Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

PONTELANDOLFO, ABORTO E RADIO RADICALE SIMBOLO DEL PENSIERO UNICO

Posted by on Mag 22, 2019

PONTELANDOLFO, ABORTO E RADIO RADICALE SIMBOLO DEL PENSIERO UNICO

Il trucco dei Giacobini fin dal 1789 e quello di far passare come “libero pensiero” quello che è il loro vero cavallo di battaglia, la dittatura del “pensiero unico”. Un megafono autorevole di questa ideologia “gnostica” è certamente Radio Radicale che in questi giorni sta conducendo una legittima battaglia sulla propria sopravvivenza che potrebbe essere una nobile lotta che tutti dovremmo sostenere a cominciare da me. Dopo aver ascoltato la trasmissione del 16 di maggio a cura di Alessandro Barbano in cui veniva denigrata la legge contro l’aborto che stanno approvando in uno degli stati degli U.S.A. e a seguire veniva derisa la tesi dei neoborbonici, è il termine che viene usato dagli “gnostici giacobini” quando ci vogliono deridere, sui drammatici fatti di Pontelandolfo.

A questo punto dico che sono a favore di continuare a finanziare con i soldi pubblici Radio Radicale, anzi aumenterei i finanziamenti, ma a condizione che tutti devono avere lo stesso spazio, gli abortisti come i no-abortisti, i risorgimentali come gli identitari in nome della reale libertà di stampa e del vero libero pensiero che deve diventare l’humus del libero arbitrio. Non vi informo su quanto detto nella trasmissione e chi vorrà farlo può ascoltare gli ultimi 9 min. del programma in cui vengono toccati i suddetti temi e se qualcuno pensa che è una mia esagerazione lo invito a denunciarla

Claudio Saltarelli

fonte https://www.radioradicale.it/riascolta?data=2019-05-16

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S.M. Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Posted by on Mag 22, 2019

S.M. Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Primogenito maschio di Re Francesco I, Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, nacque a Palermo il 12 gennaio 1810 e morì a Caserta il 22 maggio 1859, ancora giovane. Un anno dopo la sua morte iniziò l’invasione del Regno, e nessuno potrà mai asserire se, con lui ancora sul Trono, le cose avrebbero potuto avere un corso differente, perché la storia, come è noto, non si fa con “se”; ma è anche vero che è legittimo e sensato ritenere – conoscendo l’uomo e il sovrano – che Garibaldi e soci avrebbero avuto sicuramente vita più difficile.

Portò dapprima il titolo di Duca di Noto, poi, alla morte del nonno nel 1825, divenuto principe ereditario, assunse quello di Duca di Calabria. Fu educato da ecclesiastici e militari, e ciò spiega la sua profonda fede e la sua passione militare. Era ancora bambino quando gli inglesi pensarono di farlo Re di Sicilia (secondo i loro piani sarebbe stato un ragazzo facilmente manovrabile), mentre durante i moti del 1820 i carbonari volevano affidargli la corona di Lombardia; in seguito, vi fu anche chi pensò di metterlo a capo del futuro Risorgimento. Ma Ferdinando non si fece mai allettare da tali avventurosi proponimenti, sia per il sincero attaccamento alla sua terra ed al suo popolo, sia perché consapevole che i suoi diritti di Re poggiavano sulla legittimità dinastica, e la legittimità dinastica è uguale e sacra per ogni sovrano legittimo, che va pertanto rispettato e difeso nei suoi diritti regali. Per essere più chiari, Ferdinando rispettò sempre, oltre il settimo comandamento, il motto evangelico di non fare ad altri quello che non vuoi sia fatto a te: per questo altri poterono regnare tranquilli, per poi impossessarsi di ciò che era di Ferdinando e dei suoi legittimi eredi.

Nel 1827, dopo la partenza delle forze austriache dal Regno, fu nominato dal padre Capitano Generale dell’esercito.

L’8 novembre 1830, con la benedizione del padre morente, salì ancor giovanissimo sul Trono, emanando un proclama nel quale prometteva di risanare quelle piaghe che ancora affliggevano il Regno. Tutta la sua vita fu spesa per mantenere tale promessa. Subito sostituì alcuni ministri, diminuì notevolmente le spese di Corte, concesse una larga amnistia ai detenuti politici e agli esuli, richiamò in servizio gli ufficiali murattiani sospesi dai moti del 1820, e non punì aspramente alcuni congiurati che nei primi anni del suo regno avevano attentato alla sua vita. Ma tale regale generosità non gli fece mai perdere di vista i suoi doveri di sovrano cattolico, e si schierò apertamente contro le riforme liberali della sorella Maria Cristina in Spagna, appoggiando di contro le posizioni carliste.

Nel 1832 sposò la Principessa Maria Cristina di Savoia, quarta figlia di Vittorio Emanuele I, dalla quale avrà l’erede, il futuro Francesco II; donna di eccezionale carità e spirito religioso, non ebbe vita facile a Napoli per ragioni di salute, ma sopportò tutto con grande rassegnazione cristiana. Le sue virtù erano tali da farla non solo amare da tutti i sudditi che la consideravano già in vita una santa, ma da farla ascrivere, da parte della stessa Chiesa Cattolica, nel numero dei Beati. Morì agli inizi del 1836, quindici giorni dopo il parto, confortata dai soccorsi della religione. Il 26 dicembre dello stesso anno sposò l’Arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo, dalla quale ebbe nove figli, fra cui Alfonso Maria, Capo della Real Casa dopo la morte senza eredi di Francesco II nel 1894, e varie figlie, che andarono in moglie a sovrani europei.

Gli eventi del Quarantotto

Come è noto, dopo i fallimenti dei moti carbonari del 1820-’21 e del 1830-’31, in Italia iniziò ad operare la “Giovine Italia”, fondata da Giuseppe Mazzini, che subito condusse una serie di tentativi di sovvertire l’ordine costituito. Fra questi, va ricordato quello dei fratelli Bandiera, i quali tentarono uno sbarco (con venti uomini in tutto) contro il pacifico e legittimo Regno delle Due Sicilie, nella speranza che le popolazioni li seguissero e cacciassero i Borbone. Fecero tragica morte. Come reazione all’estremismo mazziniano, il partito moderato risorgimentale trovò come valida alternativa la proposta confederalista avanzata nell’opera – edita la prima volta nel 1843 – “Il primato morale e civile degli Italiani” di Vincenzo Gioberti, ove l’autore, dopo una bella e coinvolgente esaltazione del primato mondiale della civiltà e della cultura italiane – primato dovuto anzitutto e soprattutto al fatto di ospitare la Chiesa Cattolica da sempre – proponeva come soluzione alla Questione Italiana la creazione di una confederazione degli Stati legittimi (che mantenevano quindi i propri sovrani) con a capo il Pontefice Romano.

La proposta, come è noto, ebbe grande successo, in quanto prevedeva il mantenimento della civiltà cattolica e tradizionale da un lato e l’ottenimento di una forma di unità confederativa dall’altro, accontentando, qualora realmente e correttamente applicata, tutte le esigenze del tempo. Il neoguelfismo giobertiano ebbe ancor maggior successo dopo l’elezione nel 1846 al Trono di Pietro di una Papa favorevole al progetto, Pio IX, il quale, con le sue riforme, divenne il simbolo vivente (suo malgrado) del Risorgimento italiano in questa sua prima fase.

Dinanzi alle sempre più spinte concessioni politiche che Pio IX faceva a Roma, Ferdinando si mostrava sempre scettico, anche se il progetto giobertiano, come progetto in sé, non lo vedeva contrario di principio: anche Ferdinando amava sinceramente l’Italia. Il fatto era che ormai egli aveva quasi già venti anni di Regno alle spalle, ed aveva imparato, anche in merito a ciò che era accaduto al nonno, a diffidare dei liberali e dei rivoluzionari (e forse in cuor suo diffidava anche delle sincerità delle intenzioni di qualche altro sovrano italiano…). Ma poi iniziò il 12 gennaio 1848 una rivolta autonomista in Sicilia.erdinando, innervosito dal fatto che gli altri facevano le riforme e a lui poi toccavano le grane, volle fare un atto di coraggio e di sfida: lui che fino a quel momento era rimasto estraneo al generale movimento riformista inaugurato da Pio IX, scavalcò tutti gli altri sovrani italiani e concesse la costituzione d’un colpo solo, mettendo fra l’altro in imbarazzo il Papa, il Granduca di Toscana, i Duchi di Parma e Modena e Carlo Alberto a Torino, i quali, dopo questa mossa, furono costretti, uno dopo l’altro, concedere anch’essi la costituzione.

A questo punto era chiaro che l’equilibrio e l’ordine stabiliti a Vienna nel 1815 erano venuti meno; inoltre una rivoluzione era scoppiata anche a Vienna, e Metternich era uscito di scena; approfittando di ciò, i milanesi il 18 marzo erano insorti cacciando gli austriaci e chiedendo a tutti i sovrani italiani di combattere insieme contro gli Asburgo per l’indipendenza italiana. Per altro, dopo varie esitazioni, Carlo Alberto era effettivamente entrato con il suo esercito in Lombardia e marciava contro il “Quadrilatero” austriaco. Insomma, era giunto il momento di mettere in pratica il piano giobertiano.

Pio IX era pronto, ed inviò delle truppe non per attaccare ma a difesa dello Stato Pontificio, ed anche il Granduca di Toscana inviò i suoi uomini. Ferdinando, dinanzi ad una vera ed effettiva unità degli italiani per l’indipendenza non si tirò indietro, ed inviò l’esercito a combattere. è il momento magico della storia d’Italia! Tutti uniti per l’indipendenza, secondo però gli obiettivi del neoguelfismo, vale a dire un’Italia confederale e cattolica, e pertanto monarchica e legittimista. Il problema però è che non tutti la pensavano in tal maniera… Anzitutto i democratici, che ovunque, e specie a Firenze, Roma e Napoli miravano al progetto mazziniano di sovversione repubblicana dell’ordine tradizionale; e poi Carlo Alberto, che in maniera ogni giorno più evidente conduceva la guerra isolatamente ed evidenziando le sue reali intenzioni, che non erano certo quelle neoguelfe, bensì più semplicemente quelle di realizzare l’antico sogno di Casa Savoia, l’annessione della Lombardia e se possibile del Veneto.

A questo punto Ferdinando, fiutato il vento, cambiò nettamente atteggiamento (nel frattempo, anche Pio IX ritirava le sue truppe, sia perché oramai era evidente che a Roma si preparava il colpo di stato mazziniano, sia perché da Vienna giungevano minacce di scisma qualora il Papa non avesse smesso di fare guerra all’Impero cattolico, e Pio IX, per quanto amasse l’Italia, era anzitutto il Pontefice di tutti i cattolici del mondo prima che il sovrano di uno Stato italico): mediante un colpo di forza, prima ritirò la costituzione, onde evitare che il governo gli sfuggisse definitivamente di mano e finisse in quelle mazziniane (come stava accadendo a Roma e Firenze), pericolo effettivo che varie rivoluzioni locali nelle provincie meridionali del Regno stavano chiaramente evidenziando; poi ritirò i suoi soldati dal fronte, visto che farli morire per dare la Lombardia a Carlo Alberto (e non per fare la Confederazione Italiana) non aveva alcun senso; infine riconquistò manu militari la Sicilia, ponendo fine ad ogni disordine e velleità rivoluzionaria e sovversiva, e dimostrandosi uomo di carattere come pochi l’Italia aveva conosciuto. Uomo di carattere ma anche generoso: perdonò i condannati a morte per ribellione dopo i fatti del ’48, e tale generosità fu ripagata da parte rivoluzionaria con l’attentato mortale (miracolosamente fallito) che dovette subire da Agesilao Milano (un ufficiale calabrese) nel 1856: fu l’unica condanna a morte che il Re non volle amnistiare, proprio per l’ingratitudine fanatica dimostrata in tale occasione. Anche in politica estera si dimostrò sempre un sovrano energico con idee chiare, il cui unico obiettivo erano gli interessi del suo popolo, dinanzi ai quali era capace di dire no anche all’Austria e alla Gran Bretagna. Ad esempio, negli Anni Trenta, ancor giovane sovrano, tenne testa al Palmerston per la nota vicenda degli zolfi siciliani. Era successo che nel 1816 il Governo britannico si era fatto concedere da Ferdinando I il monopolio dello sfruttamento dello zolfo siciliano per pochi soldi, senza che il Regno ci guadagnasse sopra. A Ferdinando II ciò non andava giù; inoltre, egli aveva abolito la tassa sul macinato (per non gravare sul popolo), e quindi aveva bisogno di soldi. Così decise di affidare il monopolio a una società francese che pagava il doppio dell’Inghilterra. Parlmerston mandò subito una flotta militare davanti al Golfo di Napoli, minacciando senza ritegno di bombardare la città. Ferdinando II mostrò il suo carattere, tenne duro, preparando flotta ed esercito alla guerra. Il tutto si risolse con l’intervento di Luigi Filippo Re dei Francesi: il Re dovette rimborsare sia gli inglesi che i francesi (perché il monopolio rimase agli inglesi, che però mai dimenticarono l’onta subita) il presunto danno arrecato [Oltre alla vicenda degli zolfi, che fece infuriare non poco il Palmerston, occorre sapere che (tutto il mondo è paese!) una nipote dello statista inglese aveva sposato il fratello del Re Carlo di Borbone, e il Palmerston aveva preteso da Ferdinando che la ammettesse a Corte col titolo di principessa reale. Il problema però era che la moglie inglese non era esattamente donna di ottimi costumi, era cioè una nota avventuriera. Ferdinando non accondiscese alla richiesta, suscitando ulteriormente l’odio del Palmerston, che si riteneva umiliato personalmente per l’affronto ricevuto. Cfr. a riguardo de’ Sivo, Alianello, Acton, ecc.].

Rispose negativamente anche all’offerta di Francesco Giuseppe nel 1851 di una lega degli Stati italiani, né accettò le pressioni prima di Luigi Filippo poi di Napoleone III di cambiare metodo di governo.

Ben diversamente si comportò invece con la Chiesa. Ebbe sempre filiale devozione, ed in particolare modo diede eccellente e generosa ospitalità a Pio IX durante i due anni di esilio da Roma a causa degli eventi del ’48 e della Repubblica Romana; ma non concesse mai nulla di più di quanto prevedesse il Concordato in vigore, ed anzi invitò i gesuiti de “La Civiltà Cattolica” a lasciare il Regno.Gli ultimi anni della sua vita furono in parte contristati dalla consapevolezza che a Torino si stava preparando qualcosa di pericoloso, con l’appoggio della Gran Bretagna di Palmerston e delle forze internazionali protestantiche e massoniche, e ancora nel 1857 dovette subire la tragica spedizione del Pisacane contro il suo Regno. Ma la morte lo colse ancor giovane proprio alla vigilia di quegli eventi che condussero alla caduta del Regno, quando cioè più che mai sarebbero state necessarie la sua energia, la sua lungimiranza e l’esperienza che sempre dimostrò durante il suo importante e fecondo governo.

Un regno di progresso civile e materiale

Ferdinando II fu sicuramente il Re di Napoli più amato dai suoi sudditi, ed è per tal ragione ovviamente che a tutt’oggi risulta essere il sovrano più calunniato della storia, perché la storia fu scritta da coloro che portarono via il Regno a suo figlio, e lo portarono via tramite un’invasione a tradimento di uno Stato pacifico ed alleato, legittimo e benvoluto dai propri sudditi. Pertanto è chiaro che un tale atto poteva essere giustificato solo con l’accusa da parte dei vincitori di indegnità di governo verso la famiglia dei Borbone delle Due Sicilie. Insomma, per fornire una parvenza di giustificazione storica all’assalto piratesco del pacifico, alleato, legittimo e sette volte secolare Regno delle Due Sicilie, occorreva infangare la memoria dei detentori di quel Trono, ed in particolare la memoria del suo migliore e più recente esponente (essendo Francesco II appena salito al Trono e troppo giovane ancora per essere credibilmente calunniato).

Nella successiva voce dedicata a Francesco II e ai fatti storici che condussero alla caduta del Regno, approfondiremo gli eventi specifici della politica cavouriana, della spedizione dei Mille e della eroica resistenza borbonica. Per il momento, analizziamo la politica riformatrice svolta da Ferdinando II, in quanto in tal maniera si potrà ben capire perché fu il sovrano più amato dal suo popolo. I suoi calunniatori, vale a dire coloro che tramarono in maniera diretta o indiretta per la caduta del Regno, presentarono il suo governo come “la negazione di Dio”, e da allora tutti i libri di storia scolastici e non solo continuano a ripetere stancamente le stesse calunnie indottrinate. Noi invece lasciamo la parola ad alcuni fra i più noti storici del Risorgimento antichi e recenti non supinamente allineati a tali menzogne per descrivere la vera personalità e il reale operato del sovrano.

Lo storico Angelantonio Spagnoletti [A. SPAGNOLETTI, Storia del Regno delle Due Sicilie, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 80-90.] descrive la fama che circondava Ferdinando II fra i suoi sudditi. Sicuramente fu il più amato fra i Re Borbone di Napoli; egli sempre si preoccupò di alleviare le sofferenze delle sue popolazioni quando venivano colpite da terremoti, epidemie, andando di persona sul luogo, e spesso era presente in Sicilia per risolvere direttamente gli immancabili problemi con le difficili popolazioni locali (perfino Luigi Blanch riconosce l’attaccamento delle popolazioni al sovrano e Niccolò Tommaseo lo descrive come il migliore dei Principi italiani). Nei suoi viaggi viveva con i sudditi, faceva da testimone ai lori matrimoni e battesimi, lasciava loro denaro, ecc. Insomma, amava presentarsi come il Padre del suo popolo, che per lui era la sua famiglia. Commenta Spagnoletti (p. 88): «La calunnia sembrava accompagnare costantemente la vita e l’operato di Ferdinando II; ciò nonostante quella che gli ambienti filoborbonici costruivano era l’immagine di un sovrano virtuoso e leale, che aveva mantenuto in sé il valore, la clemenza e la religione dei suoi avi, aveva evitato il coinvolgimento del regno nei moti del 1830-’31 e, con quello, pericolose interferenze straniere, aveva difeso l’onore nazionale nella questione degli zolfi e, per questo, aveva dalla sua l’intero popolo napoletano che era quasi “immedesimato” nei pensieri del suo re».

Scrive Carlo Alianello [C. ALIANELLO, La conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale (1972), Rusconi, Milano 1998, pp. 121-126.] riguardo le riforme e le innovazioni di Ferdinando II. «Volle strade, volle porti, volle bonifiche, ospizi e banche; poco sopportava una borghesia saccente e rapace, la cosiddetta borghesia dotta, i “galantuomini” [E questa fu la sua grande “colpa”. Fu un Re, ma non un “re borghese”, come andava di moda a quei tempi. Fu un Re al servizio dei bisogni del suo popolo, e non degli interessi di quella classe “intellettualoide” che aveva aperto il Regno all’invasione del nemico francese e aveva di poi amoreggiato con l’usurpatore murattiano.] . Cercò piuttosto di creare una borghesia che mirasse al sodo. Non fu fortunato per la ragione che nel Napoletano altra borghesia non esisteva che quella delle professioni e degli studi, “pennaruli e pagliette”, quelli che avevano cacciato suo nonno da Napoli, legati a fil doppio allo straniero per sole ragioni ideologiche che il Re, come re, non capiva; e l’avida schiera dei proprietari terrieri». Dice F. Durelli [F. DURELLI, Cenno storico di Ferdinando II, Re del Regno delle Due Sicilie, Stamperia Reale, Napoli 1859.] che «In quattro anni soltanto, dal 1850 al 1854, furono reintegrati nei demani comunali più di 108.950 moggia di terreni usurpati e divisi in sorte ai bisognosi agricoltori»; continua Alianello: «Riporto dall’Almanacco reale del Regno delle Due Sicilie del 1854, dopo una lunga e particolareggiata lista d’istituti di credito e beneficenza, la seguente nota: “Si ha, oltre i luoghi pii ecc. ecc., pei domini continentali un totale di 761 di stabilimenti diversi di beneficenza, oltre 1131 monti frumentarii, ed oltre de’ monti pecuniari, delle casse agrarie e di prestanza e degli asili infantili” (…) Per sua volontà si badò a costruire strade, che dalle 1505, quante se ne assommavano nel 1828, erano divenute nel 1855 la bellezza di 4587 miglia. E non straduzze da poco..». Erano l’Amalfitana, la Sorrentina, la Frentana, che fu interrotta per l’arrivo dei “liberatori”; l’hanno finita solo cento anni dopo. Poi la costiera adriatica, la Sora-Roma, l’Appulo-sannitica, che collegava Abruzzi e Capitanata, l’Aquilonia, che collegava Tirreno e Adriatico, la Sannita, da Campobasso a Termoli. Continua Durelli: «In breve dal ’52 al ’56, che sono solo quattro anni, furono costruite 76 strade nuove, di conto regio, provinciale e comunale. Moltissimi i ponti, e fra tutti il ponte sul Garigliano, sospeso a catene di ferro, che fu il primo di questa foggia in Italia, e tra i primissimi in Europa. Eppoi le bonifiche, l’inalveazione del fiume Pelino, la colmata dei pantani del lago di Salpi, la bonifica delle paludi campane (…) In 30 anni, la marina a vela raddoppiata, la marina a vapore creata dal nulla, che nel 1855 contava 472 navi, per 108.543 tonnellate, più 6 piroscafi a ruota, 6913 tonnellate di barchi diversi. E le scuole, i collegi nautici, le industrie».

Scrive Marta Petrusewicz, fornendo un quadro del suo regno, «(…) la popolazione in crescita, la tassazione ed il sistema doganale meglio regolati, ed il governo impegnato in un intervento intelligente di costruzione delle ferrovie e strade, manifatture reali e prigioni moderne» [M. PETRUSEWICZ, Come il Meridione divenne una questione, Rubbettino, Catanzaro 1998, p. 37.].

Per capire ancora meglio il personaggio, leggiamo quanto scrive lo zuavo pontificio (parla quindi per esperienza diretta) irlandese P.K. O’Clery, nella sua celebre opera sul Risorgimento [P.K. O’ CLERY, La Rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, (I ed. 1875, 1892), Ed. Ares, Milano 2000, pp. 95-96.] . Appena salito al Trono, Ferdinando II concesse l’amnistia generale e così si regolava nelle sue azioni: «Per introdurre criteri di economia nelle finanze, Ferdinando ridusse di molto il proprio appannaggio, abolì diversi uffici inutili e alcune delle prerogative reali. Semplificò le procedure nelle Corti di giustizia, sostituì l’impopolare viceré di Sicilia, nominando suo fratello a tale carica e, allorquando viaggiava per il Regno, proibiva alle municipalità di farvi preparativi costosi per la sua venuta, accettando l’ospitalità di qualche residente, o prendendo dimora nella locanda di un villaggio o in un convento francescano. Non c’è da stupirsi che fosse un sovrano popolare». Da ricordare v’è anche che egli aderì nel 1838 agli accordi franco-britannici contro la tratta dei negri e sempre nello stesso anno stabilì pene severissime contro i duelli (sia la detenzione che la decadenza dagli ordini cavallereschi), anche per i padrini. Concesse l’aministia per i detenuti per ragioni politiche in Sicilia e grande autonomia giuridica ed amministativa all’isola; seguì inoltre personalmente la lotta alla feudalità. L’economia fu in continua crescita [“malgrado le oscillazioni, la politica economica borbonica fu di una continuità notevole”. PETRUSEWICZ, op. cit., p. 72.], e grande sviluppo ebbe la marina mercantile [CONIGLIO, op. cit., pp. 340-342.].

Prendiamo ad esempio anche quanto scrive Angela Pellicciari [A. PELLICCIARI, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Ed. Piemme, Casal Monferrato 2000, pp. 181-182.] . Nel Regno delle Due Sicilie, le spese previste sono sistematicamente superiori alle effettive; non si pagano tasse di successione, tasse sugli atti delle società per azioni e su quelli degli istituti di credito; il debito pubblico è minimo, l’imposta fondiaria lievissima, la Sicilia è esente dalla leva militare, dall’imposta sul sale e dal monopolio del tabacco; inoltre Ferdinando, come si trova scritto nella rivista “L’Armonia”, ha «stabilito nei maggiori centri della popolazione monti frumentari per somministrare grano agli agricoltori da seminare e per mantenersi colle loro famiglie, tagliando così in pari tempo le gambe all’usura».Tutto ciò è confermato anche da Giuseppe Paladino nella sua voce dedicata a Ferdinando II nell’Enciclopedia Italiana (Treccani), ove scrive: «Diede impulso a costruzioni di pubblica utilità. La prima ferrovia inaugurata in Italia fu la Napoli-Portici (1839). Ad essa seguì nel regno l’altro tronco Napoli-Capua. Sotto F. II fu ampliata la rete telegrafica a sistema elettrico (…) La marineria mercantile a vapore ricevette grande incremento; nel 1848 aveva il terzo posto per numero e armamento di navi. Una serie di trattati di commercio con l’Inghilterra, con la Francia, con la Sardegna inaugurarono un sistema illuminato di moderato protezionismo (1841-1845). Le finanze erano amministrate in modo mirabile: il contribuente napoletano pagava meno degli altri italiani…»

fonte https://www.ordinecostantiniano.it/sm-ferdinando-ii-re-delle-due-sicilie/

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La proposta artistica di CATALLO

Posted by on Mag 21, 2019

La proposta artistica di CATALLO

Catallo, pittore autodidatta, dipinge con il cuore e riesce ad interpretare largamente il gusto popolare con una proposta ispirata a un realismo paesaggistico.

Cromatismi, luminosità, sono quelli oggettivi e, nel bene o nel male, non lasciano che le esasperazioni pittoriche suggeriscano chiavi di lettura alternative.

Una pittura illustrativa che non impegna l’osservatore in interpretazioni intellettuali farraginose ma semplicemente capace di evocare remote bellezze ed antichi sapori attraverso l’uso della tecnica ad olio.

Una pittura trasparente che trae vitalità da un reale che ancora esiste, ma si nasconde e sopravvive per lo più nelle nostre campagne, nei nostri borghi rurali. Case e borghi troppo spesso abbandonati, oltraggiati, offesi e, se va bene semplicemente dimenticati, quasi sempre soffocati da un’antropizzazione diffusa e distruttiva.

Questi lavori fotografano scorci che evocano nostalgicamente la realtà verghiana che è stata della nostra terra ed in particolare della sua adolescenza. Una realtà cancellata dal recente e diffuso benessere economico, a cui non fa riscontro un uguale benessere etico e morale.

Etica e morale di cui l’uomo sembra non essere più degno interprete ma di cui Catallo denuncia la drammatica assenza invocando un ritorno a valori primigeni.

Ecco allora rappresentati scorci suggestivi privi di presenze umane che sembrano emanare solamente l’eco dei rumori di un osservatore in silente meditazione.

Una proposta che esclude dallo sguardo contemplativo il genere umano, per meglio evocare gli antichi fantasmi che popolano la sua anima, le cui reminiscenze vibrano ancora all’interno di queste mura e smuovono le nostre coscienze impoverite da una società edonistica, troppo spesso dimentica di ciò che siamo stati.

Rimane quindi la rievocazione nostalgica di scorci scenografici sempre più rari ma ancora patrimonio del nostro retaggio architettonico di cui egli coglie il messaggio recondito e ne ripropone gli archetipi princìpi.

Catallo, poi, con lo studio occasionale del dettaglio, si immerge nella rappresentazione dei particolari per elevare eccezionalmente la bellezza materica della pietra, del legno e del ferro di cui ne è fiero testimone ed utilizzatore per altri processi creativi.

di Errico ROSA

(architetto e docente di Storia dell’arte)

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CHI ERA GIUSEPPE GARIBALDI?

Posted by on Mag 21, 2019

CHI ERA GIUSEPPE GARIBALDI?

Una premessa doverosa prima di scrivere le gesta di un sanguinario.
I detrattori e gli scettici arriccino pure il nasino… Sono stanca e sapete perché? A noi spetta produrre continuamente documentazione e fonti “altamente qualificate “(di regime, oserei dire…) perché i servi sabaudi avendo prodotto una squallida, sordida e favolistica storia risorgimentale con la quale hanno indottrinato milioni di italiani ( e non solo) e almeno sei generazioni premono ed insistono affinché la verità non salti fuori… e vogliono generare e instillare dubbi … sono spregiudicati e pure nu poco strunz!

LA VERITÀ SU GARIBALDI
Garibaldi era di corporatura bassa, alto 1,65, ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lunghi perché, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree. In Sud America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli Inglesi con denaro rapinato ai turchi, equivalente oggi a molti milioni di dollari. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, proprio dopo “l’incontro di Teano”: “… come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene – siatene certo – questo personaggio non è affatto docile né cosí onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa”.

SBARCO DI MARSALA: fu di proposito “visto” in ritardo dalla marina duosiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedí ogni eventuale offesa. Tra i famosi “mille”, che lo stesso Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino li definí “Tutti generalmente di origine pessima e per lo piú ladra ; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”, sbarcarono in Sicilia, francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni piú feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi appositamente dichiarati “congedati o disertori”.

CALATAFIMI: contrariamente a quanto viene detto nei libri di storia, il Garibaldi fu messo in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell’8° cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l’ordine incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi risultò comprensibilissimo quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. Landi qualche mese piú tardi morí di un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva infatti un valore di soli 14 ducati.

PALERMO: il Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo praticamente indisturbato dai 16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di tenere chiusi nelle fortezze. Il filibustiere cosí poté saccheggiare al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi di ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva piú vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché … era stato fatto un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto.

L’8 giugno tutte le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale dell’8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscí dalle file e gli gridò “Eccellé, o’ vvi quante simme. E ce n’aimma’í accussí ?”. Ed il Lanza gli rispose : “Va via, ubriaco”. Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad Ischia per essere processato.

I garibaldini nella loro avanzata in Sicilia compirono efferati delitti. Esemplare e notissimo è quello di Bronte, dove “l’eroe” Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese.

MILAZZO: Il giorno 20 luglio vi fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2000 dei nostri valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sgominarono circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto.

Episodi di tradimento si ebbero anche in Calabria, dove nel paese di Filetto lo sdegno dei soldati arrivò tanto al colmo che fucilarono il generale Briganti, che il giorno prima, senza nemmeno combattere, aveva dato ordine alle sue truppe di ritirarsi.

NAPOLI: Il giorno 9 settembre arrivarono a Napoli i garibaldini. Mai si vide uno spettacolo piú disgustoso. Quell’accozzaglia era formata da gente bieca, sudicia, famelica, disordinata, di razze diverse, ignorante e senza religione. Occuparono all’inizio Pizzofalcone, poi nei giorni seguenti si sparsero per la città, tutto depredando, saccheggiando ogni casa. Furono violentate le donne e assassinato chi si opponeva. Furono lordati i monumenti, violati i monasteri, profanate le chiese. Il giorno 11 il Garibaldi con un decreto abolí l’ordine dei Gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni. Furono incarcerati tutti quei nobili, sacerdoti, civili e militari che non volevano aderire al Piemonte, mentre furono liberati tutti i delinquenti comuni. Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto quanto conteneva. Gli arredi e gli oggetti piú preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia. Il filibustiere con un decreto confiscò il capitale personale e tutti beni privati del Re dal Banco delle Due Sicilie, che fu rapinato di tutti i suoi depositi. Napoli in tutta la sua storia non ebbe mai a subire un cosí grande oltraggio, eppure nessun libro di storia “patria” ne ha mai minimamente accennato.

CAPUA, VOLTURNO, GARIGLIANO, GAETA: eliminati i generali traditori i soldati duosiciliani dimostrarono il loro valore in numerosi episodi. La vittoriosa battaglia sul Volturno non fu sfruttata solo per l’inesperienza dei nostri comandanti militari. In seguito, la vile aggressione piemontese alle spalle costrinse il nostro esercito alla ritirata nella fortezza di Gaeta, dove il giovane Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, di soli 19 anni, diventata poi famosa con l’appellativo di “eroina di Gaeta”, si coprirono di gloria in una resistenza durata circa 6 mesi. Gaeta non poté mai essere espugnata dai piemontesi, ma solo bombardata. Con la resa di Gaeta (13.2.61), di Messina (14 marzo) e di Civitella del Tronto (20 marzo), il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere. I Piemontesi non rispettarono i patti di capitolazione e i soldati duosiciliani in parte furono fucilati, altri vennero deportati in campi di concentramento
in Piemonte. Di questi soldati, morti per la loro Patria, oggi non c’è nemmeno una segno che li ricordi e non meritavano l’oblio cui li ha condannati la leggenda risorgimentale.

PLEBISCITO. Il giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli e in tutte le provincie del Regno la farsa del Plebiscito. A Napoli, davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, erano state poste, su di un palco alla vista di tutti, due urne: una per il Sí ed una per il NO. Si votava davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi. Il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli sui quali era dichiarato “Nemico della Patria” chi si astenesse o votasse per il NO. Votarono per primi i camorristi, poi i garibaldini, che erano per la maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Qualcuno dei civili che aveva tentato di votare per il NO fu bastonato, qualche altro, come a Montecalvario, fu assassinato. Poiché non venivano registrati quelli che votavano per il Sí, la maggior parte andò a votare in tutti e dodici comizi elettorali costituiti in Napoli. Allo stesso modo si procedette in tutto il Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari con ogni genere di violenze ed assassini.

Segnalato da

Patrizia Stabile

Fonte: Verso Sud

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L’assedio di Gerusalemme e la distruzione del Tempio

Posted by on Mag 21, 2019

L’assedio di Gerusalemme e la distruzione del Tempio

La rivolta dei Giudei contro il dominio romano esplose nel 66 d.C. a seguito del prelievo forzoso di parte del tesoro del Tempio. I Romani misero poi sotto assedio Gerusalemme. La campagna degli occupanti non fu però semplice. Eppure, testimoniano gli scritti di Tacito e Flavio Giuseppe, avvennero prodigi che indirizzarono il corso della guerra, fino alla distruzione della Città Santa.

Nel 66 d. C. esplose la rivolta giudaica in seguito al prelievo forzoso dal tesoro del Tempio ad opera del procuratore romano Gessio Floro. I Giudei soppressero i sacrifici quotidiani offerti nel Tempio in onore dell’imperatore e misero in atto sommosse a seguito delle quali il procuratore romano si trasferì a Cesarea. Il legato di Siria, Cestio Gallo, sollecitato a intervenire, pur se al comando di una legione, venne respinto. Si preparava la guerra per scacciare il dominio romano. Per sedare la rivolta intervenne il comandante Vespasiano (che sarebbe divenuto imperatore nel 69) con due legioni e suo figlio Tito a capo di una terza legione. L’esercito romano poteva contare anche su cospicue truppe ausiliarie.

Importanti testimonianze dell’assedio sono quelle fornite da Tacito nelle Historiae (V libro, capitoli 11-13) e dallo storico romano di origine ebraica Flavio Giuseppe (37 d. C. – 100 d. C.) nella Guerra giudaica (opera scritta in greco).

Tacito ci descrive i primi scontri tra i Giudei e i Romani davanti alle mura di Gerusalemme. L’accampamento venne disposto dinanzi ai bastioni della città. Le legioni furono schierate a battaglia. Anche i Giudei si disposero sotto le mura in una posizione strategica, pronti a inseguire il nemico nel caso in cui l’esito fosse stato positivo e a rifugiarsi entro le mura se la sorte fosse stata infausta. Dopo i primi scontri le truppe dei Giudei si ritirarono dentro le mura.

I Romani si accinsero allora a conquistare Gerusalemme con l’assedio. L’impresa non si presentava, però, facilmente attuabile a causa delle difese naturali e delle fortificazioni artificiali realizzate in quegli anni per proteggere la città:

Ma grandi opere in muratura, tali da fortificare a sufficienza anche una città di pianura, avevano reso ancor più forte quella città, già difficile da espugnare per la sua posizione naturale. Infatti, le mura, oblique ad arte e con gli angoli rivolti verso l’interno, in modo da lasciare esposti ai colpi i fianchi degli assalitori, chiudevano due colli altissimi. In cima alla roccia scoscesa, dove la montagna costituiva già un appoggio, le torri si innalzavano già per settanta piedi, e fino a centoventi negli avvallamenti, molto spettacolari, dando, a chi le guardava da lontano, la sensazione che fossero tutte uguali. Nell’interno, un’altra cerchia di mura attorniava la reggia e la torre Antonia, così chiamata da Erode in onore di Marco Antonio, spiccava per la sua altezza.

Anche il Tempio era divenuto una fortezza a seguito delle opere fatte realizzare dal re Erode. Oggi rimane di quest’immane lavoro solo il Muro del Pianto. All’interno del Tempio c’era la sorgente di Gihon. Gerusalemme sembrava predisposta per un assedio lungo, perché gli abitanti avevano scavato piscine per raccogliere l’acqua piovana. «Il timore e l’esperienza avevano insegnato parecchi accorgimenti, dopo che Pompeo li aveva presi d’assalto».

Sotto l’impero di Claudio (41 d. C. – 54 d. C.) la città era stata ulteriormente fortificata, mentre la popolazione cresceva sempre più per il gran numero di persone che vi si trasferiva dalle altre città, tra cui fanatici e turbolenti, che, animati da uno spirito nazionalistico antiromano, provocavano scontri intestini.

Tre erano i comandanti ed altrettanti gli eserciti: Simone presidiava la cerchia più ampia delle mura esterne, Giovanni il centro cittadino, Eleazaro il Tempio. Giovanni e Simone erano forti per numero di seguaci e per armi, Eleazaro per la posizione: ma, tra di loro, scontri, tradimenti e incendi erano continui, e una grande quantità di frumento era stata data alle fiamme. Giovanni ben presto si impadronì del Tempio, avendo mandato degli uomini a scannare Eleazaro e la sua squadra, con la scusa di offrire un sacrificio. La città si divise così in due fazioni, fino a quando, con l’avvicinarsi dei Romani, la guerra esterna generò la concordia.

Dalla Guerra giudaica di Giuseppe Flavio scopriamo che a Gerusalemme avvenivano scontri cruenti quotidiani. Le fazioni intestine si danneggiavano incendiando addirittura le riserve di cibo. Quando Giovanni di Giscala s’impadronì del Tempio durante le festività della Pasqua provocando migliaia di morti («I cortili del Tempio erano tutti allagati di sangue e vi giacevano circa 8.500 morti», Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, IV, 5, 1), si giunse a un’alleanza tra Giovanni e Simone per contrastare i Romani.

Erano avvenuti dei prodigi che quella razza, incallita nella superstizione e avversa alla religione, non credeva lecito espiare, né con voti né con sacrifici. Furono visti eserciti combattersi in cielo, armi scintillare e il Tempio fu illuminato da lampi improvvisi. Le porte del santuario si spalancarono, a un tratto, e si udì una voce sovrumana esclamare: “Gli dei se ne vanno!” e allo stesso tempo il movimento degli dei che si allontanavano. Pochi davano a questi prodigi un significato sinistro.

La religione degli Ebrei impediva riti di scongiuro in caso di calamità, mentre i Romani ricorrevano spesso a sacrifici pubblici in caso di necessità. Per questa ragione Tacito definisce gli Ebrei «razza incallita nella superstizione e avversa alla religione». Anche Giuseppe Flavio nella Guerra Giudaica (VI 5,3) testimonia l’eccezionalità dei prodigi accaduti:

La porta orientale del tempio, quella che era di bronzo e assai massiccia, sì che la sera a fatica venti uomini riuscivano a chiuderla, e veniva sprangata con sbarre legate in ferro e aveva dei paletti che si conficcavano assai profondamente nella soglia costituita da un blocco tutto d’un pezzo, all’ora sesta della notte fu vista aprirsi da sola.

E ancora nel Libro VI (cap. 5, 296-299) Flavio Giuseppe scrive:

Non molti giorni dopo la festa, il ventuno del mese di Artemisio, apparve una visione miracolosa cui si stenterebbe a prestar fede; e in realtà, io credo che ciò che sto per raccontare potrebbe apparire una favola, se non avesse da una parte il sostegno dei testimoni oculari, dall’altra la conferma delle sventure che seguirono. Prima che il sole tramontasse, si videro in cielo su tutta la regione carri da guerra e schiere di armati che sbucavano dalle nuvole e circondavano le città. Inoltre, alla festa che si chiama la Pentecoste, i sacerdoti che erano entrati di notte nel tempio interno per celebrarvi i soliti riti riferirono di aver prima sentito una scossa e un colpo, e poi un insieme di voci che dicevano: «Da questo luogo noi ce ne andiamo».

Tacito riporta anche le interpretazioni di questi eventi:

I più erano convinti che fosse scritto, negli antichi testi dei sacerdoti, che, in quell’epoca, l’Oriente avrebbe dimostrato la propria forza e che degli uomini partiti dalla Giudea sarebbero diventati i padroni del mondo (Historiae V, 13).

Nel capitolo 7 (vv. 13-14) del Libro di Daniele si legge:

Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Tacito scrive che quella profezia «aveva predetto Vespasiano e Tito». Anche Flavio Giuseppe (Guerra Giudaica VI, 5,4) e Svetonio (Vita di Vespasiano) interpretano in questo modo la profezia.

Tacito racconta che si rifugiarono nella città più di 600.000 persone, cui vennero date armi per combattere. Quando venne nominato imperatore Vespasiano, fu Tito a prendere il comando dell’operazione facendo realizzare «trincee e camminamenti, quando fu costretto dalla natura del terreno a rinunciare alla sorpresa e all’attacco improvviso».

Alla fine Gerusalemme venne espugnata con un assedio per fame. Non c’è rimasto il racconto delle vicende dall’opera di Tacito perché lo storico ritorna a raccontare la campagna militare contro i Batavi e, purtroppo, dopo il capitolo XXVI del V libro le Historiae sono andate perdute. Troviamo la spaventosa fine della città nel VI libro della Guerra giudaica di Flavio Giuseppe:

Tito, entrato nella città, ne ammirò le fortificazioni e soprattutto le torri, che i capi dei ribelli nella loro stoltezza avevano evacuato. Osservando l’altezza della base massiccia, le dimensioni di ogni blocco di pietra e la precisione delle commessure e il loro sviluppo totale in ampiezza e in altezza disse: “Veramente abbiamo combattuto con l’aiuto di Dio” e “fu Dio che fece uscire i Giudei da queste fortezze; infatti contro queste torri che cosa possono mani di uomo o macchine?”. Simili considerazioni più volte egli le fece con gli amici mentre rimetteva in libertà i prigionieri dei capi ribelli trovati nelle torri. Più tardi, quando distrusse il resto della città e abbatté le mura, risparmiò queste torri a ricordo della sua fortuna, che l’aveva aiutato a impadronirsi di fortezze imprendibili.

Poi lo storico ci testimonia la fine della città nel VII libro:

Cesare diede l’ordine di radere al suolo l’intera città e il tempio lasciando solo le torri che superavano le altre in altezza, Fasael, Ippico e Mariamme, e il settore delle mura che cingeva la città ad occidente: questo per proteggere l’accampamento dei soldati che vi sarebbero rimasti di guarnigione, le torri per far comprendere ai posteri com’era grande e fortificata la città che non aveva potuto resistere al valore dei romani. Tutto il resto della cinta muraria fu abbattuto e distrutto in maniera così radicale che chiunque fosse arrivato in quel luogo non avrebbe mai creduto che vi sorgeva una città. Tale dunque, per colpa dei pazzi rivoluzionari, fu la fine di Gerusalemme, una città ammirata e famosa in tutto il mondo (Guerra Giudaica, VII, 1, 1-4).

Giovanni Fighera

fonte http://lanuovabq.it/it/lassedio-di-gerusalemme-e-la-distruzione-del-tempio

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