Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

CUMA L’OMBRA DEL DECLINO

Posted by on Set 10, 2026

CUMA L’OMBRA DEL DECLINO

Luigi Pianese

Cuma era ormai l’ombra di se stessa. L’antica e gloriosa prima colonia greca d’occidente,che un tempo aveva dominato il golfo e dettato legge alle tribù italiche,si era ridotta da secoli a un piccolo borgo fortificato arroccato sulla roccia. Più in basso,la città romana era scomparsa, i superbi templi erano stati sventrati, i canali di bonifica abbandonati, e la pianura circostante si era trasformata in un pantano insolubre, regno della malaria e della desolazione. Già nel 915 d.c. i saraceni avevano devastato il territorio, spingendo la maggior parte della popolazione civile a fuggire nell’entroterra flegreo. Sulla rocca era rimasto solo un presidio minimo, il vescovo con il capitolo dei canonici, una guarnigione militare del ducato di Napoli e i coloni delle terre vicine che,al tramonto, salivano le scale della fortezza per trovare rifugio. Nel 1044 il conte regnante di Cuma era Marino,

Figlio del duca di Napoli (Sergio IV o Giovanni V a seconda delle cronache) Marino risiedeva e governava nel castro cumano (la rocca fortificata di Cuma) per antica consuetudine legata alla sua funzione pubblica (per consuetudinem in ipsus comitatum meum de castro cumano) il conte esigeva ogni anno un censo o tributo agricolo consistente in un grande vaso di vino (una tractoria de vino). Questo vino veniva prodotto dai contadini che lavoravano in un tenimento rurale situato nella vicina zona di Quarto Flegreo. Le terre

In questione appartenevano al monastero dei santi

Teodoro e Sebastiano, all’epoca retto dai monaci basiliani. Il motivo per cui questo evento è rimasto famoso nei documenti medievali è che il 27 marzo

1044 il conte Marino emanò un atto ufficiale per abolire questa usanza. Desiderando mantenere ottimi rapporti con la comunità monastica di Napoli e allegerire il carico sui coloni,il conte rinunciò formalmente alla sua tractoria di vino,liberando i contadini da quel censo specifico.

Nel 1207 all’arrivo Dell’esercito napoletano guidato

Da Giffredo di Montefuscolo, all’interno del castrum difensivo sulla rocca resisteva ormai solo

Un nucleo istituzionale e religioso minimo. Il vescovo e il capitolo della cattedrale di San Massimo. Il clero locale è i pochissimi fedeli o coloni rimasti attaccati alle istituzioni ecclesiastiche. Quando i napoletani decisero di radere al suolo le mura per sradicare definitivamente i pirati, questo ultimo presidio religioso e civile fu costretto a fuggire in blocco a Giugliano e Frattamaggiore e decretando la fine formale della millenaria città. Poiché la città di Cuma non esisteva più e i suoi abitanti erano dispersi,la diocesi perse la sua sede episcopale. La santa sede dovette intervenire per ridisegnare la mappa ecclesiastica della campania. Nel 1218 Papa Onorato III sancì definitivamente la soppressione e la divisione dei ricchi territori della mensa vescovile cumana. Alla diocesi di Aversa,andò giurisdizione spirituale e gran parte delle rendite dei territori interni settentrionali,tra cui l’agro giuglianese, dove i profughi si erano stabilti.

Alla diocesi di Pozzuoli, venne assegnata la fascia

Costiera flegrea meridionale, la zona più vicina all’antica Cuma e Miseno.

All’arcidiocesi di Napoli furono assegnate le importanti e ricche decime finanziarie sui redditi delle terre agricole della pianura cumana e flegrea.

Non tutto il clero fini` a Giugliano, ma una parte fondamentale del patrimonio sacro di Cuma prese la via di Napoli. I resti e le reliquie di santa Giuliana di Nicomedia,che erano custodite a Cuma,vennero prelevati e messi in salvo dalle monache del prestigioso monastero napoletano di Donnaromita,

Che ne incamero`il culto. In sintesi la diocesi non fu trasferita mantenendo intatta la sua struttura, ma venne smembrata, Giugliano ereditò il popolo, il

Clero e i santi protettori,mentre i grandi centri di Aversa, Pozzuoli e Napoli si spartirono i confini e le rendite economiche.

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