Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

1799: Barletta nel turbine della Rivoluzione

Posted by on Mar 23, 2019

1799: Barletta nel turbine della Rivoluzione

Per capire i fatti del ’99, bisogna inquadrarli nel contesto storico del tempo dominato dalla Rivoluzione francese che, partendo da Parigi, con effetto domino, diffuse rapidamente i suoi principî in tutta Europa, un po’ con la forza delle idee, un po’ con quella delle baionette.

Il 23 ottobre ’98, incoraggiato dall’allontanamento di Napoleone, partito per la spedizione in Egitto, Ferdinando IV re di Napoli ruppe gli indugi e dichiarò guerra alla Francia.

I Francesi occuparono gran parte del Reame inducendo il sovrano, il 23 dicembre ‘98, a imbarcarsi con la famiglia sulla “Vanguard”, la nave ammiraglia di Orazio Nelson, diretta a Palermo.

Il 23 gennaio il generale Championnet, alla testa della sua armata, entrò in Napoli dove diede forma repubblicana al distrutto stato borbonico.

Frattanto il governo rivoluzionario affidò all’avvocato Mario Pagano l’incarico di preparare una bozza di Costituzione repubblicana.

Come aveva vissuto, Barletta, quelle tremende giornate, dalla fuga del re all’occupazione napoletana delle truppe francesi? Alla notizia della fuga del re, il 23 dicembre ’98, grande era stato il disorientamento della popolazione che, avendo continui contatti con Napoli, per ragioni amministrative e commerciali, era informata pressoché giornalmente di quanto accadeva nella capitale partenopea.

Si formarono subito due partiti, uno favorevole alla nuova ventata libertaria che soffiava da Parigi, e l’altra invece filoborbonica; ma gli esponenti dell’una e dell’altra parte in quei difficili frangenti di trepidante incertezza, non radicalizzarono le proprie posizioni, ma ognuno rispettando quella della controparte, tennero un atteggiamento di prudente attesa, alla quale concorsero anche i massimi esponenti del governo della città: il governatore civile don Ignazio Capaccio (risiedeva nel Palazzo Pretorio in via della Corte, oggi via Municipio); il castellano comandante militare della piazza di Barletta don Ruggiero Francesco e il portolano don Giorgio Esperti che aveva alle sue dipendenze un certo numero di guardie fiscali (oggi li chiameremmo “finanzieri”). I tre alti funzionari regî si tennero in disparte da quella situazione ancora così incerta e lasciarono che le decisioni venissero prese dal sindaco e dalla civica Municipalità.

Fra i principali fautori del nuovo corso, furono il nobile Francesco Paolo Affaitati, ufficiale di marina che portò dalla sua i marinai del porto, e l’avv. Giuseppe Leoncavallo, nonché sei preti: Luigi Acquaviva, Luigi Campanile, Antonio Casale, Antonio Francia, Carlo Moles e Orazio Raffaele.

All’inizio, i primi giorni dell’anno, la popolazione era, per metà realista e per metà giacobina.

L’incertezza finì quando i barlettani seppero che il governo di Napoli aveva deciso di inviare delegazioni nelle città del Regno per instaurare anche in periferia un nuovo regime libertario ispirato ai principî della Rivoluzione francese.

A quel punto prese decisamente il sopravvento la corrente democratica alla quale quella nobiliare non si oppose, ma anzi con essa concorse a predisporre le nuove determinazioni municipali.

Barletta aderisce alla Repubblica partenopea (2 febbraio)

Barletta fu fra le prime città del Sud ad aderire alla Repubblica partenopea.

E don Camillo Elefante annoterà nella sua Cronaca, con grande perspicacia dei fatti: Si sentono nell’infima plebe de’ sentimenti d’uguaglianza, facendo miscuglio di giacobinismo e di realismo.

Il 2 febbraio, giorno della festa della Candelora, giunse in città il commissario della Repubblica napoletana, il canonico Ruggero Di Mola, il quale prese alloggio nella locanda “Osteria del Sepolcro” che stava appena fuori Porta Croce. Raccolse quindi sul sagrato della chiesa, su corso Vittorio Emanuele, quanta più gente poté vicina alle idee della rivoluzione e issatosi sul piedistallo di Eraclio, cominciò ad arringare la folla spiegando le ragioni della caduta della Monarchia e dell’instaurazione della Repubblica.

Don Camillo, nella sua Cronaca, registra con sorpresa questo brusco “rovesciamo di valori” da parte del popolo, fino a pochi giorni prima filomonarchico e oggi filorepubblicano.

Infiammatisi gli animi, i rivoltosi in corteo si recarono a casa del mastro-portolano, don Giorgio Esperti, la massima autorità amministrativa della città al quale offrirono l’incarico di presidente della nuova Municipalità, cioè di sindaco.

La mattina del 3 febbraio, di buon’ora, i banditori invitarono il popolo a radunarsi presso l’Albero della Libertà per nominare il nuovo Consiglio comunale che fu così composto: a presiederlo don Giorgio Esperti e 15 consiglieri, che la nuova nomenclatura repubblicana chiamava “decurioni”.

Eletti che furono, i nuovi “municipalisti” formarono un corteo al termine del quale, in piazza della Libertà, l’avvocato Leoncavallo, dal piedistallo di Eraclio, pronunziò un violento discorso contro il re.

Il nuovo Consiglio si insediò il 6 febbraio nel palazzo Pretorio, in via della Corte (oggi via Municipio) dove era anche l’ufficio del regio governatore Ignazio Capaccio. Essendo però il luogo inadeguato, fu deciso che il Consiglio si riunisse nel Castello.

I francesi occupano Barletta e di qui organizzano

la devastazione delle città di Andria e Trani (23 marzo e 1° aprile)

Il sindaco Giorgio Esperti, informato che le truppe francesi erano accampate a Cerignola, pronte ad occupare le città di Barletta, Andria e Trani, consapevole del difficile equilibrio che regnava a Barletta nella pacifica coesistenza fra filo monarchici e filo repubblicani, convocò i rappresentanti di entrambe le parti e spiegò loro che non era opportuno, per una città difesa da poche centinaia di soldati, opporsi ad una forza di occupazione di 8.000 uomini. Per cui suggerì di aprire le porte al generale Broussier, verbalizzando però, negli atti del Comune, che tanto si faceva per preservare Barletta da una sicura devastazione.

Il 16 marzo ’99 il generale Broussier, comandante della piazza di Cerignola, trasferiva il suo esercito a Barletta. All’esercito del generale Broussier (che don Camillo, fra fanti e cavalieri stima fra 4 e 5.000 soldati), si unì la legione napoletana del conte ruvese Ettore Carafa.

Il 23 marzo le truppe francesi occuparono e devastarono prima la città di Andria e poi quella di Trani.

Le truppe francesi abbandonano il Regno (7 maggio)

Il ritorno del regime borbonico

In assenza del generale Bonaparte, in Egitto, re Ferdinando da Palermo, con l’aiuto di Austria, Inghilterra e Russia, intraprese un’azione ritorsiva contro la Repubblica Partenopea, per cui i suoi adepti furono costretti alla resa. Le bande sanfediste del card. Ruffo, intanto, provenienti dalla Calabria e dirette in Puglia, assaltarono e diroccarono molte città pugliesi: Martina Franca, Altamura, Terlizzi… E Barletta?

Come in un primo momento i barlettani – nobili e popolani – s’erano accordati per accettare la Repubblica, allo stesso modo, ora, nell’approssimarsi del pericolo di una devastazione della città, si intesero per manifestare ai realisti borbonici una città interamente devota al re!

Sia durante il tempo del governo democratico che subito dopo, quando subentrerà la Restaurazione, né i popolari si scagliarono contro la nobiltà realista, né questa si rivalse sui primi. Certo non mancarono contrasti tra le opposte fazioni, ma si trattò pur sempre di scontri che non trascesero mai in violenze e saccheggi, e questo per la prudenza dei capi dell’una e dell’altra parte. Infatti al suo interno, pur nella temperie delle passioni che sconvolgevano il Regno e di qualche nascente contrasto fra forze tradizionalmente contrapposte, la città era pacificata.

La borghesia e il ceto popolare rappresentavano infatti forze che per interessi comuni e per idee, pur accettando i principî repubblicani, mantennero tuttavia una posizione moderata che caratterizzerà tutto il periodo dell’occupazione francese, tanto che Barletta, col linguaggio oleografico del tempo, si guadagnerà l’appellativo di “Città della pace”, per aver ospitato alcuni repubblicani che avevano lasciato le loro città devastate dalle rivolte sanguinose, mentre forse, con linguaggio più moderno e spregiudicato, potremmo anche definirla “Città del compromesso”.

I capi barlettani, che pure avevano sottoscritto l’atto di adesione alla Repubblica, non s’erano fatti suggestionare dalla ventata libertaria, raggiungendo gli eccessi oltranzisti vissuti dalle vicine città di Andria e Trani. Avevano infatti la lucida consapevolezza che un inasprimento dei contrasti sociali avrebbe inevitabilmente portato alla guerra civile con incalcolabili danni a cose e persone, prospettiva certo non incoraggiante.

Barletta, a quel tempo, era economicamente florida e i suoi traffici commerciali, oltre a renderla benestante, avevano contribuito a sviluppare una città tollerante nei rapporti fra le classi sociali, in modo che i contrasti nel governo, così accentuati nei centri vicini, qui erano invece temperati dalla compartecipazione alla cosa pubblica della classe nobiliare con quella artigiana e mercantile. Per questo nella pratica quotidiana della conduzione degli affari amministrativi, il patriziato locale e le classi popolari avevano imparato a convivere, cioè non solo per ragioni di civica tolleranza, ma anche per la convenienza che veniva ai loro affari.

Commenterà Giuseppe Maria Galanti, un conservatore con tendenze illuministiche: Tutti ostentano di essere repubblicani, ma al minimo cambiamento di scena tutti diventeranno realisti, perché in realtà ciò che soprattutto gli importa, è di garantire il proprio stato, le proprie fortune, le proprie prerogative.

fonte https://www.barlettanews.it/1799-barletta-rivoluzione/

Read More

La democrazia degli intelettuali? Finisce in tirannia

Posted by on Mar 23, 2019

La democrazia degli intelettuali? Finisce in tirannia

La repubblica partenopea del 1799, nata sull’esempio della rivoluzione francese, segnò il trionfo del giacobinismo meridionale. Ma guai a chi lo dice!!!!

Abbasso il tiranno viva la Repubblica, abbasso la tradizione viva la Costituzione, abbasso la fede viva la Cultura, abbasso le feste popolari viva la stampa. E a sud viva la rivoluzione degli incorruttibili.
Sembra il manifesto dell’eroica lotta contro il berlusconismo, e invece è il sunto epico della repubblica partenopea del 1799.

Se la storia è maestra di vita, la rivoluzione napoletana è un monito perfetto per il nostro tempo. Elogiata dalla storiografia dominante, portata a esempio di progresso, giustizia, libertà e cultura contro l’oscurantismo autoritario e rozzo del potere, è il paradigma rovinoso di una dittatura intellettuale.

Di recente ne tesseva gli elogi il Corriere della sera e ne accennava con favore lo storico Luciano Canfora, ma non c’è intellettuale «illuminato» che non esalti la rivoluzione del 1799. Invece io vorrei raccontarvi quel che i testi scolastici o canonici non scrivono. Una storia più cruenta delle terribili repressioni a sud postunitarie, di cui oggi tanto si parla.

Dunque, torniamo a Napoli nel ’700. Grande capitale europea con grandi sovrani, fiorisce la cultura in città e l’industria. Poi la decadenza. La monarchia borbonica si chiude in un paternalismo autoritario, feste farina e forca, superstizioso e diffidente verso la cultura. Brucia l’esempio della rivoluzione francese, il patibolo per i reali, parenti dei sovrani napoletani. Gli intellettuali di corte con i loro giornali invece s’innamorano di quel che succede a Parigi e rovesciano la monarchia. Piantano l’albero della libertà, arriva la repubblica a Napoli. Basta con la tradizione, il re e la religione. E chi non ci sta, sono dolori. Intere popolazioni insorgono contro la repubblica e contro gli intellettuali giacobini, e allora comincia la mattanza. Le città rimaste fedeli al re e alla religione vengono distrutte dai soldati francesi e dai loro collaborazionisti napoletani, i giacobini. Decine di migliaia di morti di cui nessuno parla; si parla invece delle decine di condannati a morte dal Borbone.

Avevano la sola colpa di restar fedeli al loro Re e alla loro Fede; alle loro pigre superstizioni, se non volete parlare di tradizioni. I rimedi per liberarli da trono e altare furono peggiori del male, più cruenti. Erano rozze le bande sanfediste del cardinale Ruffo che ad esempio uccisero alcune decine di patrioti repubblicani ad Altamura, tuttora ricordati; ma si dimentica che prima di quel massacro migliaia di abitanti dei centri vicini, di Trani, Andria, Carbonara, Gioia del Colle, Ceglie, Mola di Bari, furono sterminati da giacobini e francesi. Come in Vandea. Comitati, monumenti, libri, film, fiction, opere teatrali raccontano la Repubblica illuminata e il sacrificio di ferventi rivoluzionari. Ma nessuno ricorda quella gente. Marmaglia, vittime di una calamità naturale chiamata progresso, giustizia, illuminismo, emancipazione.

«Lo spettacolo è terribile. Cadaveri da per tutto, nelle strade e nelle case, tutti o parte bruciati dal fuoco delle case che sono state molto danneggiate; dei quartieri non più esistono, le fabbriche cadono, il teatro bellissimo è incenerito… la desolazione, il terrore vi comandano. Seguitano colà le uccisioni… gli orrori circa le violenze alle donne sono inesprimibili… pure le monache». La cronaca è tratta dal diario di un testimone dell’eccidio di Trani, seguito a quello di Andria, il magistrato Gian Carlo Berarducci. Fu pubblicato solo cento anni dopo. «I morti seppelliti finora, parte alla Madonna del Pozzo presso Bisceglie, parte verso Barletta, diconsi circa 2000. Altri ve ne sono», mentre centinaia di scampati si nascosero nei sotterranei di Santa Maria la Neve, «si diede l’orina da bere ai bambini, in altri luoghi si uccisero quelli che piangevano».

Trani e Andria avevano rifiutato di issare la bandiera giacobina e avevano sventolato la bandiera del regno borbonico e la bandiera nera in segno di resistenza a oltranza; ma diventò il sigillo del loro lutto. «Trani arde e il fumo giunge fin qui» scrive Berarducci. Le città vicine, spaventate dai massacri, preferirono la resa. Così Cetara fu distrutta, scempi nell’entroterra campano. Così in Molise o in Terra di Lavoro, nonostante fra’ Diavolo, meridionalista inconsapevole. Il Terrore. Quando il cardinale Ruffo riconquistò il sud, anch’egli con l’aiuto di stranieri, la flotta russo-turca al largo dell’Adriatico, vi furono feste popolari e religiose: «In Trani, Bisceglie, Corato, Ruvo, in tutti i luoghi vicini si sta nell’allegria massima». Il proclama reale dei ritornati borbonici elargiva non per magnanimità ma per riconquistare consensi e stabilità, «perdono generale alle città e individui, salvo alcune eccezioni».

La rivoluzione napoletana colonizzò il sud imponendo un modello astratto ed estraneo. L’esito fu la sanguinosa frattura tra la repubblica settaria delle élite e degli intellettuali giacobini e il popolo meridionale. Quella rivoluzione segnò la definitiva rottura tra riforme e tradizione, avvelenò la monarchia, creò un abisso tra élite e popolo, e in quel vuoto precipitò la borghesia meridionale. Lasciò il regno di Napoli in condizioni peggiori di come l’aveva trovato. «La ruina», come la chiamò Vincenzo Cuoco, cominciò con la Rivoluzione e proseguì con la Restaurazione. Cuoco in un primo tempo seguì la rivoluzione, ma poi da liberale si dissociò e sostenne che le rivoluzioni importate e calate dall’alto sono rovinose per i popoli.

Quando cadde la Repubblica esplosero i peggiori istinti della plebe e la dinastia borbonica finì in balìa dei suoi cinici alleati, gli inglesi. Le repressioni seguenti furono volute soprattutto dall’ammiraglio Nelson (una curiosità: il primo Mac Donald sbarcato al sud duecento anni prima dei fast food fu un generale britannico che fece a polpette gli insorti). La reazione borbonica risentiva del tragico esempio francese: il regicidio, il massacro della Vandea e la ghigliottina. Cuoco osservò: «Il male che producono le idee troppo astratte di libertà è quello di toglierla mentre la vogliono stabilire». Si sacrifica l’umanità reale a un’umanità ideale. Difatti con la repubblica partenopea fu instaurata a Napoli la censura e furono eliminati i Sedili del popolo che rappresentavano, pur rozzamente, le istanze popolane. Memorabile è l’ordine che Eleonora Fonseca Pimentel e i giacobini dettero all’arcivescovo di Napoli: fingere che il sangue di San Gennaro si fosse sciolto per dare l’illusione alla plebe che il protettore di Napoli non fosse ostile alla repubblica. Fu un esempio di manipolazione del consenso attraverso l’uso cinico e superstizioso della fede.

Ingannare il popolo in nome della libertà e del progresso è un tratto tipico dell’ideologia giacobina. Da più di due secoli i peggiori crimini contro l’umanità si compiono a fin di bene. Questa fu la dittatura degli intellettuali, che seppe distruggere ma non costruire.

fonte http://www.ilgiornale.it/news/democrazia-degli-intelettuali-finisce-tirannia.html

Read More

La prova che il Rinascimento non eclissò la fede ma costruì un umanesimo cristiano

Posted by on Mar 22, 2019

La prova che il Rinascimento non eclissò la fede ma costruì un umanesimo cristiano

È stata pubblicata recentemente l’edizione bilingue, latino e italiano, dell’opera principale di uno dei più importanti umanisti italiani del XV secolo, “Dignità ed eccellenza dell’uomo” di Giannozzo Manetti (Bompiani, Testi a fronte, 2018). Manetti (1396-1459), discendente di un’agiata famiglia di commercianti fiorentini, è riuscito a conciliare gli affari di famiglia con l’impegno politico — ha rappresentato il governo di Firenze in numerose ambascerie, tra l’altro a Genova, Venezia, Roma e Napoli — e con lo studio tanto di filosofi pagani antichi e moderni quanto di teologi cristiani che leggeva nella lingua originale. Per la sua conoscenza anche dell’ebraico, papa Niccolò V (1447-1455) lo aveva incaricato di tradurre la Sacra Scrittura in latino, compresi i testi ebraici, incarico rimasto però incompiuto a causa della morte del pontefice.Le radici della nostra civiltà“Dignità ed eccellenza dell’uomo” è un’opera importante per comprendere le radici cristiane dell’Umanesimo italiano, spesso descritto unicamente come esaltazione dell’uomo e dei valori terreni in contrapposizione alla cultura cattolica che aveva contraddistinto i secoli precedenti, una interpretazione condivisa almeno in parte anche dal professore Stefano U. Baldassari che nella sua introduzione sostiene che il tema più originale del suo trattato è «la lode dell’ingegno umano». La civiltà europea è caratterizzata dalla particolare attenzione per la dignità e i diritti dell’uomo, valori che hanno le loro radici anche nella tradizione umanistica iniziata dall’Umanesimo rinascimentale, per questo una corretta interpretazione dell’Umanesimo non riguarda solamente gli specialisti, ma è importante per riconoscere le radici della nostra civiltà. Per inquadrare correttamente l’opera di Manetti si deve tener conto dell’aspro dibattito culturale del suo tempo che contrapponeva da una parte le correnti culturali che egemonizzavano il sapere nelle università con filosofi, spesso definiti peripatetici, che con la loro interpretazione delle opere di filosofia naturale di Aristotele negavano, tra l’altro, la creazione e la provvidenza divine, il libero arbitrio e l’immortalità dell’anima umana, e dall’altra la Chiesa cattolica e i più importanti umanisti italiani che difendevano libero arbitrio e immortalità dell’anima, e si schieravano di fatto a difesa della fede cattolica e della religione in generale.L’anima e le doti dell’intellettoUn altro grande umanista italiano, Marsilio Ficino (1433-1499), ha descritto nella sua “Lettera a Giovanni Pannonio” con precisione il clima culturale del tardo Medioevo: «tutto il mondo è occupato dai peripatetici, che si dividono in due sette, alessandrini e averroisti. I primi ritengono che il nostro intelletto sia mortale; i secondi pretendono che sia unico. Gli uni e gli altri distruggono nello stesso modo, dalle fondamenta, ogni religione». E nel 1513, anche il Concilio Lateranense V ha condannato «tutti quelli che affermano che l’anima intellettiva è mortale o che è unica per tutti gli uomini, o quelli che avanzano dei dubbi a questo proposito: essa infatti non solo è veramente, per sé ed essenzialmente, la forma del corpo umano, […] ma è anche immortale». Nella sua opera Manetti descrive tanto la bellezza e la razionalità della natura, creata da Dio per accogliere l’uomo, la cui dignità particolare dipende dal fatto di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, quanto l’eccellenza del corpo umano, destinato a essere ricettacolo dell’anima spirituale, immateriale e immortale. In queste descrizioni l’Autore manifesta la capacità di ammirare e di provare stupore davanti alla bellezza e alla complessità della creazione. Le doti dell’intelletto, come creatività, sensibilità per la bellezza e apertura alla trascendenza, non sarebbero un prodotto casuale, ma devono essere riconosciute come «doni di Dio onnipotente […] in modo da poter vivere su questo mondo sempre contenti e felici attraverso le buone azioni, e poter poi usufruire in eterno della divina Trinità, dalla quale proviene per noi tutto quello che abbiamo già elencato».Filosofia e verità di fedeGli umanisti italiani hanno citato frequentemente autori pagani antichi, ciò che è stato considerato come un loro ritorno al paganesimo e un rifiuto del cattolicesimo, ma questo non corrisponde alle loro intenzioni. Sono soprattutto le teorie di autori che hanno formulato una filosofia morale, come Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), a essere proposte come esempio e citate per dimostrare che verità di fede e una sana filosofia sono compatibili, e commentandone una citazione, Manetti precisa: «abbiamo riportato queste parole di Cicerone del tutto concordi con la verità e la fede cattolica». La conformità alla fede cattolica è il criterio per vagliare le teorie degli autori pagani, e dichiara «che le antiche opinioni di tutti gli scrittori pagani, nei casi in cui sembrino discrepare dalla dottrina cattolica ortodossa, devono essere considerate un bel nulla», ed effettivamente sono confutate teorie filosofiche che considerano l’anima mortale e corruttibile come pure teorie della reincarnazione. L’ingegno umano consente di raggiungere una certa conoscenza della realtà e di creare opere eccellenti nei vari campi, ma «la vera saggezza non è nient’altro che una sicura conoscenza dell’unico e vero Dio. Tutta la saggezza dell’uomo sembra consistere in questo soltanto: conoscere e onorare Dio più di ogni altra cosa». Per Manetti l’eccellenza umana raggiunge il suo massimo grado nel dono attribuito ai sacerdoti di celebrare i sacramenti e, in particolare, di «preparare e consacrare il santissimo corpo di Cristo».Il libero arbitrioLa consapevolezza della particolare dignità dell’uomo e dell’eccellenza delle sue funzioni psichiche superiori non dovrebbe degenerare nell’antropocentrismo, con il rischio di esasperare individualismo e presunzione di essere completamente autonomi, generando «l’invidia, la superbia, l’indignazione, il desiderio di dominare, l’ambizione e altre simili perturbazioni dell’anima». Dobbiamo riconoscere che «Dio o la natura ci hanno somministrato non immeritatamente un libero potere sulla mente, in maniera tale che attraverso tale facoltà potessimo sfuggire e sottrarci ai mali, e scegliere e ricercare il bene. Questo potere è stato definito dai teologi “libero arbitrio”». L’uomo è libero di scegliere, ma il libero arbitrio lo obbliga a perseguire il bene avendo presente che «Dio quindi ha creato l’uomo perché questi riconoscesse e adorasse il creatore attraverso la conoscenza e l’accertamento delle sue opere straordinarie». L’uomo deve apprezzare la bellezza del creato, godere dei beni terrestri, ma non può dimenticare la sua vera vocazione, deve condurre una vita virtuosa con «un’attenta e scrupolosa osservanza dei comandamenti divini, la quale per noi costituisce l’unico mezzo con cui possiamo raggiungere la patria celeste ed eterna». Manetti non è l’unico umanista cristiano, e si trova sulla stessa linea dei più importanti esponenti dell’Umanesimo italiano, cominciando da Francesco Petrarca (1304- 1374) che dichiarava nel “De ignorantia” di sentirsi “cristianissimo” e sosteneva che quando Cicerone parlava di un unico Dio reggitore e creatore di ogni cosa usava «espressioni che non sono solo del linguaggio filosofico, ma quasi di quello di noi cattolici», e arrivando a Marsilio Ficino, che ha dedicato la sua opera più importante, “La teologia platonica”, alla critica di filosofi “peripatetici” e pagani in difesa dell’immortalità dell’anima umana.

Ermanno Pavesi

fonte testo e foto

https://alleanzacattolica.org/la-prova-che-il-rinascimento-non-eclisso-la-fede-ma-costrui-un-umanesimo-cristiano/

Read More

Il Popolo Italiano

Posted by on Mar 22, 2019

Il Popolo Italiano

Vi segnaliamo un interessante libro di uno scrittore inglese Martin Solly che nel 1995 analizzava la società italiana partendo dal dato di fatto dello scarso o finto patriottismo che ci contraddistingue.

Il libro si chiama: “Xenophobe’s guide to the Italians” , ancora una volta autori stranieri (il più importante fu certamente lo storico Smith) vedono cose nella nostra finta patria che noi autoctoni non riusciamo a vedere.

Vi trascrivo integralmente l’introduzione così da capire tutto il senso del libro.

Il Popolo Italiano

Gli italiani non sono un’etnia definita, ma un insieme di popolazioni differenti.

Tendono a pensare a se stessi e agli altri in primo luogo come romani, milanesi, siciliani o fiorentini, e in seguito come italiani.

Molto poco unisce Torino a Bari, o Napoli a Trieste, eccetto l’autostrada, la ferrovia e la Chiesa Cattolica.

Ogni tanto gli italiani cercano di comportarsi come una nazione e fanno grossi sforzi per essere nazionalisti, per esempio quando la nazionale di calcio riscuote successi durante il campionato mondiale.

Ma principalmente gli italiani si sentono tali quando sono all’estero: in una gelateria di Melbourne in Australia, in una miniera belga o ad una partita di calcio negli Stati Uniti.

L’identità è importante per gli italiani. Forse proprio perchè sono piuttosto insicuri della loro italianità e non esattamente in grado di dire cosa significhi, sentono invece fortemente le loro radici.

“Di dove sei?” è una domanda importante per un italiano e richiede una risposta esauriente. Diversamente da un inglese o da un americano, nessun italiano è mai in imbarazzo quando questa domanda gli viene posta.

Gli italiani sanno esattamente da dove vengono, e portano quel luogo con sè per tutta la vita.

Dichiarare la propria origine è strettamente connesso con il concetto chiave del “campanilismo” che letteralmente significa “fedeltà al proprio campanile” ; in pratica esso presuppone il pensare che la propria città natale sia la migliore del mondo.

Gli italiani amano la loro città di origine e trovano difficile esserne allontanati. Questo attaccamento alla città, comunque, presuppone grande concorrenza, che è particolarmente forte tra paesi, città, provincie e regioni vicine.

La rivalità è così accesa che spesso gli italiani non hanno tempo per altro, perchè sanno bene che quelli di altre famiglie, paesi, città o regioni non sanno comportarsi come si deve e sono inaffidabili. Come sarebbe bella l’Italia senza gli altri italiani!

Tratto da Martin Solly; Xenophobe’s guide to the Italians , Orsham, Ravette Books, 1995

fonte http://briganti.info/il-popolo-italiano/

Read More
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: