Alla scoperta dei percorsi e dei covi dei famosi briganti in Terra di Bari
Uno studio sfacciatamente risorgimentale ma che contiene degli spunti di ricerca che meritano attenzione
Nel periodo di tempo che va dal 1808 al 1809, soprattutto nella zona compresa tra Gravina, Altamura e Bari il fenomeno del brigantaggio prese piede nel territorio. Si assistette a fatti cruenti, spesso più vicini alla pura violenza verso i singoli che alla ribellione; come raccontano antichi carteggi tra i signori del luogo, che avevano il compito di organizzare la difesa e sgominare le bande.
Questi documenti sono oggi conservati nel Museo Fondazione Pomarici Santomasi; sono storie di assalti crudeli, di ruberie, di appostamenti, di cacce all’uomo che spesso si concludevano in bagni di sangue. Tentativi di resistenza mal organizzata e mal coordinata dal potere centrale, contro bande di briganti meglio armate e tatticamente superiori. In questo periodo, i nomi dei briganti, che identificano anche le loro bande, erano Scarola, Scorzetta e Laurenziello. Essi, coalizzati tra loro, furono in grado di infliggere gravissime perdite ai tutori dell’ordine aggirandosi nella murgia del Garagnone, di Ciccapelle e Franchino, entro il territorio di Altamura, poi marciando su Gravina, o ancora spostandosi verso Ruvo e Spinazzola.
Veduta del centro antico e della gravina, nella città di Gravina in Puglia

2 Altamura
Murgia Garagnone, in territorio di Altamura.
A partire dal 1860, la scomparsa del Regno delle Due Sicilie e l’ulteriore perdita di potere da parte di Francesco II, le condizioni di profonda arretratezza e di squilibrio sociale che caratterizzavano il Meridione, l’imposizione di tasse sempre più pesanti che finivano col gravare sui più deboli, ed anche l’istituzione della leva obbligatoria, posero le basi per caratterizzare un nuovo periodo contraddistinto dal fenomeno del brigantaggio. Ci fu un proliferare di nuove bande di briganti, sparse in tutto il Mezzogiorno, tra Campania, Lucania, Puglia, Calabria e Sicilia. I componenti delle bande più combattive, venivano considerati, dalle folle, come veri e propri eroi che lottavano contro i nemici Cavour e Vittorio Emanuele. Questi personaggi, dotati di grande tempra e di carisma, e le loro imprese: la continua latitanza; i pasti frugali; le grandi distanze da percorrere, spesso tutte in una volta e quasi sempre di notte; l’uso delle tattiche militari della guerriglia per tenere testa ad un esercito formato da migliaia di uomini ed armato fino ai denti, sono divenute mito. L’ottima conoscenza del territorio era un’altra delle caratteristiche fondamentali che permise a pochi uomini di resistere per lungo tempo agli assalti militari. Tanto fra i boschi e le montagne, luoghi che facilmente si prestano alla mimetizzazione, all’organizzazione di agguati e di scorrerie, quanto sui campi aperti, come gli altipiani, i briganti erano in grado di mostrare una perfetta padronanza delle tattiche militari, grazie alle quali, spesso costringevano la cavalleria sabauda ad impegnarsi in lunghi scontri frontali dall’esito quasi sempre incerto.
Nelle puglie uno dei luoghi più cari ai briganti era il Bosco Pianelle scelto come rifugio da molti dei celebri briganti che agivano nel sud della Puglia, sia per le numerose grotte in esso presenti, sia per la sua naturale impenetrabilità Ad esempio, il Sergente Romano, così chiamato, perché precedentemente sergente dell’esercito borbonico, si dice avesse scelto come proprio rifugio i boschi di Martina Franca, tanto che, una grotta nella gravina del Vuolo porta il suo nome. Al nome di Pizzichicchio, che invece operava nel Tarantino, è legata la storia del “bottino nascosto”, seppellito nelle campagne tra Martina Franca e S. Marzano di S. Giuseppe e mai più ritrovato. La leggenda vuole che Musulino, questo il suo vero nome, braccato dalla Guardia Reggia e sentendosi vicino alla fine, si presentò dal suo amico massaro Martino Savino, che diverse volte gli aveva dato riparo e lo aveva sfamato presso la Masseria “La Petrosa”, per lasciargli in custodia, e ricevere in eredità in caso di morte del bandito, una cassa piena di denari e preziosi. Il Savino, pensando alla provenienza delle ricchezze, rifiutò, il brigante congedandosi gli disse che avrebbe seppellito il suo tesoro sotto un ulivo da lui conosciuto. Anche Francesco Monaco, che non venne sconfitto dalla legge, ma tradito da due suoi compagni per una lite a causa di una donna, soleva muoversi tra queste terre. Il Monaco aveva deciso di “rapire” una bella contadina, sua compaesana, incontrata per caso in una sera d’inverno, mentre si riparava presso la masseria “il Pallone” in agro di Ceglie. In realtà, la contadina stessa racconterà agli inquirenti di aver deciso si seguirlo dopo essersi acquietata per l’offerta di centoquattordici piastre da parte del brigante. Durante una festa organizzata presso un’altra masseria, la contadina subì le avances di altri briganti, che con la violenza cercarono di ottenere i suoi favori. Il capo decise, in preda all’ira, di disarmare tutta la banda e litigò furiosamente con due suoi sottoposti. L’indomani le armi vennero rese, visto che la situazione sembrava essersi calmata, e si riprese la marcia, ma durante il cammino, i due, umiliati per il trattamento loro riservato la sera prima, decisero di colpire a tradimento il capo, abbandonandolo morto sul luogo. Dopo averlo spogliato dei suoi averi e dopo aver rapinato la contadina, decisero di lasciarla andar via viva, permettendole, così, di consegnarsi alle autorità. Stessa fine, dicevamo, spesso li accomunava. Terribile era la sorte che toccava a chi era brigante, o ritenuto tale, la scelta era tra il morire combattendo o l’essere passato per le armi in piazza dopo un processo sommario. Una volta uccisi, i briganti della zona, venivano caricati su degli asini e trasportati verso Martina Franca, qui, dopo un lugubre corteo, i corpi venivano gettati dentro un burrone chiamato “u munnezzere” (l’immondezzaio), che ancora oggi conserva questo triste nome.
fonte


invio in corso...


