Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di Giacinto De Sivo

Posted by on Dic 13, 2018

I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI di Giacinto De Sivo

Si tratta di un testo noto, anche noi lo pubblicammo diversi anni fa – nel 2006 – ora lo ripubblichiamo completo di appendice – la edizione è datata Livorno 31 dicembre 1861 – ma a noi pare improbabile, dovrebbe essere successiva.

Uno stralcio dal testo:

 “Fu necessità salire su’ monti a trovar la libertà. É quasi un anno che combattiamo nudi, scalzi, senza pane, senza tetto, senza giacigli, sotto i raggi cocenti del sole, o fra’ geli dell’inverno, entro inospitali boschi, sovra sterili lande, traversando fiumi senza ponti, traversando muraglie senza scale, affrontando inermi gli armati, conquistando con le braccia le carabine e i cannoni, e strappando pur su’ piani campi di Puglia e di Terra di Lavoro la vittoria a superbissimi nemici.”.

Zenone diElea – Novembre 2018

CON APPENDICE
CONTENENTE

  • 1.° Lettera diFrancesco II a Sua Em. il cardinale Arcivescovo di Napoli pe’ danneggiati diTorre del Greco.
  • 2.° Lettera delSignor Carlo de Ricci al Direttore del Lombardo di Milano.
  • 3.° Lettera delComitato Patriota della Guardia Nazionale.
  • 4.° Lettera diFrancesco II alla Guardia Nazionale di Napoli.
  • 5.° Letteradatata da Firenze al Giornale il Cattolico di Napoli.

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Premio Terra Laboris 2018 i video di tutti degli interventi

Posted by on Dic 12, 2018

Premio Terra Laboris  2018 i video di tutti degli interventi

Il Premio Terra Laboris 2018, che quest’anno ha visto nascere anche la sezione tecnico-scientifica, è stato consegnato al Palazzo Massone di San Lorenzello ospiti del Comune di San Lorenzello come già ampiamente informato. Di seguito tutti i video degli interventi e dei vincitori e degli intermezzi musicali.

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Cavour e Bixio….Alessandro

Posted by on Dic 12, 2018

Cavour e Bixio….Alessandro

Alessandro Bixio (fratello del più conosciuto Nino), era emigrato da giovane in Francia ed era diventato cittadino francese. Era un uomo d’affari legato ai banchieri ebrei Rothschild e Péreire. Ma, cosa faceva lì Alessandro Bixio? E perché il principe Napoleone gli fece una brutta faccia (il viso dell’arme)? Per darci una spiegazione alla prima domanda torniamo indietro al 1852 quando si determinò nel parlamento piemontese una maggioranza che faceva prevedere la caduta del ministero d’Azeglio. Cavour, che sapeva di dover succedere al d’Azeglio, decise di “sottrarsi al logorio politico e psicologico dell’attesa” con un viaggio all’estero. Ma la ragione del viaggio era un’altra. Sia a Londra che a Parigi incontrò tutti quei personaggi che ritroveremo nella storia dell’unità d’Italia. A Parigi Cavour non poté non respirare l’atmosfera di ritrovata fiducia originatasi nei ceti imprenditoriali e capitalistici, dopo il colpo di stato di Napoleone III. “I capitali sorgono da tutte le parti. La prosperità finanziaria è immensa” scriveva Cavour. Ed a Parigi, tra gli altri, incontrò Alessandro Bixio che fece da tramite tra Cavour e gli ambienti bancari ebraici. In quei colloqui nacquero tutte le iniziative industriali, in particolare ferroviarie, come la Vittorio Emanuele, bancarie e finanziarie che caratterizzeranno i successivi sette anni del ministero Cavour, fino alla guerra con l’Austria (R2). Circa il viso dell’arme fatto da Gerolamo Bonaparte ad Alessandro Bixio possiamo pensare che la sua presenza significava la sospensione della guerra, sospensione che il principe Gerolamo non condivideva: insomma gli interessi rappresentati dal Bixio vinsero su quelli militari e dinastici dei napoleonidi! Ecco alla conclusione dei progetti discussi a Parigi nel 1852 il controllore: la presenza di Alessandro Bixio. Gli effetti della sua presenza si videro subito.

strano provvedimento di francesco giuseppe

La situazione finanziaria dell’impero austriaco, prima e durante la guerra con il Piemonte, dava origine alle più serie preoccupazioni. Il riflusso dall’estero di titoli austriaci, in corso dai primi del 1859, aveva accentuato il drenaggio delle risorse valutarie della Nationalbank che aveva dovuto sospendere i pagamenti in contanti, mentre l’aggio sull’argento saliva in maggio al 40 per cento e il corso dei titoli di Stato austriaci crollava a Francoforte da 81 fiorini in gennaio a 38 in aprile. Tutta l’economia del paese veniva dunque investita da gravi tensioni inflazionistiche, mentre la capacità di importazione risultava drasticamente ridotta, ed il ministro delle finanze Bruck doveva mettere mano alle riserve metalliche della Nationalbank, con grave danno del credito al paese, per procurare all’esercito le forniture necessarie. Già per queste ragioni era chiaro che lo sforzo bellico non avrebbe potuto protrarsi più a lungo (R3). Quattro giorni dopo l’armistizio [!], il 15 luglio 1859, durante il primo consiglio dei ministri dopo la sconfitta militare, l’imperatore Francesco Giuseppe rendeva pubblico il famoso Manifesto di Laxenburg col quale si affrettava a promettere alla borghesia un sostanziale mutamento di rotta. “Le benedizioni della pace – affermava l’imperatore austriaco – sono doppiamente preziose perché mi procureranno l’agio necessario per consacrare tutta la mia attenzione e le mie cure, non più turbate da nulla, al felice adempimento del compito che mi sono prefisso”. Di lì a poco il Regolamento industriale austriaco abrogava il regime delle corporazioni, introduceva la libertà del lavoro, dava l’avvio alla prima rivoluzione industriale dell’Austria. Gli ebrei di Vienna ed i protestanti di Germania ringraziarono (MC). Quattro giorni dopo la battaglia di Solferino, la borsa austriaca ebbe un rialzo! (R3). In novembre l’imperatore Francesco Giuseppe approvò la proposta di abolire molte restrizioni residue imposte alle comunità ebraiche dell’impero. Istituì, prima della fine dell’anno il Comitato per il debito di Stato, con il compito di esaminare la struttura finanziaria dell’impero, poiché concordava con il ministro delle finanze Bruck sulla necessità di rassicurare gli investitori stranieri (PA). Considerazioni: Insomma, vendendo e ricomprando i titoli del debito pubblico austriaco, la grande finanza internazionale faceva la guerra e la pace! Per amore o per forza i grandi mercati si dovevano aprire ai grandi capitali. Che questo fosse il principale scopo nella guerra fatta da Napoleone (o fatta fare a Napoleone) all’Austria, è dimostrato dall’armistizio di Villafranca, senza giustificazioni militari da parte della Francia e dal manifesto di Laxenburg. Il resto è storia a contorno, appare come la storia della mancia rilasciata ai servitori.

cavour diplomatico

Dopo la battaglia di Solferino, la diplomazia internazionale si attivò per arrivare ad una sistemazione della situazione italiana, possibilmente senza la prosecuzione della guerra. Anche Cavour si attivò per volgere a suo favore gli avvenimenti e, per ottenere questo, ebbe contatti con tutti i gabinetti europei. In particolare, nel tentativo di combattere l’ostilità dell’opinione pubblica germanica, aveva anche inviato, dietro suggerimenti russi e francesi, una nota al presidente di turno della Dieta di Francoforte, il prussiano Usedom, mettendo in rilievo la solidarietà degli interessi piemontesi e germanici: ma il documento dovette essere ritirato per consiglio dello stesso destinatario, il quale avvertì che l’insistenza sul disegno di cacciare l’Austria di là dalle Alpi avrebbe invece rinsaldato la solidarietà dei minori Stati tedeschi col governo di Vienna. Usedom dava questo giudizio molto negativo sul documento cavouriano: “Eine taktlosere, unpolitischere Fassung dieses Aktenstückes konnte unter den obwaltenden Umständen nicht gedacht werden” “Questa nota, indelicata e impolitica, nelle presenti circostanze, appare improvvisata”. Sembra che Cavour abbia riferito, falsamente, di suggerimenti russi e francesi per “giustificare il suo passo errato” (R3).

altra ragione dell’armistizio di villafranca

Napoleone, tra le ragioni che lo indussero a firmare l’armistizio di Villafranca, tenne sicuramente presente anche un’altra ragione, quella finanziaria tra la Francia ed il Piemonte, giacché il trattato del dicembre 1858 aveva stabilito che il Piemonte avrebbe pagato le spese di guerra della Francia con il decimo delle entrate dei nuovi territori conquistati, ma la Francia aveva già speso ben 360 milioni di franchi e la sua alleata altri 80 milioni, somme che nessuna prevedibile tassa piemontese sul reddito sarebbe riuscita a raccogliere, ed è da domandarsi se mai Cavour fosse stato in buona fede quando aveva stipulato tale accordo (VE).

scenario dell’italia disegnato da napoleone e cavour

Dobbiamo ora riflettere sullo scenario che il Cavour e Napoleone III avevano disegnato a Plombières come conseguenza della guerra all’Austria che studiavano di provocare. “La valle del Po, la Romagna e le Legazioni costituirebbero il Regno dell’Alta Italia sul quale regnerebbe la casa di Savoia. Il papa conserverebbe Roma e il territorio circostante. Il resto degli Stati del papa con la Toscana formerebbe il Regno dell’Italia Centrale. La circoscrizione territoriale del Regno di Napoli non sarebbe toccata. I quattro Stati italiani formerebbero una confederazione sul modello dela Confederazione germanica, la cui presidenza sarebbe data al papa per consolarlo della perdita della parte migliore dei suoi Stati”. Quanto poi si realizzò non coincise in alcun modo col disegno. Le ragioni sono varie. Innanzi tutto non fu assolutamente prevista l’ingerenza dell’Inghilterra in questa vicenda. Napoleone III e Cavour si preoccupavano soltanto di tenerla buona e di fare i propri interessi. Non pensarono che l’Inghilterra potesse invece avere interesse alla nascita di una potenza mediterranea, proprio antagonista dell’Austria e della Francia, che a partire dal 1844 aveva incominciato la sua espansione nel Mediterraneo. Poi non fu prevista l’inazione della Russia e del suo disinteresse verso questo quadrante dello scacchiere mediterraneo. Infine non fu prevista la ingerenza del capitalismo internazionale, che non reputò sufficiente la conquista della sola valle del Po, per consentire al Piemonte il pagamento dei suoi debiti. Ma ritorniamo al Cavour ed alla sua azione politica.

cavour corruttore

Nel gennaio 1861 Cavour e Pio IX stavano trattando la cessione di Roma per via amichevole. Negoziatore ufficioso del governo di Torino presso la Santa Sede era il medico marchigiano Diomede Pantaleoni; dopo un ultimo colloquio con Cavour e col ministro dell’interno Minghetti, l’11 febbraio 1861, un certo padre Passaglia si recava a Roma con in tasca cento napoleoni d’oro. Ma per corrompere i prelati della Curia romana, Pantaleoni era autorizzato a spendere molto di più. “Le faccio facoltà – gli scriveva Cavour – di spendere quanto reputerà necessario per amicarsi gli agenti subalterni della Curia. Quando poi occorresse di ricorrere a mezzi identici ma sopra larga scala pei pesci grossi, me li indicherà, ed io vedrò di metterli in opera, valendomi però di altra via di quella dei negoziatori che saranno lei ed il padre… Dio voglia che i suoi sforzi siano coronati da esito prospero. Ella avrà associato il suo nome al più gran fatto dei tempi moderni” (MC).

corruzione della stampa

Frequente, e sostenuto da un largo ricorso ai fondi segreti, fu l’intervento del ministero di Cavour nelle cose della stampa, diretto sia a favorire all’interno giornali e giornalisti schierati dalla parte del governo, sia ad alimentare le simpatie della stampa liberale straniera per la causa del Piemonte. “La Staffetta è un pessimo giornale che fa torto al ministero: lo dissi a Dina – è Cavour che scrive – questa primavera. Non do un soldo se prima la Staffetta non cessa le sue stupide pubblicazioni. Ciò fatto rimetterò ora a Dina L. 3.000 e in gennaio L. 3.000. Se questi patti non sono accettati, gli ripeto, non do un soldo”. Cavour dava direttive all’intendente Conte per non far nascere un giornale mazziniano a Genova. Lo stesso intendente, Conte, informava Cavour che il solo giornale sardo, lo Statuto, favorevole al governo fosse quello sovvenzionato. Nell’Archivio Cavour, corrispondenti, si trovano numerose lettere di editori e giornalisti stranieri, di livello e moralità molto varia, che si offrono di sostenere il governo liberale piemontese. [Evidentemente la voce si era sparsa]. Qualche nome: Henri Avigdor (Presse), Félix Belly (Le Pays, Journal de l’Empire), François Buloz (Revue des deux mondes), De Poggenphol (Nord di Bruxelles), C. Navin (Siècle), Pallieri (L’Italie) (R3). Ma la stampa piemontese non veniva corrotta solo da Cavour. Anche la Rosina Vercellana, la contessa di Mirafiori, l’amante del re, conosceva quest’uso dei giornali piemontesi. Quando il sovrano si voleva liberare del Cavour, anche perché questi non vedeva di buon occhio la sua relazione con la Rosina, quest’ultima acquistò gli articoli dello Stendardo, pagandoli 12.000 franchi (R3).

onore – I

Garibaldi, nel più grande segreto, aveva ricevuto denaro ed armi dal governo italiano in vista di una invasione dei territori papali che si pensava avrebbero fornito un pretesto per intervenire all’esercito nazionale. Mazzini era intanto pronto alla guerra civile, soprattutto perché pensava giustamente che il re si sarebbe schierato contro Garibaldi al primo segno di disapprovazione della Francia. L’unica speranza seria era che i cittadini di Roma precipitassero le cose con una insurrezione che li facesse intervenire sul loro destino; pensò anche per un momento di recarsi a Roma di persona per renderlo possibile. Contemporaneamente Vittorio Emanuele stava proponendo, segretamente, a Napoleone un accordo in base al quale francesi ed italiani avrebbero occupato, insieme, la città di Roma impedendo così al partito mazziniano di deporre il papa e di proclamare la repubblica. Il re disse a diverse persone che, come “premio supplementare”, gli si doveva permettere di “massacrare” Garibaldi e 30 mila volontari appartenenti alla “feccia criminale” dei seguaci di Garibaldi e Mazzini. Questo infelice termine “massacrare”, insieme allo “sterminare” usato nel 1860 da Cavour contro i garibaldini, veniva stranamente proprio da coloro che definivano Mazzini un “assassino” (MZ).

onore – II

E che questo fosse lo scenario morale in cui si muovevano i protagonisti di quella che poi ci sarebbe stata raccontata come epopea risorgimentale, si può desumere da questo altro avvenimento. Nell’agosto 1870 le truppe francesi lasciarono Roma, perché c’era bisogno di loro sul fronte del Reno, ma Vittorio Emanuele II continuò a tacciare i suoi ministri di vigliaccheria perché erano ormai meno desiderosi di prima di vederlo combattere a favore del suo ex alleato. Egli, infatti, puntava su di una vittoria della Francia e sperava di trovarsi di nuovo dal lato del vincitore. In effetti, fu solo la notizia della disastrosa sconfitta di Napoleone a Sedan che lo indusse improvvisamente a prendere un atteggiamento più realistico. Era chiaro che l’alleanza con la Francia non rappresentava che un duplice inconveniente ed il re, degno rappresentante della sua dinastia, “passò rapidamente dalla parte opposta”, avendo cura di spiegare al Papa che egli era costretto ad annettere Roma contro la sua stessa volontà. Le lettere di Lanza indicano che, ancora una volta, i fondi segreti furono utilizzati per suscitare una insurrezione che offrisse il pretesto per intervenire “a restaurare la legge e l’ordine”; ma neppure questa volta i romani si sollevarono. Si dovette così trovare una altra scusa per l’invasione ed alcuni municipi di là dal confine pontificio furono sollecitati ad inviare a Firenze petizioni invocanti protezione contro l’anarchia. Un breve scontro, una breccia nelle mura, e la Città Sacra cadde in mano dell’ultimo di una lunga serie di avidi nemici (MS).

comportamento spregevole

Il 27 dicembre 1858 Giuseppe Massari descrive nel suo diario una vicenda che vede Cavour e Napoleone III comportarsi in modo spregevole. “Il conte – annotava il Massari – mi fa vedere una lettera che Berryer scriveva a Napoleone III molti anni or sono per chiedergli 10 mila franchi in prestito. Napoleone III vuole ora si stampi quella lettera per punire il Berryer dell’arringa con cui ha ora difeso il conte di Montalembert. Prometto al conte di Cavour di fare in modo che l’Opinione appaghi il desiderio dell’imperatore” (GM).

cavour statista rivoluzionario

Nel 1859 Cavour, nemico giurato della rivoluzione, aveva tentato senza molto successo di dare l’avvio a rivoluzioni mazziniane in Lombardia e nell’Italia centrale; e lo stesso aveva fatto, sempre senza successo, l’anno dopo in Sicilia, a Napoli e negli stati del papa. Alla fine del 1860 si spinse più in là e impegnò le risorse dello Stato nel sollecitare un’altra serie di rivoluzioni in tutta l’Europa orientale. Parlava del desiderio di rendere le “razze latine” dominatrici del Mediterraneo; voleva “un moto insurrezionale che dal litorale dalmata ed illirico si estendesse sino alle rive del Baltico”, col dichiarato proposito di sfruttare quei moti in un’altra guerra contro l’Austria; una guerra che, abbastanza significativamente, diceva necessaria “per motivi di ordine interno”, cioè per rinsaldare negli italiani il senso della patria. Con parole che sembravano prese da Mazzini, il primo ministro illustrava ora la sua intenzione di creare nazionalità autonome in tutti i Balcani, aiutando i greci a prendere Costantinopoli e dando vita a una Ungheria indipendente. Quel progetto così ambizioso finì in un altro fallimento, benché Cavour fosse favorito dal fatto di potersi servire dei suoi ambasciatori e dei suoi consoli nei paesi balcanici per contrabbandare in quelle zone armi e denaro. Fra l’altro salpò segretamente da Genova una flottiglia di navi con carichi di armi, compresi pezzi di artiglieria pesante, il tutto registrato nelle polizze di carico come caffè. La flottiglia fu seguita sin dal primo momento dalla flotta austriaca e poi confiscata dai turchi. Cavour inoltrò una protesta formale per questa confisca, affermando che il contrabbando di armi avrebbe incontrato sempre la sua ferma opposizione; ma dalle scritte apposte sulle casse confiscate appariva chiaramente che esse provenivano dal Regio Arsenale di Torino. Il personale dell’ambasciata di Costantinopoli tentò affannosamente di ricoprire quelle scritte di vernice; ma era troppo tardi. Un diplomatico piemontese commentò: “Giammai cospirazione fu fatta con tanta innocenza battesimale”. Ma Cavour fece presto a trovare il modo di sfruttare quel fallimento per compromettere un concorrente, e tentò di convincere gli inglesi che quelle armi dovevano essere state inviate da Garibaldi. Tentò anche di deviare i sospetti su Mazzini, e inventò una storia fantastica secondo la quale quest’ultimo stava mandando a Roma sicari travestiti da contadini per provocare il crollo del regime papale (MZ).

opinione in francia sul piemonte

Se la nostra critica ai personaggi di quegli avvenimenti è agevolata dalla distanza temporale, dobbiamo riportare anche le opinioni contemporanee, per stabilire se la nostra è critica storica originale oppure condivisa. “Quand on est conduit comme à Turin par des enfants qui crient fort pour montrer qu’ils sont des hommes…”. “Quando si è guidati, come a Torino – esclamava alla Camera dei Deputati francese, Adolphe Thiers, ministro degli esteri di Luigi Filippo, a proposito delle intenzioni bellicose del Piemonte – da bambini che gridano forte per dimostrare che sono uomini. Quando si pronuncia la parola guerra bisogna chiedersi: siamo in grado di farla?” (MC).

le ultime parole del benso di cavour morente

Alle nove di sera del 5 giugno 1861 il re visita Cavour morente. Cavour gli dice tra l’altro: “E i nostri poveri napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli”. Cavour, nell’estremo delirio, pronunzia disordinatamente [o forse, meglio, gli attribuirono giornalisti interessati a propalare quella che doveva diventare una verità accertata] frasi come queste: “L’Italia del settentrione è fatta: non vi sono né lombardi, né piemontesi, né toscani, né romagnoli, noi siamo tutti italiani: ma vi sono ancora i napoletani. Oh, vi è molta corruzione nel loro paese. Non è colpa loro, povera gente: sono stati così mal governati! È quel briccone di Ferdinando! No, no, un governo così corruttore non può più essere restaurato: la Provvidenza non lo permetterà. Bisogna moralizzare il paese, educare l’infanzia e la gioventù, crear sale d’asilo, collegi militari, ma non si pensi di cambiare i napoletani con l’ingiuriarli. Essi mi domandano impieghi, croci, promozioni: bisogna che lavorino, che siano onesti, e io darò loro croci, promozioni, decorazioni: ma soprattutto non lasciargliene passar una: l’impiegato non deve nemmeno essere sospettato. Niente stato d’assedio, nessun mezzo da governo assoluto. Tutti son buoni di governare con lo stadio d’assedio. Io li governerò con la libertà. In venti anni saranno le province più ricche d’Italia. No, niente stato d’assedio” (FD).

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BIBLIOGRAFIA

AF – Angelo FILIPPUZZI – La pace di Milano Edizioni dell’Ateneo – Roma, 1955

AL – Alessandro LUZIO – Aspromonte e Mentana Documenti inediti – Felice Le Monnier – Firenze, 1935

AM – Aldo Alessandro MOLA – Storia della Massoneria italiana dall’Unità alla Repubblica – Bompiani – Milano, 1976

C4 – Giorgio CANDELORO – Storia dell’Italia moderna Volume IV Dalla rivoluzione nazionale all’unità Feltrinelli – Milano, 1964

DB – Domenico BERTI – Scritti vari L. Roux & C. Editori – Torino Roma, 1892

DM – Carmine DE MARCO – Unità d’Italia: la conquista, l’asservimento, la colonizzazione, lo sfruttamento ed il finto risarcimento. Grafico per grafico Non pubblicato – Napoli, 1979

FD – Francesco D’ASCOLI – La storia di Napoli giorno per giorno dal 7.9.1860 al 24.5.1915 – Luigi Regina – Napoli, 1972

FH – Franz HERRE – Napoleone III Mondadori – Milano, 1994

GM – Giuseppe MASSARI – Diario 1858-60 sull’azione politica di Cavour – Cappelli – Bologna, 1931

GS – I giorni della storia d’Italia dal risorgimento ad oggi De Agostini – Novara, 1997

MC – Mario COSTA CARDOL – Venga a Napoli, signor conte Mursia – Milano, 1986

MZ – Denis MACK SMITH – Mazzini RCS Rizzoli Libri – Milano, 1993

PA – Alan PALMER – Francesco Giuseppe Mondadori – Milano, 1997

RM – Roberto MARTUCCI – L’invenzione dell’Italia unita Sansoni – Milano, 1999

R1 – Rosario ROMEO – Cavour e il suo tempo (1810-1842) Laterza – Bari, 1977

R2 – Rosario ROMEO – Cavour e il suo tempo (1842 – 1854) Laterza – Bari, 1984

R3 – Rosario ROMEO – Cavour e il suo tempo (1854 – 1861) Laterza – Bari, 1984

SG – Salvator GOTTA – Ottocento Mondadori – Milano, 1949

SM – Francesco S. MERLINO – Questa è l’Italia – Parigi, 1890 Cooperativa del libro popolare – Milano, 1953 M&B Publishing 1996

UT – Dizionario enciclopedico UTET – Torino

VE – Denis MACK SMITH – Vittorio Emanuele II Laterza – Bari, 1972

VF – Vittorio FIORINI (a cura) – Gli scritti di CarloAlberto sul moto piemontese del 1821 Società editrice Dante Alighieri – Roma,1900 id

fonte

 http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/Personaggi/Cavour02.htm

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«L’età moderna XVI-XVIII secolo»

Posted by on Dic 12, 2018

«L’età moderna XVI-XVIII secolo»

L’ aggettivo «moderno» nasce con il significato neutrale di «recente» o «contemporaneo» e indicava all’origine soltanto l’attualità, ma nel tempo, in particolare dal Rinascimento, è stato caricato di una valenza ideologica, definendo con una connotazione positiva e ottimistica ciò che è «nuovo» e che, per questo solo motivo, è necessariamente «buono» in sé e rispetto a ciò che è accaduto prima. In questo senso la «modernità» non è la qualificazione di ciò che è recente bensì una categoria di giudizio, un valore. Di conseguenza l’«età moderna» — quale definita in Italia dalla storiografia laica e liberale del secolo XIX sulla scia della storiografia illuministica — è letta generalmente come il superamento dell’oscurantismo e della stagnazione e l’inizio di un periodo di conquiste progressive.

Più di recente, però, ha cominciato ad affermarsi un’altra interpretazione, che intende la modernità come un processo non di liberazione ma di graduale coercizione, contrassegnato da una presenza dello Stato sempre più invasiva e da un crescente condizionamento politico dei comportamenti sociali o, in altri termini, da un maggior «disciplinamento sociale», secondo la dizione utilizzata per la prima volta dallo storico tedesco Gerhard Oestreich (1910-1978) (1).

Fra gli studiosi che hanno indagato attentamente su tutti questi aspetti della «storia moderna» figura senz’altro Alberto Tenenti (1924-2002), di cui è stato ripubblicato — a distanza di oltre venti anni dalla prima edizione del 1980 e a quasi dieci dalla nuova edizione del 1997 — il manuale su L’età moderna. XVI-XVIII secolo (2).

Alberto Tenenti nasce a Viareggio nel 1924, si laurea in Lettere e Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e nel 1948 ottiene una borsa di studio con la quale si trasferisce in Francia, prima a Parigi, dove prende contatto con gli storici Lucien Febvre (1878-1956) e Fernand Braudel (1902-1985), poi a Besançon (3). Rientrato in Italia dopo aver vinto, agli inizi degli anni 1950, un concorso nazionale come dirigente presso gli Archivi di Stato, soggiorna prima a Venezia e poi a Brescia, iniziando una lunga e feconda frequentazione della documentazione archivistica. Con la pubblicazione in Italia de Il senso della morte e l’amore per la vita nel Rinascimento (4) il suo nome s’impone alla comunità scientifica europea per la raffinatezza e la sensibilità del percorso intellettuale e per la vastità e lo spessore delle problematiche storiche. Alla fine del decennio Tenenti viene chiamato come chef de travaux presso la sezione Sciences Economiques et Sociales dell’École Pratique des Hautes Études di Parigi da Braudel, che apprezzava la sua capacità di mantenere uniti gli interessi per la storia della cultura con quelli più prettamente economici. Direttore della scuola dal 1965, nell’anno accademico 1966-1967 inizia un proprio corso con un insegnamento dalla denominazione ampia di Histoire Sociale des Cultures Européennes, che svolge per 35 anni. Pubblica numerosi saggi e manuali di storia moderna, da Alle origini del mondo moderno (5) a I rinascimenti (6), nonché una raccolta di studi sullo Stato (7). L’ultimo saggio, Dalle rivolte alle rivoluzioni (8), testimonia che sino alla fine Tenenti ha saputo fondere la descrizione di panoramiche globali con questioni di carattere generale e tematiche di lunga durata. Muore nella sua casa di Parigi nel 2002.

Storico della cultura, o delle mentalità, come si diceva un tempo, membro della British Academy, della Real Academia de la Historia e dal 1997 dell’Accademia dei Lincei, direttore della rivista Civiltà del Rinascimento, di Roma, che chiuderà i battenti alla sua morte, Tenenti ha pubblicato circa 400 opere fra monografie, recensioni e interventi a convegni. Fra gli argomenti studiati figurano il passaggio dal Comune alla Signoria, la trasformazione delle città, le attività commerciali e marinare, l’architettura e gli apparati iconografici, la famiglia e i patrimoni, i sentimenti e l’evoluzione del senso della morte, i rapporti fra la cultura e il potere.

1. Il Cinquecento

Organizzato secondo una tripartizione cronologica, dal secolo XVI al secolo XVIII, L’età moderna da un lato descrive analiticamente il lento svolgimento di una storia complessa e dall’altro lato cerca di individuare i momenti di svolta, talora repentini, ma sempre decisivi.

Nella densa Introduzione (p. 11-51) Tenenti svolge alcune considerazioni generali, sottolineando innanzitutto la precarietà delle periodizzazioni — cioè delle suddivisioni di un processo storico in termini cronologici — e quindi delle prospettive storiografiche ad esse sottese, che riflettono a loro volta tendenze culturali o ideologiche. Anche le definizioni generali utilizzate dagli storici non sono mai puramente tecniche o culturalmente neutre: egli impiega, dunque, termini come Umanesimo, Stato, Riforma e Controriforma nella misura in cui corrispondono a fenomeni veri e propri, evitando per quanto possibile il vocabolo Rinascimento, che risente troppo di una visione unilaterale e cronologicamente sfuggente, e ricorrendo con cautela al concetto di Barocco — che pure evoca un insieme di caratteri e di sfumature particolari nel campo letterario, architettonico, musicale e anche politico —, pur nella consapevolezza che «quando una nozione storica si è affermata o radicata, per quanto la si impugni con giuste ragioni, è estremamente arduo giungere ad espungerla o a farla abbandonare» (p. 12).

Tenenti descrive, quindi, la svolta che si delinea in Europa fra i secoli XIV e XV, richiamando i fattori che avevano cominciato ad agire come elementi di trasformazione: lo sviluppo e l’organizzazione graduale di un’economia e di una cultura che prescindevano dalla visione cristiana, fino ad allora dominante; il parallelo mutamento di sensibilità e la comparsa di nuovi orizzonti artistici, di stampo dotto e intellettuale e dunque più distanti dalla spontanea vena popolare, che si trova quasi emarginata in una dimensione provinciale e gergale; l’emergere di tecniche e di conoscenze scientifiche che imprimono un ritmo e un volto assai originali alla civiltà europea, assicurandole una netta preminenza sui popoli degli altri continenti.

Le conseguenze di questi mutamenti si manifestano con gradualità, con caratteristiche diverse da paese a paese, con velocità differenti a seconda dei settori interessati ed è molto difficile individuare date intorno alle quali tutti o quasi i fattori concorrano o indichino cesure significative. Per quanto riguarda l’organizzazione statale, su cui Tenenti si sofferma in apertura della prima parte, Il Cinquecento (pp. 55-217), la trasformazione è molto lunga, compiendosi «fra la guerra dei Cent’anni e l’Illuminismo» (p. 55), cioè fra i secoli XIV e XVIII, nei quali si compie il lento passaggio da una concezione contrattuale dell’autorità a un sistema assolutista di dominio, di cui costituiscono un prototipo le signorie e i principati instauratisi nell’Italia Centrale e Settentrionale a partire dal secolo XIV: «Tale processo costituisce uno dei caratteri peculiari dell’età moderna, appunto nel senso che esso fu caratterizzato non meno dai progressi che dalle resistenze delle forze contrarie» (p. 59). Queste ultime alimentano una serie di rivolte, dettate generalmente da motivi congiunturali o locali e prive sia di collegamenti fra loro sia di qualsiasi spirito di contestazione dell’autorità. In realtà, il primo grande fattore che coagula resistenze di carattere rivoluzionario — cioè dettate dal proposito, più o meno consapevole, di mutare l’ordinamento politico della società, quando non la società stessa — è quello religioso, che dal secolo XVI dà origine alla Riforma protestante, anche se occorre sottolineare «[…] che il vulcano della Riforma non eruttò la sua lava da un magma di sola spiritualità e che la massa dei suoi lapilli non fu esclusivamente di natura teologica» (p. 101). A essa «[…] si addice in pieno la qualifica di rivoluzionaria. […] La Riforma costituì una svolta epocale che a buon diritto può far individuare un prima nettamente diverso dal dopo. Ad essa partecipò in gran parte direttamente o almeno indirettamente tutto l’Occidente europeo, su ogni piano ed in ciascuna sfera tellurici i suoi bradisismi continuarono a ripercuotersi per oltre un secolo da una zona all’altra, non senza riemergere sino al Settecento» (ibidem).

La Riforma — non un evento ma un processo di lunga durata — agirà gradualmente ma profondamente entro la dimensione della sensibilità, giungendo a infrangere l’universo saldo e compatto del cristiano.

La rottura dell’unità religiosa della Cristianità si accompagna al passaggio da un tipo di relazioni internazionali relativamente statico e compartimentato a un altro più dinamico e interdipendente, a «un cambiamento di voltaggio» (p. 78), in virtù del quale gli avvenimenti cominciano a ripercuotersi gli uni sugli altri a ritmo più accelerato e la scala locale diventa secondaria rispetto a quella mondiale. Questa evoluzione va di pari passo con l’espansione islamica nei Balcani e sul mare, favorita sia dalla struttura interna dell’Impero Ottomano, concepito come un’immensa macchina bellica, sia alla divisione dei Paesi cristiani.

Alla fine del secolo XVI si può situare l’inizio del trapasso dalla preponderanza spagnola a quella delle potenze marittime protestanti, cioè il Regno d’Inghilterra e le Province Unite, od Olanda, meno interessate dal pericolo islamico: «Eppure, se il mondo germanico tardava ad organizzarsi contro l’avanzata turca, la cattolicità meridionale preparava le sue energie per la controffensiva. Fattore non secondario di tale processo sempre più vasto era il concretizzarsi di uno slancio religioso al quale partecipavano molti elementi della nobiltà cattolica europea, in primo luogo italiana ed iberica» (p. 160).

Grazie a questi sforzi, spesso coordinati dai Pontefici, che danno vita a una vera e propria internazionale del mondo cattolico, alla fine del secolo XVI si vedono le avvisaglie di una riconquista cristiana delle terre occupate dai turchi, che va di pari passo con la Contro-Riforma, intesa nel senso più ampio del termine: «Se si guardasse unicamente ai fenomeni religiosi, si dovrebbe parlare piuttosto di riforma cattolica che di controriforma. In realtà, tuttavia, lo sviluppo della sua spiritualità e soprattutto le sue iniziative ecclesiastiche non andarono disgiunte da prese di posizione politico-diplomatiche e militari, oltre che culturali e sociali […] che nel loro insieme meritano appunto di essere chiamate controriforma» (p. 136).

2. Il Seicento

Le grandi scoperte e l’inizio della colonizzazione europea — eventi che modificano la scala geografica di riferimento degli avvenimenti storici — chiudono la prima parte del libro e introducono la seconda, Il Seicento (pp. 219-408).

Il secolo XVII è letto come una cerniera, vera e propria articolazione fra due fasi distinte, caratterizzata da fenomeni contrastanti e dall’incrocio di forze contraddittorie, con una tensione costante su tutti i piani, nonché dalla maturazione di alcuni processi di fondo che investono la vita culturale e politica, sociale ed economica. Il passaggio dagli orizzonti dei mari chiusi europei a quelli degli oceani porta anche all’instaurazione di rapporti marittimi e culturali fra i continenti, pur con differenze significative fra le varie forme di colonizzazione: mentre l’aspetto di molte aree d’oltremare, soprattutto costiere, viene riplasmato sulla falsariga degli usi e dei modelli di vita vigenti in Europa, i contatti con gli indigeni sono improntati alla tolleranza reciproca e alla mescolanza razziale solo nelle realtà iberiche. È sintomatico in proposito che le grandi compagnie olandesi non s’interessassero mai di attività missionarie e che gli obiettivi di espansione religiosa, pur non venendo meno, cedessero gradualmente il posto a quelli economici.

Una delle tendenze generali della civiltà europea in quel periodo è proprio la progressiva laicizzazione, cioè la dissociazione di ogni realtà dai condizionamenti religiosi. «Si è trattato di un processo molto lento, in vari paesi addirittura in corso ancor oggi, che in Europa si manifesta almeno dal Duecento in poi, nei campi e con i ritmi più diversi» (p. 331).

Nel secolo XVII, inoltre, comincia a prevalere l’assolutismo — inteso come tendenza all’accentramento autoritario del potere nello Stato a scapito della società —, anche se con situazioni abbastanza eterogenee da un Paese all’altro che danno all’espressione «età dell’assolutismo» una validità molto relativa. Non si può ridurre la storia europea dell’epoca moderna al rafforzamento graduale degli organismi statali, ma questo processo ne rappresenta una delle direttrici principali. Fra i fattori che favoriscono l’accentramento dei poteri vi è anche la necessità per ciascuno Stato di mostrarsi più solido nel gioco sempre più rude dei rapporti internazionali, in cui la guerra appare sempre più come lo sbocco naturale delle rivalità economiche. «Schematizzando, ai motivi dinastici di conflitto propri dell’Europa trequattrocentesca ed a quelli confessionali innestativisi nel Cinquecento si aggiunsero ora quelli specificamente economici» (p. 269).

Tutto il periodo dal secolo XVI al XVIII è caratterizzato dalla ricerca di un assestamento, che non viene trovato, anche perché il campo di lotta si è fatto troppo vasto. Inoltre, il processo di progressiva interdipendenza fra gli Stati continua a intensificarsi e gli interessi religiosi che vi erano congiunti rendono ancora più fitta la catena di azioni e reazioni. Da qui la ricerca di un equilibrio, come era già avvenuto temporaneamente nella penisola italiana con la pace di Lodi del 1454.

E a proposito degli Stati italiani Tenenti rifiuta ogni scenario condizionante e le «[…] prevenzioni mentali e storiografiche più o meno squilibranti. Anzi, le ripercussioni di queste ottiche congiunte si sono rivelate tanto persistenti da rendere anche attualmente una presentazione adeguata delle congiunture e delle situazioni seicentesche. Occorrerà comunque cercare di distaccarsi dalle figurazioni preconcette di quella che avrebbe “dovuto” essere la storia d’Italia» (p. 316), sottolineando fra le caratteristiche del periodo il mantenimento di una pace interna relativamente benefica, l’affermazione di una comunità culturale e artistica e la sua difesa sul fronte orientale — soprattutto da parte della Repubblica di Venezia — contro l’aggressione turca, che dà vita a un’epopea poco nota al grande pubblico: «È pur strano che i ricercatori di epiche gesta abbiano lasciato queste largamente in disparte» (p. 319).

3. Il Settecento

Il secolo XVIII — preso in esame nella terza parte, Il Settecento (pp. 409-612) — vede l’affermazione dell’assolutismo e il proseguimento di una politica di potenza e di spregiudicata competizione internazionale — «Proprio dal Settecento si fece luce altresì, e talora già si realizzò, il brutale disegno di disgregare gli Stati altrui, di spartirsene il territorio in spregio dei legami che avevano tenute unite le loro popolazioni» (p. 477) —, ma soprattutto assiste a un mutamento generale, che coinvolge le prospettive morali, le idee politiche e le aspirazioni collettive.

Tuttavia, il quadro europeo non è rigidamente definito. All’organizzazione statuale prussiana, più orientata in senso assolutistico, si contrappone quella asburgica, caratterizzata da autonomie locali e particolarismi notevoli, che trovavano il loro collante nella cultura cattolica, rafforzata nell’area danubiana dalla vittoria della Contro-Riforma, visibile anche artisticamente grazie alla diffusione in quell’area del barocco, soprattutto quello religioso, fra il 1680 e il 1720. «Questa architettura militante, ispirantesi al Bernini [Gianlorenzo (1598-1680)] ed al Borromini [Francesco Castelli detto (1599-1667)], si adatta all’apologetica antifilosofica del XVIII secolo. L’enorme diffusione di queste basiliche, chiese abbaziali e monasteri celebra la vitalità o il prestigio della religione in quest’area largamente asburgica» (p. 467).

Più in generale, però, e guardando in particolare alle élite, a partire all’incirca dal 1700 si assiste a un processo complesso d’inaridimento e di svuotamento dei fenomeni religiosi abituali, di distacco da essi in nome di convinzioni che erano in parte ancora cristiane ma in senso molto diverso e sempre più flebile, che porta alla costituzione di un nuovo orizzonte culturale e dunque politico ed economico. Com’era accaduto con la precedente grande svolta della sensibilità, cui aveva fatto seguito la crisi protestante, si manifesta una forte interazione fra il contesto religioso e le nuove forme del sapere, le tecniche e in particolare le aspirazioni e i modi di vita. «Ad una vasta corrente deistica e newtoniana, sostenitrice anche di un governo monarchico e della supremazia dei ceti più fortunati, se ne contrappose sempre più nettamente un’altra, panteistica e politicamente democratica» (p. 418).

Inoltre, come già durante il periodo rinascimentale una schiera d’intellettuali, gli umanisti, si erano fatti portatori di valori culturali e morali per rispondere alle nuove esigenze della società laica, nel secolo XVIII altri intellettuali, denominati illuministi o «filosofi», si fanno banditori di un sapere diverso e in contrasto con quello popolare, però in un contesto a loro più favorevole rispetto ai predecessori, sia perché la forza delle credenze religiose si era affievolita, sia perché un buon numero di sovrani fa proprie alcune prospettive illuministiche in vista di un rafforzamento del regime assolutistico, sia grazie allo sviluppo del network propagandistico e organizzativo costituito dalle logge massoniche: «Sia pure in maniere diverse, i massoni furono su vari piani dei contestatori dell’ordine stabilito. […] È veramente arduo misurare il peso specifico effettivo della massoneria settecentesca, ma più la si studia più sembra essere stato notevole» (pp. 437-438); certo è che «[…] anche l’apparato giacobino all’epoca della Rivoluzione francese venne appoggiato da società massoniche» (p. 439). Le elaborazioni filosofiche, dunque, diventano sempre più prese di posizione politiche, anche se, venuti meno in buona parte gl’ideali religiosi e politico-culturali della Cristianità, non era ancora apparsa la loro traduzione moderna, rappresentata dalle ideologie.

L’anticlericalismo, tuttavia, diventa il veicolo e l’espressione di un attacco in profondità contro l’Antico Regime e uno dei tramiti fra le idee dei «lumi» e l’incitamento ad agire sul terreno pratico, cosicché la Rivoluzione Francese, che chiude di regola l’età moderna — anche se «il Settecento si presenta come parte o premessa essenziale del mondo contemporaneo» (p. 583) —, costituisce lo sbocco dei fermenti e delle tendenze in via di maturazione da diversi decenni.

Con gli eventi rivoluzionari si conclude il grande affresco di Tenenti, che ha descritto i mutamenti politici, economici e demografici dell’Europa, prestando attenzione non solo ai «fatti», ma anche alle realizzazioni istituzionali, culturali, artistiche e scientifiche che hanno accompagnato le vicende storiche e alle mentalità di cui sono state espressione.

Note

Questo articolo-recensione è apparso sul bimestrale Cristianità. Organo ufficiale di Alleanza Cattolica, anno XXXIV, n. 337-338, Piacenza settembre-dicembre 2006, pp. 29-32.


(1) Gerhard Oestreich, Problemi di strutturadell’assolutismo europeo, 1969, trad. it. in Ettore Rotelli e PierangeloSchiera (a cura di), Lo Stato moderno. vol. I, Dal Medioevo all’etàmoderna, il Mulino, Bologna 1971, pp. 173-191 (p. 173); per la ricezionedel concetto in Italia, cfr. Paolo Prodi (a cura di), Disciplina dell’anima,disciplina del corpo e disciplina della società tra medioevo ed età moderna,il Mulino, Bologna 1994, e in particolare il saggio di P. Schiera, Disciplina,Stato moderno, disciplinamento: considerazioni a cavallo fra la sociologia delpotere e la storia costituzionale, pp. 21-46.
(2) Cfr. Alberto Tenenti, L’età moderna.XVI-XVIII secolo, il Mulino, Bologna 2005 [672 pp., € 29,00]. Tutti iriferimenti fra parentesi nel testo rimandano a quest’opera.
(3) Cfr. Pierroberto Scaramella, Il senso dellastoria: un profilo bio-bibliografico di Alberto Tenenti, in Idem (a curadi), Alberto Tenenti. Scritti in memoria, Bibliopolis, Napoli 2005, pp.11-30.
(4) Cfr. A. Tenenti, Il senso della morte el’amore per la vita nel Rinascimento. Francia e Italia, Einaudi, Torino1957.
(5) Cfr. A. Tenenti e Ruggiero Romano (1923-2002), Alleorigini del mondo moderno (1350-1550), Feltrinelli, Milano 1967.
(6) Cfr. A. Tenenti, I rinascimenti. 1350-1630,Le Monnier, Firenze 1981.
(7) Cfr. Idem, Stato: un’idea, una logica. Dalcomune italiano all’assolutismo francese, il Mulino, Bologna 1987.
(8) Idem, Dalle rivolte alle rivoluzioni, ilMulino, Bologna 1997.

Francesco Pappalardo

fonte 

http://www.identitanazionale.it/stmo_4001.php



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Alla riscoperta del significato autentico del “carpe diem”

Posted by on Dic 12, 2018

Alla riscoperta del significato autentico del “carpe diem”

Oggi associamo il carpe diem all’immagine di un uomo che, rescisso il legame con il mistero, con Dio, con la tradizione passata e con una prospettiva futura, può finalmente vantarsi di essere libero di assaporare tutti i piaceri, di andare oltre ogni limite, di esagerare senza dover più rendere conto a nessuno. Invece l’espressione significa vivi con intensità il presente cercando la felicità qui e ora. 

«Carpe diem» è espressione che tutti conoscono, amanti o meno del latino, esperti o meno della cultura classica. Indubbiamente ha assunto oggi un significato che è ben distante da quello originario che gli aveva attribuito Orazio, il poeta per eccellenza della lirica latina, autore di quell’ode undicesima del primo libro dei Carmina da cui è prelevata.

Oggi associamo il carpe diem all’immagine di un uomo che, rescisso il legame con il mistero, con Dio, con la tradizione passata e con una prospettiva futura, può finalmente vantarsi di essere libero di assaporare tutti i piaceri, di andare oltre ogni limite, di esagerare senza dover più rendere conto a nessuno. L’espressione sottolinea ancora una libertà totale, exlege, intesa come autonomia da rapporti e da impegni, spensieratezza dimentica del tempo e di una prospettiva, scevra del destino e di un compimento. Vivi l’istante per l’istante senza alcun legame con il bene, con la verità, con la saggezza. Sinteticamente potremmo definire la cultura contemporanea veicolata da un certo mondo massmediatico e cinematografico come la gaia disperazione degli uomini senza Dio.

Un esempio su tutti. Ricordo ancora quando anni fa un mio studente mi disse: «Sa professore, ho visto un film, Notte prima degli esami, che mi ha fatto capire perché valga la pena vivere. Un personaggio del film sostiene che nella vita è importante non ciò che troviamo alla fine della strada, cioè il destino, ma l’emozione che abbiamo provato lungo il cammino». Qualche mese più tardi il ragazzo morì in un incidente in moto. Morire a vent’anni di troppo desiderio di vita o, forse, perché non si è ancora compreso il motivo per cui valga la pena davvero faticare, alzarsi al mattino, prendersi le proprie responsabilità, far famiglia, etc.

Il messaggio di quel film, come di tanti altri film, testimonia la cultura imperante oggi. Non sono tanto importanti la strada e la meta cui essa conduce, quanto l’emotività, la suggestione del momento, l’intensità dell’istante slegato completamente dal bene, dalla realizzazione, dal compimento. Vivi l’istante per l’istante sembra essere l’imperativo categorico di oggi, in un becero e superficiale «carpe diem», che sprona in realtà a considerare come momenti forti solo il sabato sera, le feste, la notte, e a stimare di poco conto tutto quanto è quotidianità e normalità.

Ma cosa intendeva davvero Orazio con l’espressione carpe diem»? Per recuperarne il significato autentico è necessario rileggere l’ode:
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias: vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

In traduzione: Tu non chiedere, è vietato sapere, quale fine a me, quale a te
gli dei abbiano assegnato, o Leuconoe, e non consultare
la cabala babilonese. Quanto (è) meglio, qualsiasi cosa sarà, accettarla!
Sia che Giove abbia assegnato più inverni, sia che abbia assegnato come ultimo
quello che ora sfianca con le scogliere di pomice che gli si oppongono il mare
Tirreno, sii saggia: filtra il vino e ad una breve scadenza
limita la lunga speranza. Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile,
il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo.

Una triplice negazione apre la poesia: «ne quaesieris», «nefas», «nec […] temptaris numeros» ovvero «non chiederti», «è vietato», «non consultare». La parola «nefas» indica le azioni che si oppongono alla legge divina (che coincide con il termine «fas», mentre la legge umana è in latino lo «ius»). Gli dei non consentono all’uomo di conoscere il futuro, pertanto cercare di farlo è atto di empietà, che verrà punito non tanto dalle divinità, ma dall’impossibilità di vivere e assaporare il presente.

A parlare è Orazio rivolgendosi a Leuconoë, ragazza probabilmente non reale, ma fittizia, il cui nome significa «dalla mente candida», colei che non conosce ancora la vita, che è ancora spensierata.  È inutile pertanto consultare gli astrologi caldei che cercano di comprendere il destino degli uomini attraverso la posizione delle stelle. Molti romani appartenenti alla classe dirigente si rivolgono a loro. È preferibile sopportare con forza, non passivamente, tutto quanto accadrà. Questo indica qui il verbo latino «pati», una rassegnazione saggia di stampo epicureo, dovuta al fatto che in ogni caso il destino è immutabile e già fissato al momento della nascita. La vita potrà essere ancora lunga per Leuconoë oppure breve.

Con grande perizia poetica Orazio si avvale qui dell’immagine del mare Tirreno che, antropomorfizzato, si va a schiantare contro le scogliere durante le tempeste invernali. Il poeta ci introduce, così, al torpore dell’inverno che simbolicamente rappresenta la conclusione della vita. Ecco, allora, il consiglio di una persona che ha già sperimentato e compreso la fugacità del tempo: «sii saggia» («sapias») e «filtra il vino» («vina liques»). Al tempo di Orazio i Romani filtravano le impurità del vino facendolo passare attraverso un sacchetto di tela o un vaso metallico forato e pieno di neve. Questa procedura permetteva di assaporare meglio il gusto puro del vino.

Il verbo «sapio» indica sia «aver sapore» che «essere saggio». Bellissima è la duplicità semantica del verbo «sapere». La concretezza del lessico latino continua nel verbo seguente «resecare» che significa «tagliare i rami troppo lunghi». L’interlocutore di Orazio, immaginario o reale che sia, è invitato a non riporre la speranza della propria felicità nel futuro lontano. Non sappiamo quanto vivremo. «Tempus fugit», il tempo fugge, è invidioso della nostra felicità, della giovinezza, dell’amore.

Il verbo «carpo» esprime la lacerazione e lo strappo di una parte dal tutto, ad esempio la separazione di una foglia dal ramo o il piluccare un grappolo d’uva. La foglia da staccare, da cogliere è il «dies» che deve essere disgiunto dal tempo nel suo insieme («aetas»). In altre parole, «carpe diem» significa vivi con intensità il presente, ogni attimo, cercando la felicità nell’hic et nunc, qui e ora. Che questo sia il significato autentico di Orazio è confermato dal secondo emistichio del verso conclusivo «quam minime credula postero» che significa letteralmente «riponendo il meno possibile la speranza della vita nel futuro».

Giovanni Fighera

fonte

http://lanuovabq.it/it/alla-riscoperta-del-significato-autentico-del-carpe-diem

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