti i dettagli del modello e di fissarne le particolarità anche senza la dovuta concentrazione. Durante il regno di Ferdinando solo Maria Cristina accordò due pose all’incisore trapanese Laudicina, disobbeden­do così ai principi artistici tanto cari al consorte, “disobbedienza” comunque ripagata dalla bellezza del conio portato a termine grazie a quelle concessioni (Cfr. la medaglia per le nozze di Ferdinando II di Borbone con Maria Cristina di Savoia, Ricciardi 160, D’Auria 179). I Borbone erano davvero esigenti in campo ritrattistico: un artista, infatti, non si sarebbe mai potuto permettere di raffigurare il re in maniera diversa da come appariva e di conseguenza tutte le medaglie dovevano riportare nel modo più preciso possibile l’iconografia del sovrano in quello stesso anno. Nella coniazione, il Barone certamente si è atte­nuto al principio della contemporaneità esposto sopra ed il ritratto di Ferdinando pertanto rispecchia perfettamente le fattezze del sovrano poco prima di morire. La medaglia protagonista del nostro studio che per finezza e maestria eguaglia se non supera, gli antecedenti lavori napoletani, fu
certamente l’ultima ideata per commemorare Ferdi­nando ed è ancor più significativo che sia stata coniata nella zecca di Palermo, città nella quale il sovrano era nato quasi mezzo secolo prima. Nel 1859 l’Italia già era percorsa da venti rivoluzionari da Nord a Sud, la scomparsa di Ferdinando poi minò dalle fondamenta il futuro dell’intera dinastia borbonica. Tutti gli sforzi infatti erano finalizzati alla conservazione del Regno in un periodo di transizione così delicato. Alla luce di tutto questo, si spiega come mai non siano state coniate medaglie a ricordo della morte di Ferdinando II o dell’ascensione al trono del nuovo re Francesco

II: l’incertezza del momento e la mancanza di tempo (Il Regno delle Due Sicilie è caduto definitivamente nel 1861) sono stati due fattori determinanti.

Grazie al lavoro del Barone, l’immagine di Ferdinando a pochi mesi dalla morte ci giunge nitida ed incontaminata: qui il sovrano è immortalato con bel­lissimi capelli divisi perfettamente da una riga, una barba a collana e piccoli baffetti ben curati. Ancora, il mento è molto sporgente come era proprio ad un re, il petto è coperto da una tunica cesarea, così come in precedenti ed illustri coniazioni (Cfr. la medaglia per il compimento della Basilica di San Francesco di Paola, del 1836, Ricciardi 167, D’Auria 191 e per le seconde nozze con Ma­ria Teresa d’Austria del 1837, Ricciardi 168, D’Auria 192). Per completezza informativa, va ricordato che Ferdinando II fu effigiato sulle medaglie con la barba sin dal 1836 (Cfr. il conio per la nascita del duca di Calabria Ricciardi 163, D’Auria 188), mentre sulle monete solo dal 1839. Della medaglia sub judice colpiscono principalmente sia le dimensioni, ben 64,8 mm di diametro, sia l’iridescenza della patina. I fondi sono lucenti mentre la testa del re ed i caratteri della leggenda sono quasi bruniti: solo l’abile gioco incisorio di un maestro come il Barone, poteva ricavare un simile contrasto cromatico. Come dimostra un’ampia documentazione, nel Regno delle Due Sicilie, in special modo dopo la fondazione del Gabinetto di Incisione del 1829, si svolgevano dispendiosi esperimenti chimici per la cura ed il perfezionamento della patine delle medaglie. Dunque, nessun minimo particolare veniva trascurato per far sì che si potesse riconoscere a prima vista un pezzo proveniente dalle zecche borboniche rispetto a quelle europee. Anche il rovescio dell’esemplare preso in esame è disegnato con molta accuratezza, e sebbene la corona di quercia e di alloro annodati e i gigli nel campo abbiano qualcosa di convenzionale, nel suo complesso la composizione è degna di nota. Più in particolare, la bella corona, nella metà destra è di foglie di quercia e di alloro la sinistra. I due rami sono legati da un nastro. I gigli borbonici posti nel centro della ghirlanda sono in rilievo e vanno a formare un ideale triangolo.

Veniamo ora alla dedica incisa sul rovescio della medaglia a ore 12: Ma­gnanimo Protettore delle Arti. Tale appellativo, infatti, calza perfettamente: Ferdinando II ha sempre tutelato l’espressione artistica, palesava una sensibilità maggiore rispetto agli altri sovrani italiani del tempo, salvo forse Leopoldo II di Toscana. Durante il regno di Ferdinando si organizzavano spesso concorsi d’arte e vennero istituiti premi annuali per gli artisti più meritevoli. Per esempio, possiamo ricordare le celebri “Esposizioni di belle arti del 30 Maggio”. In ogni caso, nella famiglia Reale Borbonica non solo Ferdinando era pervaso dal sacro fuoco dell’arte: Leopoldo Conte di Siracusa, fratello minore di Ferdinando II era uno scultore a tutti gli effetti e portò avanti una intensa attività artistica, circondandosi di tanti artisti che lavoravano nel suo atelier. Inoltre, promosse importanti scavi archeologici a Cuma e a lui si deve la formazione della Raccolta Cumana ora al Museo archeologico di Napoli.

La rarissima medaglia per omaggio a Ferdinando II è in argento; certo però, come ci riferisce lo studioso Majorca Mortillaro (1899), il Barone dovette ese­guire una coniazione in oro da donare al Re e qualche copia in bronzo da offrire a personaggi di minor rilievo. Purtroppo la consultazione di numerosi cataloghi d’asta e testi di medaglistica ancora non ci permette di confutare questa certa­mente più che plausibile ipotesi. In ogni caso la coniazione del Barone è senza dubbio della più grande rarità e per quanto affermato sopra non sono assoluta­mente da escludere futuri rinvenimenti di medaglie in oro o in bronzo.

L’arte di Giuseppe Barone, nella medaglia per Ruggero Settimo del 1848 (Ricciardi 188, D’Auria 215), è già matura; undici anni dopo, in quella per Omaggio a Ferdinando II di Borbone, ci fornisce il suo più sublime capolavo­ro. Nonostante ciò, il nome Giuseppe Barone è stato fino a pochi anni fa quasi sconosciuto alla maggior parte degli appassionati di medaglistica. Oggi però grazie alle nuove attribuzioni ed alla riscoperta della sua attività incisoria è giusto riconoscere al Barone i dovuti meriti. In questo senso sarà utile ripor­tare qui di seguito notizie sull’opera artistica e sulla vita del valente incisore palermitano. Il Barone nacque a Palermo nel 1810 e nella stessa città morì di colera il 19 settembre del 1885 dopo una vita consacrata all’arte incisoria, tra­scorsa lavorando nella Zecca di Palermo. Il Barone, senza dubbio, fu eccellente maestro in campo medaglistico, piuttosto che in quello numismatico e di lui si hanno magnifici ritratti di Ferdinando II sia con volto giovanile, si vedano ad esempio, le varie coniazioni come premio della Real Università di Palermo sia con volto “anziano”, si prenda in considerazione la medaglia da noi qui analiz­zata. Sebbene non abbia mai occupato un posto di incisore ufficiale e non abbia perciò avuto a sua disposizione i mezzi tecnici e finanziari per sormontare le grandi difficoltà che presenta la difficile arte dell’incisione, le medaglie baro­niane possono reggere al paragone di quelle degli incisori ufficiali napoletani e stranieri che lavoravano nelle più famose zecche d’Europa. L’attività artistica del Barone si svolse in un epoca fortunata, così per la Sicilia come per l’Italia, ed è innegabile che la sua opera riporti le tracce delle mutevoli vicende di quei tempi. Autori come il Majorca Mortillaro (1899), ci descrivono però il Barone come un uomo dal grande talento artistico ma dall’animo assai leggero. Infatti, dopo aver spontaneamente reso omaggio a Re Ferdinando delle Due Sicilie nel 1859, un anno dopo coniò con indifferenza una medaglia di bronzo per Vittorio Emanuele II di Savoia. La condizione finanziaria del Barone non era delle migliori. L’artista era alla continua ricerca di denaro, sempre il Majorca Mortillaro, ci riporta che il Barone volle dedicare a Ferdinando II pensando alla buona sorte toccata ai colleghi incisori napoletani ed in special modo, alle ricompense ottenute. In effetti alla corte dei 2010. Lotto 592.

Alla corte dei Borbone si apprezzavano e si privilegiavano più che in ogni altra corte europea le arti figurative ed è certamente grazie alla superba produzione medaglistica che alcuni artisti si avvalsero della benevolenza e del rispetto del Re in persona oltre ad essere incentivati con maggiori premi di produzione. Per esempio nel periodo Ferdinandeo (1830-1859) ebbero grande fama incisori e scultori come Andrea Cariello, il trapanese Laudicina, il Catenacci e Luigi Arnaud, quasi tutti tra l’altro allievi di Filippo Rega ed influenzati dal suo elegante neoclassicismo. Caduto il governo borbonico, con lo stesso ardore, il Barone continuò nelle sue creazioni e nel 1882 per il centenario dei Vespri, festeggiato in maniera solenne a Palermo, gli fu affidato l’incarico di creare una medaglia commemorativa che probabilmente fu anche la sua ultima opera.

In conclusione, desideriamo fornire al lettore una chiave interpretativa per la comprensione di tutta l’attività artistica baroniana. Senza dubbio, le opere del Barone si basano su di una impostazione neoclas­sica, tanto cara all’illustre maestro chietino Rega: la medaglia celebrativa deve avere nel dritto l’effige del personaggio al quale è dedicata, effige che tra l’altro costituisce nella maggior parte dei casi un saggio di ritrattistica dai toni molto alti, nel rovescio, invece, rappresentazioni allegoriche, o simbolismi alludenti alle qualità dell’effigiato. Un altro elemento guida delle coniazioni neoclassiche sono le iscrizioni, tratte da testi classici, dalle Sacre Scritture
o semplici motti legati ai personaggi o alle loro gesta. In particolare, una delle caratteriz­zazioni citate sopra distingue ed identifica a prima vista le medaglie baroniane: a rovesci privi di paesaggi e figure allegoriche si contrappongono superbi e dettagliatissimi ritratti.

Le uniche due eccezioni sono costituite dalla medaglia per Omaggio al Mar­chese delle Favare (Cfr. catalogo Christie’s lotto 205 e D’Auria, 254) e quella per Premiazione dell’Esposizione di Belle Arti in Sicilia del 1841 (Cfr. D’Auria 198). I rovesci delle due coniazioni infatti presentano sia elementi mitologici, sia elementi di elevato valore simbolico. E’ probabile che il Barone abbia innovato le sue produzioni nel pieno della maturità artistica non limitandosi perciò alla cura quasi maniacale dei soli dritti. In ogni caso, la plasticità e la morbidezza delle forme, così come l’incredibile freschezza dei ritratti, con picchi di assoluto.

Michelangelo Boni

che ringrazia l’amico Dott. Nino Bonaccorso

Medaglia in argento con bellissima
patina iridescente. Da Giuseppe Barone
a Ferdinando II Magnanimo Protettore delle
Arti (Ricciardi 218, D’Auria 253). Asta
NAC 47, 3-4 giugno 2008. Lotto 542.
La stessa medaglia in argento
dorato. InAsta numero 37, 20 novembre
Lotto 592.
Statua in ricordo di Ferdinando II di Borbone a Messina opera di di Pietro Tenerani

2 Comments

  1. Non esistono documenti scientifici sull’avvelenamento. Io propendo, invece, per una progressiva infezione della ferita subita nell’attentato. Con le medicine dell’epoca si riuscì a guarire la superficie esterna, ma il canale infettivo dovette raggiungere le articolazioni da dove poi si sparse progressivamente per tutto il corpo. Non esistevano gli antibiotici per curare l’infezione introitata nei tessuti!

  2. Ferdinando II, un grande re… di cui abbiamo splendidi ritratti, anche riprodotti con mille tecniche…e meno male! morire a 49 anni, che perdita immensa!… era quello che si aspettavano gli avvoltoi… sfuggito ad un attentato… e forse avvelenato a sua insaputa nella sosta del viaggio verso Bari… Un grande Re di cui andar fieri!.. per un grande regno… nel Suo nome dovrebbe risorgere!…ma lo farà, ne sono sicura! caterina ossi

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