Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

La lezione di Konrad Lorenz di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Ott 14, 2019

La lezione di Konrad Lorenz di Fiorentino Bevilacqua

La prima volta mi capitò tanti anni fa.

Eravamo in escursione io (biologo) e due amici (uno fisico e uno ingegnere).

Specifico i campi di attività e la formazione professionale, non per inutile vanteria.

Eravamo in una profonda forra, al fondo della quale scorreva un ruscello.

Li avevo condotti lì per visitare un antico mulino ad acqua.

Una volta, quando mulini, ferriere ed opifici vari necessitavano della forza motrice dell’acqua, del suo potere di generare flussi d’aria e quello di portare via calore, lungo i nostri corsi d’acqua era un fiorire di attività; anche le strade di collegamento fra due paesi vicini, piegate dalla necessità di collegare alle realtà abitative quelle produttive, scendevano lungo il fondo della valle, al fondo della forra.

Oggi, invece, questo non avviene più. L’acqua è stata sostituita dall’energia elettrica e, dunque, sia le attività corrispondenti a quelle di una volta, sia le strade di collegamento, sono “risalite” a diverse “curve di livello” più in alto e il fondo della forra, abbandonato dalle attività produttive e inospitale per quelle agricole, è stato abbandonato ed è diventato sede di una quasi impenetrabile, fittissima vegetazione.

Durante quell’escursione, quindi, avemmo non poche difficoltà sia nella discesa verso il mulino, sia nella risalita che avvenne lungo l’altro versante.

Durante la penetrazione nella fitta vegetazione, parlammo anche di ambiente biologicamente inteso e a me scappò detto, forse in maniera troppo semplice e riduttiva, ma così, tanto per sintetizzare, che … “in fondo, tutto questo non è altro che un trasferimento di materiali ed energia”.

Ciò non toglieva nulla alla bellezza di una farfalla che suggeva il nettare da un fiore ma… ricordo lo sguardo che l’ingegnere mi rivolse in risposta: un misto di rancore e stupore.

Avevo, forse, rotto l’incantesimo della poesia che, probabilmente, lui vedeva (come me) in tutto quel brulicare di forme principalmente vegetali che ci circondava.

La realtà è la realtà (e anche su questo ci sarebbe tanto da dire).

Ci si può vedere tutta la poesia che si vuole ma ciò non ne cambia la natura, l’essenza profonda che va descritta per quello che è.

E’ anche vero, come scriveva Konrad Lorenz1, che “…è proprio insensato credere che l’oggettività della ricerca, il sapere, la conoscenza dei fenomeni naturali, possano far diminuire la gioia procurataci dalle meraviglie della natura”.

Ma è necessario, per una vera conoscenza, penetrare in profondità ogni peculiarità dei fenomeni studiati ma questo, per parafrasare Lorenz, non ne preclude l’ammirazione, anzi, ne genera di più.

Dunque, descrivere il semplice dato “materiale”, a chi percepisce di esso solo la poesia, poesia che in lui non nasce dalla conoscenza del fenomeno, ma solo dall’ammirazione estatica di esso, “spoetizza” costui che guarderà con rancore ed astio chi gli ha fatto svanire la visione incantata (tale, in alcuni casi, solo perché politically correct).

La stessa cosa può accadere (e a me è accaduta) in tanti altri ambiti. Io l’ho rivissuta con i cosiddetti cambiamenti climatici, la visione (percezione) del cosmo, il glifosato.

Il “poeta”, colui che basa le proprie conclusioni più sul sentire personale e sul “sentito dire” che sul dato scientifico (anche se parziale), e che comunque e perciò si sente, si vede come una sorta di Giordano Bruno (senza entrare, qui, nel merito della vicenda del Nolano), un innovatore, un antesignano, un difensore della verità (in realtà della propria identità), guarda come ad un eretico colui che osa anche solo citare dati in controtendenza a quanto lui … ebbene sì, CREDE.

In questi casi è “Giordano Bruno” (in realtà un Bellarmino che non sa di esserlo) che manda al rogo l’“eretico”!

Viviamo in un’epoca in cui la manipolazione delle coscienze è molto più facile che nel passato, e la provenienza di questi tentativi è molto più ricca e variegata di prima, un’epoca in cui, appunto per questo, il senso critico deve rimanere ancora più vigile e deve essere risvegliato in coloro nei quali è sopito.

Ne sappiamo qualcosa noi Neoborbonici (Neoborbonici quanto meno nel senso inteso dal Riccardo Pazzaglia2) che, della revisione storica, abbiamo fatto un tratto importante della nostra crescita culturale, umana e sociale.

Che Lorenz sia da insegnamento per tutti.

In tutto.

Fiorentino Bevilacqua

13.10.2019

…………….

  1. Lorenz K., L’anello di Re Salomone, Milano, gli Adelphi, 1995
  2. https://www.ilmattino.it/blog/controstorie/neoborbonici_tutto_cominci_20_anni_fa-1372473.html
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I problemi del Sud e la questione identitaria di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Set 24, 2019

I problemi del Sud e la questione identitaria              di Fiorentino Bevilacqua

Il Sud della Penisola ha dei problemi noti a tutti, Meridionali, Padani e non solo.

Sulla soluzione di questi problemi, appuratene le origini storiche, e tutto quello che da esse è seguito fino ad oggi, qui da noi ci sono, mi sembra di capire, due diverse linee di pensiero.

La prima linea di pensiero. Secondo gran parte del mondo revisionista (revisionismo che porta, ma non necessariamente, ad essere Borbonici, Neoborbonici, Duosiciliani etc.  – ma si tratta di termini ancora non ben definiti –), non ci può essere riscatto dalla situazione attuale, se non attraverso il recupero dell’Identità di Popolo (anche questa molto “variegata” e da definire meglio).

Sembra impossibile, agli assertori di questa tesi, il vero riscatto, senza il recupero della propria identità di Popolo.

L’altra linea. La soluzione ci può essere, invece, anche non recuperando l’identità di Popolo o attraverso un suo recupero annacquato, sembrano suggerire le soluzioni più “laiche”, politiche o aspiranti tali.

La demarcazione tra queste due linee è diventata ancora più evidente da quando è nato il Movimento di Pino Aprile (M24A) e, prima ancora, da quando il Movimento 5 Stelle ha intercettato parte del malcontento degli abitanti del Sud.

Resta fermo il fatto che, non identificando le vere cause dei problemi (sia storiche che attuali), non ci possa essere vera soluzione (“Chi sbaglia storia, sbaglia politica”, scriveva Giovanni Cantoni).

Talvolta, gli identitari sostenitori della prima linea di azione, tacciano di impazienza (o, addirittura, di tradimento) i sostenitori della seconda, quella “laica”, quella del “pur di risolvere i problemi più impellenti e per evitare che, a quelli che già ci sono, se ne aggiungano altri, partiamo anche se, in quanto a identità, c’è ancora molto da fare, masse da educare, increduli da convincere, dubbiosi da confortare”.

L’impazienza, leggiamo, è lo “stato d’animo di chi è insofferente per cosa che lo irriti o molesti o di chi è ansioso per il desiderio o l’attesa di cosa che tarda”1.

Chi ha qualcosa che lo disturba, lo irrita e che non è più capace di sopportare, tollerare, facendo finta di niente, qualcosa che, comunque, non gli causa “danno”, è già definibile impaziente.

Chi, invece, è in una situazione che gli causa nocumento, è ovviamente irritato, quindi è già definibile impaziente, ma a questa impazienza se ne aggiunge un’altra, legittima, logica: quella di veder eliminata quanto prima la causa dello stato di sofferenza. Costui, è impaziente due volte e la seconda impazienza è più motivata, se vogliamo, più intensa e meno … contestabile della prima.

Ovviamente, anche chi non sta “male”, può avere ansia di cambiare (per stare ancora meglio, in questo caso) e, dunque, è definibile impaziente.

Ma in un meridionale che ha scoperto le cause storiche e recenti del suo stato, sono presenti entrambi i tipi di impazienza, che si continuano, se vogliamo, l’uno nell’altro: egli non può non essere irritato e insofferente per lo stato attuale di cui ha scoperto le cause e, poi, come è giusto che sia, desidera cambiare questo stato tanto da diventare ansioso che ciò avvenga.

Il desiderio di cambiamento, però, può essere vago o intenso, a seconda delle condizioni reali di chi lo prova.

Un signore (duosiciliano, neoborbonico, meridionalista che sa la storia etc) alle soglie della pensione, o già a riposo dal lavoro, o ancora al lavoro in modo sicuro, stabile, garantito, può anche sentirsi irritato, insofferente senza provare l’ansia che cambi ciò in cui, comunque, egli ha una buona “nicchia”2; colui che, invece, non avendo una posizione attuale e/o futura stabile, per sé o per i suoi figli, è irritato sì, ma anche necessariamente e obbligatoriamente ansioso (a meno che il naufragare in questo mar non gli sia dolce) di vedere realizzato il cambiamento da cui si aspetta il miglioramento sostanziale di cui ha bisogno.

Questo secondo tipo di impazienza, è riscontrabile anche fra coloro che non sanno, ma soffrono per una situazione pesante, negativa, di cui, però, ignorano le cause storiche e attuali.

Ai primi (impazienti perché irritati, ma con buona nicchia), si può chiedere di pazientare, di calmare la forse poca ansia di cambiamento che hanno; ai secondi no.

Questa differenza, credo fondamentale, dovrebbe indurre un Identitario (qualunque cosa di preciso ciò significhi) ad essere … paziente nei confronti degli “impazienti da ansia di cambiamento”, quelli, cioè, che sono disposti a mettere temporaneamente in secondo piano la ricerca e la diffusione dell’identità storica, sociale, culturale pur di vedere risolti i problemi da cui sono afflitti.

In questa ottica, anche in questa ottica, le iniziative di tipo laico, poco identitarie, sono accettabilissime.

L’alternativa? Il voto di chi ha bisogno alla lega nordista, la preghiera con il Rosario in mano etc.

È come in una ricostruzione post bellica: bisogna fare, agire, costruire e ricostruire e c’è poco tempo per le sottigliezze ideologiche. È vero: c’è pur sempre chi cerca di incanalare questa attività in un filone anziché in un altro…ma è un rischio che bisogna correre in una situazione come quella attuale in cui la ormai ristretta, risicata coperta, viene tirata ancor di più sulle gambe del più forte.

Due post di questa mattina riassumono bene, a titolo di esempio, il momento attuale.

Il primo riporta l’encomiabile impegno di Domenico Iannantuoni per la chiusura del museo Lombroso; il secondo, quello di Saverio De Bonis, tratta del ventilato proposito governativo di togliere le agevolazioni sul gasolio agricolo, del conseguente aggravio dei costi dell’agricoltura e del necessario impegno affinché ciò non avvenga.

Ecco: nella vita di un meridionale di oggi (per cosciente o meno che sia della vera storia) sono necessarie entrambe le cose.

Questo, secondo me, giustifica la nascita e l’appoggio anche a movimenti che vogliono agire sul piano più prettamente politico.

In caso contrario potremmo apparire, quanto meno, come quei medici del proverbio, quelli che erano intenti a discutere al capezzale dell’ammalato che, intanto, si aggravava.

Certo, sarebbe auspicabile che il recupero dell’identità e l’azione politica si fondessero in un unico soggetto. Ma i Movimenti Identitari o Revisionisti di oggi sono decine e decine, ognuno convinto della propria linea e geloso della propria autonomia.

Non si vede, in essi e per ora, un unico moto unificatore (al posto dei due, tre noti) che è il primo passo per un’azione politica, comune e di sperabile successo.

Dunque?

Chissà che un movimento laico, poco identitario, non possa rappresentare anche una spinta all’unificazione delle forze non laiche.

Una sorta di sasso che, lanciato in uno stagno, finisce per generare onde anche in quello vicino.

Fiorentino Bevilacqua

24/09/2019

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  1. http://www.treccani.it/vocabolario/impazienza/
https://it.wikipedia.org/wiki/Nicchia_ecologica
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Il Sud di Pino Aprile. Programma Meridionale di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Ago 25, 2019

Il Sud di Pino Aprile. Programma Meridionale      di Fiorentino Bevilacqua

Non sono andato al Parco della Grangia oggi, all’incontro per la posa della prima pietra di un’azione politica meridionale.

Lì si raccoglievano le idee, si faceva il punto circa il programma da stilare, sulle cose da fare per la salvezza del nostro Sud e, prima ancora, sulle “regole” da seguire.

Se fossi andato avrei detto ciò che, ora, di seguito, scrivo.

Innanzi tutto avrei messo, al centro dell’iniziativa, il “Sud” (un giorno avremo un nome “proprio”) e il Popolo del Meridione. Non ne avrei fatto un corollario del principio dell’equità.

Questo principio può anche rendere più accettabile, persino condivisibile, al popolo del Nord, la nostra lotta per gli eguali diritti tra Nord e Sud Italia; ma non trarrebbe in inganno i nostri competitors del Nord, ai quali l’idea di un Sud che si risveglia e pensa a se stesso, fa venire l’orticaria perché non ne trarrebbero beneficio i loro bilanci, per comunali, regionali, aziendali o bancari che siano.

Non lo sacrificherei, il Popolo meridionale, sull’altare delle necessità dettate dal calcolo politico, se tali sono le motivazioni alla base della scelta operata da Pino Aprile.

Non lo sacrificherei a prescindere.

Interessi del Popolo meridionale, dunque, al centro del programma ed in chiaro. Senza bizantinismi di sorta.

Darebbe consapevolezza al nostro Popolo che, così, si sentirebbe chiamato in causa in prima persona non per un principio dalla cui affermazione e dal cui rispetto discenderebbe, poi, il suo bene, ma per la realizzazione di suoi legittimi interessi che, appunto perché tali, non devono essere nascosti.

Troppo a lungo, per 150 e più anni, questo Popolo e i suoi interessi sono stati dimenticati e non li si può tenere celati oggi, nella fase di rinascita.

A questo proposito ricordo che, nel suo discorso di insediamento, John Fitzgerald Kennedy ebbe a dire: … concittadini americani, non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese1 … e, dunque, per voi stessi!

Il Popolo partecipe delle azioni della propria rinascita e non del rispetto di un principio “etico”, generale, magari sentito lontano e astratto. Sarà sempre necessario un soggetto – partito o movimento che sia – che, nei luoghi deputati e nei momenti stabiliti, operi concretamente per legiferare, decidere, trattare con altre Istituzioni, Paesi, Entità sovranazionali; ma non in nome di un Principio, bensì nel nome di un Popolo, di una Nazione… una Macroregione o altro.  Quel Popolo, in questo modo, si sentirà investito di una parte della responsabilità necessaria per la realizzazione di quel progetto; non sarà un passivo, attendista, futuro fruitore dei frutti che sono da venire. Deve sentirsi, ed essere, anch’esso nel ruolo di artefice del raggiungimento di quegli agognati frutti.

Insomma, parafrasando Gandhi: dobbiamo essere noi il cambiamento che vogliamo vedere realizzato per noi stessi, non per il rispetto di un principio generale, valido per chicchessia.

Io preferisco questa seconda impostazione.

Salvaguardia, quindi, degli interessi del Popolo Meridionale attraverso la tutela e il potenziamento di…

  1. Industria
  2. agricoltura
  3. turismo
  4. servizi
  5. giustizia
  6. ambiente

L’ordine (1-…-6) non è un ordine di priorità; può essere cambiato, dunque, ma sempre in un’ottica complessiva, non settoriale, di sistema, di lungo respiro, adottando, per esempio, i parametri, già in vigore presso altri Paesi, o altri ancora di nostra ideazione, che permettano di monitorare i risultati in funzione degli obiettivi prefissati e delle iniziative messe in campo per raggiungerli.

Passi preliminari/ prerequisiti / linee guida … “regole”

  1. Sacrifici

Non perdersi in differenziazioni e puntualizzazioni che è meglio affrontare in un momento successivo: è più importante la realizzazione di un ponte, una ferrovia, una strada, una fabbrica, un depuratore, un’azienda, la gestione di una possibile criticità, la salvaguardia delle coste, la messa in sicurezza di un costone, una adeguata politica agricola etc che il credo politico/ religioso/ etico di chi scende in campo per attuare ciò.

Anzi: in una prima fase, questo credo non conta nulla.

Dunque: sacrificio temporaneo di quei valori personali, di gruppo, che, altrimenti, risulterebbero divisivi e potenzialmente in grado di far naufragare ogni iniziativa.

E’ quasi come quando si sta insieme, in un gruppo, accomunati dalla passione per uno stesso passatempo: non si scende, saggiamente, in questioni politiche, non si fa riferimento neanche al lavoro svolto o alla posizione sociale occupata perché non è necessario farlo e, se lo si facesse, si rischierebbe l’integrità e la sopravvivenza stessa del gruppo.

Vale per tutti…

  • Priorità.

Un soggetto colpito da arresto cardiaco che non risponde più al massaggio cardiaco, al pallone che gli insuffla aria nei polmoni etc, può essere anche trattato a terra, in mezzo al fango dove è eventualmente caduto, perché occorre salvargli la vita; poi, e solo poi, se risponde, si pensa a metterlo sulla lettiga e nell’ambulanza nel rispetto di quegli altri principi della buona medicina ai quali però, in quelle condizioni estremamente critiche, si è dovuto anteporre il massaggio cardiaco salvavita.

  • Forza.

A noi “meridionali” (pessima locuzione) occorrerà toglierci di dosso ogni orpello che inquina, avvelena, distorce; e ce ne sono parecchi e di diversi tipi; per fare questo ci vuole forza, la forza di mettere in campo iniziative e risorse opportune.

  • Questioni di metodologia.

Realismo. Esistono competenze diverse, conoscenze varie: il pollice non può fare ciò che fa l’indice e viceversa; in una mano funzionante sono necessari entrambi, assieme alle altre tre dita. Ma non sono equipollenti. Uno non vale uno. Non siamo in Meccanica quantistica o nel campo della Relatività: qui, il realismo (per locale o meno che sia) vale ancora.

Storia del Movimento revisionista: il movimento ha, ormai e meno male, una sua storia: non può essere ignorata.

  • Coraggio

Occorre anche il coraggio della verità, non solo storica: potremo anche aver sviscerato tutto quello che c’è da sapere realmente sulle vicende storiche del Risorgimento del Nord preunitario; potremo anche venirci a trovare nella condizione in cui il revisionismo storico non abbia più nulla da svelare ridotto, come potrebbe essere, ad un filone ormai concluso…ma se ci ritrovassimo con tutti gli altri mali di oggi, interni ed esogeni, staremmo come ora anzi, peggio: non avremmo più, in quel caso, nemmeno la speranza che, capito come sono andate veramente le cose, potremmo migliorarle.

La revisione storica è l’inizio, l’inevitabile, indispensabile inizio: ci dà radici, dignità, orgoglio risvegliandoci nella nostra consapevolezza storica di Popolo. Ma questa consapevolezza, poi, dovrà diventare attuale…basata sulle realizzazioni positive messe in atto.

Il nome di questo Popolo verrà dopo, quando le disquisizioni, i distinguo tra Regno di Napoli, Regno di Sicilia, delle Due Sicilie, Napolitani, Federico II, Ruggero II etc. non potranno fare più male tanto forte sarà, ormai, la coscienza di noi e la nostra autostima collettiva basata, come al tempo dei Borbone, sulle realizzazioni pratiche attuate.

Affrontare oggi questioni simili, quando ancora sta nascendo una coscienza comune che è perciò ancora fragile, incerta, insicura, significa correre il rischio di far naufragare un grande, necessario progetto per questioni di non indispensabile importanza.

E, d’altra parte, noi lo abbiamo già vissuto quando, alcuni dei nostri (anche strumentalizzati dall’esterno), prima del 1860, in nome di principi e libertà astratte, mettevano in discussione uno Stato che creava, concretamente, le condizioni per poter vivere senza dover emigrare, senza indebitarci come invece facevano altri Stati preunitari e, cosa non da poco, per essere orgogliosi di noi come Popolo, come Nazione e, allora, come Monarchia.

Si dice che la storia è maestra di vita: che lo sia anche per noi, oggi.

Io la penso così.

Fiorentino Bevilacqua

24.08.19

…..

  1. http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:XnoJyIlo1bQJ:www.minotariccoinforma.it/cgi-bin/news/J.F.K..pdf+&cd=2&hl=it&ct=clnk&gl=it
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Pompeo De Chiara commenta Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Ago 21, 2019

Pompeo De Chiara commenta Fiorentino Bevilacqua

Interessante riflessione di Bevilacqua sulla iniziativa di Pino Aprile di costituire (Si è convinto finalmente!) necessariamente un Partito che sappia essere tutore degli interessi del Sud Italia e difensore della sua Memoria. A differenza di tanti altri giudizi negativi espressi impropriamente da tuttologi ed “ignoranti” del tribolato lungo percorso che ha dovuto affrontare, anch’io mi associo per un giudizio positivo dell’iniziativa da me caldeggiata personalmente da diversi anni ma inascoltata per diverse ragioni. Ma alcune considerazioni sono necessarie: Speravo ed ero convinto che la nascita di un Partito così importante si organizzasse almeno un mese prima, a Napoli con una chiamata alle armi generale che avesse radunato tantissima gente in qualche sala congressuale. Si poteva approfittare di qualche festività entro dicembre (l’8 sarebbe stato ideale) e ci sarebbe stato tutto il tempo per organizzarsi e venire a Napoli da tutta Italia. Un evento di tale portata storica, nel quale, addirittura, si vuole costituire un Partito, darci un nome, un simbolo e finanche dei candidati, non si può organizzare in brevissimo tempo, senza nemmeno una bozza di Statuto in mezzo ad un bosco che per arrivarci ti devi fare il segno della croce e con un servizio di vitto e alloggio lasciato ad un agriturismo familiare. Sinceramente la fondazione di un Partito sudista non merita un luogo simile ad un’area pic nic in cui si improvvisano Statuti, ruoli, denominazione e bandiera. Tanti di noi che lottiamo da decenni, probabilmente, avremmo preferito un percorso di costruzione diverso. Basta con le solite cose “vediamoci e parliamo”. Avevo già risposto sotto un altro post che a mio avviso si dovevano scegliere 12 saggi/attivisti tra coloro che negli ultimi 20-30 anni hanno contribuito alla diffusione di una coscienza identitaria sudista e ad una critica professionale delle attuali condizioni socio-economiche della nostra terra. Costoro avrebbero dovuto, secondo la mia umile considerazione, stilare una Bozza di Carta Costituente aperta, informata di principi condivisi e soprattutto espressione di SINTESI delle varie anime meridionaliste ed un PROGETTO chiaro e sintetico di una decina di punti al massimo. Nell’ambito della Adunata Generale in NAPOLI capitale, si approvavano le varie norme statutarie. Tutta l’organizzazione dell’importantissimo e vitale EVENTO dovrebbe essere affidata a soggetti già esperti. Ma una cosa, per me, e soprattutto, tanti altri, (tantissimi altri) sarebbe IMPRESCINDIBILE: La presenza massiccia della nostra BANDIERA STORICA DI STATO nella quale ormai ci ricononosciamo TUTTI e di cui non possiamo né DOBBIAMO più avere vergogna! Darebbe un fortissimo segnale di inclusione e di spirito IDENTITARIO. Se, al contrario si vuole ripetere il percorso costruttivo partitico di UM-MO e simile alle liste-civetta del PD, faranno a meno della mia presenza.

Pompeo De Chiara

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Il Sud di Pino Aprile di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Ago 18, 2019

Il Sud di Pino Aprile                di Fiorentino Bevilacqua

L’iniziativa di Pino Aprile, di far partire un’Azione politica meridionale, non è che l’ultima di una lunga serie1 .

Penso che la prima sia stata la pubblicazione di Terroni, libro che ha fatto uscire dall’ambito geografico e culturale “locale”, la questione del Sud maltrattato e vittima necessaria (e perciò predestinata) della cosiddetta Unità.

Grazie ad esso al Sud, ma anche al Nord, persone e personaggi del tutto all’oscuro della vera origine della Questione meridionale, hanno cominciato a guardarla con occhi diversi perché diverse, più veritiere e complete, erano le informazioni di cui ora disponevano.

Non che mancassero pubblicazioni e scritti analoghi, anche più approfonditi, specialistici e con diverso taglio, ma rimanevano sempre in una cerchia, per forza di cose, ancora ristretta. Terroni, ha rotto quel cerchio andando oltre i confini del Sud e della sensibilità fino a quel momento sviluppata in una cerchia solida, sicura ma ancora non molto ampia.

Ora, dopo l’iniziativa dei bar devenetizzati, arriva questa dell’Azione politica meridionale che cerca di raccogliere, intorno ad un progetto comune, chiunque lo voglia, anche quelli che si stanno battendo da tempo per la presa di coscienza del Sud.

Pino frequenta ed è parte integrante del mondo del revisionismo che si occupa del cosiddetto Risorgimento.

Lo conosce bene, perciò.

Sa, quindi, quanto esso sia composito, formato com’è da tanti “gruppi”, alcuni dei quali nati da poco, altri sulla scena da decenni; alcuni piccoli, altri numerosi; ognuno, comunque, con la sua visione e la sua via da seguire per arrivare all’obbiettivo della rinascita del Sud.

La persistenza e la gravità dei problemi del Meridione, il fatto che ci siano meridionali (quando potremo liberarci di questo nome!?) consapevoli della verità storica a fronte di una maggioranza che la ignora, mi fa venire in mente il “Discorso ai quadri di base” di Malcom X: «Quello che ci occorre, a me e a voi, è imparare a dimenticare ciò che ci divide. Quando siamo insieme non è perché siamo battisti o metodisti. […] Non ci tocca questo inferno perché siamo battisti o perché siamo metodisti, né perché siamo democratici o repubblicani. […] Siamo qui in quest’inferno perché siamo neri. Voi vivete nell’inferno, tutti noi viviamo nell’inferno perché siamo neri.»2

Per la verità, apro un inciso, mi pare di ricordare che anche qualcun altro, S.M Francesco II, ci aveva esortati a non farci trovare disuniti quando sarebbe venuto il momento, perché, ammoniva, nessuna usurpazione è eterna3. Non so se questo è quel momento, ma l’essere uniti dà l’idea, a chi si ha di fronte, di una maggiore forza.

Mi sembra, comunque, che ci troviamo in una condizione simile a quella evocata nel discorso ai quadri. Abbiamo ancora (non me ne voglia nessuno: lungi da me l’idea di offendere qualcuno) molti, moltissimi nella condizione dei giulivi, inconsapevoli negri da cortile e ancora pochi (in proporzione) in quella dei consapevoli, recalcitranti negri dei campi.

Qui, forse, nasce una prima divergenza con l’iniziativa di Pino Aprile: alcuni gruppi revisionisti, preferirebbero dare la precedenza alla trasformazione dei primi nei secondi; poi, in qualche modo, verrebbe l’impegno politico. Ma i problemi ci sono e si saranno sempre: opportunisti, convertiti all’ultimo minuto al “credo” revisionista, volenterosi che corrono in soccorso etc.

Relativamente alle differenze esistenti fra i vari gruppi e tra questi e Pino Aprile, differenze che potrebbero diventare ostative di qualsiasi forma di contatto, ricordo che, in genere, di fronte ad un comune nemico le differenze passano in secondo piano, tanto nella società umana, quanto fra gli animali: un cardellino e un fringuello, pur avendo livree diverse e regimi alimentari non uguali (sono specie diverse anche per altri caratteri), fanno, in qualche modo, fronte comune nei confronti di un predatore dei loro nidiacei.

Personalmente, ritornando ai “gruppi”, ho sempre pensato che più ce ne fossero, in una certa fase, meglio si riusciva a “coprire” il Territorio e l’intera, complessa “questione” del Napolitano trasformato in meridionale.

Ma ero e rimango dell’idea che accelerare i tempi espone a rischi: pochi pionieri in un ambiente ancora largamente ignaro e, per questo, forse anche ostile, farebbero concretamente poco.

Però, nel quadro della situazione attuale che vede certe forze del Nord cercare di inserirsi al Sud, sono favorevole all’ultima iniziativa di Pino Aprile. Può servire a smuovere ancora di più le acque di un Sud che altri vorrebbero mantenere calme, stagnanti, putrescenti tanto da cercare, per raggiungere questo scopo, di proiettarsi qui, di inserirsi e radicarsi politicamente qui con effetti negativi difficilmente prevedibili.

Probabilmente non si andrà al governo di qualcosa dopodomani, ma gli altri, quelli lì (ma anche i nostri, qui), capiranno ancora di più che il Sud non è più quello di una volta.

Intanto, si continuerà a lavorare (ed è indispensabile che lo si faccia) sul 1799, il 1860, il depauperamento post unitario delle risorse duosiciliane, la Legge Pica, il cosiddetto Brigantaggio, l’emigrazione post unitaria, l’identità e così via. Questo lavoro, più calmo, più lento, genererà una seconda ondata che crescerà fino a diventare, essa sì, veramente inarrestabile.

È come l’evoluzione di certe stelle che, ad un certo stadio della loro vita, espellono gas: relativamente poco ma a grande velocità in una fase; molto di più, ma più lentamente, in un’altra. Questi eventi mettono a nudo il nucleo caldissimo della stella che così riscalda e “illumina” il gas espulso. Il risultato è uno degli oggetti celesti più belli: una splendida nebulosa planetaria4, 5 alla formazione della quale hanno necessariamente contribuito entrambi gli eventi, anche se fra loro diversi e avvenuti in “momenti” separati.

Spero che accada lo stesso anche a noi.

Personalmente, auguro buona fortuna all’iniziativa di Pino Aprile, una buona continuazione di lavoro ai Revisionisti e un buon “viaggio” al “SUD”, ormai da tempo in cammino.

Fiorentino Bevilacqua

16.08.19

  1. https://pinoaprile.me/il-24-agosto-alla-grancia-nasce-lazione-politica-meridionale/?fbclid=IwAR1HZSJ_VfVFOW3Kz9QTfzecr6W1XU2QWY70zTHcmMCFYVk5DiJr1nBL5Io
  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Discorso_ai_quadri_di_base
  3. http://www.ilportaledelsud.org/francesco%20II.htm
  4. https://it.wikipedia.org/wiki/Nebulosa_planetaria
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L’ombra di Lombroso allo Juventus Stadium di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Ago 10, 2019

L’ombra di Lombroso allo Juventus Stadium                    di Fiorentino Bevilacqua

Cesare Lombroso è stato un antropologo vissuto a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo1.

Ma cosa c’entra un antropologo con la Juventus?

Il 31 agosto ci sarà, allo Juventus Stadium di Torino, l’incontro di calcio Juventus – Napoli.

Come ormai tutti sanno, la squadra torinese ha annunciato delle restrizioni alla vendita on line dei biglietti per la partita: non potranno acquistarli né i residenti in Campania né, tanto meno, i nati in Campania 2.

Probabilmente c’è il timore che i campani, per residenza e nascita, possano scatenare tafferugli e dare luogo a comportamenti violenti (!?).

Ma perché c’è questo timore?

Innanzi tutto, a nutrirlo è soltanto la Juventus. La Questura di Torino, infatti, “non ha mai concordato tale decisione con la società sportiva” e da essa prende anche le distanze visto che “non intende condividerla3.

Ma, allora, se quelli che hanno “il compito primario di assicurare il mantenimento dell’ordine pubblico”, appunto il Questore e i suoi sottoposti, non si preoccupano dell’arrivo dei Campani allo stadio, di che e perché si impensierisce la Juventus?

Analizziamo l’esclusione.

Due sono le tipologie di persone alle quali non si possono vendere biglietti: i residenti in Campania e i nati in quella regione.

I primi, avranno pensato coloro che hanno deciso l’esclusione, potrebbero essere tifosi accesissimi; potrebbero non essere nati in Campania, ma comunque potrebbero mettere in atto, spinti dalla passione per la squadra partenopea, comportamenti violenti. La decisione sembra comunque non giustificata ma, ob torto collo, ci si può anche stare.

Per la seconda categoria di esclusi, i nati in Campania, la ragione si capisce ancora di meno: uno potrebbe essere nato in Campania ed essere tifoso dell’Inter, del Milan o della stessa Juventus e, quindi, potrebbe spostarsi a Torino per assistere ad una bella partita di calcio o per tifare Juve.

La cosa, perciò, non si spiega a meno che… a meno che non la si guardi alla luce delle teorie dell’antropologo, medico, giurista e sociologo Marco Ezechia Lombroso, detto Cesare, e delle vicende storiche fin qui accadute nella Penisola negli ultimi 159 anni.

Per Lombroso si era “criminali per nascita”; l’inclinazione al crimine, che si abbinava a determinate caratteristiche anatomiche primitive, era ereditaria.

I crani dei cosiddetti briganti (che qui venivano uccisi e decapitati dopo il 1860), avevano questi tratti somatici primitivi? Bene, secondo Lombroso, questo spiegava anche il comportamento violento, da brigante appunto, che quei soggetti avevano manifestato.

Non gli passava neanche per la testa (che evidentemente doveva avere tutte le suture al posto giusto) che quei crani erano magari appartenuti a padri di famiglia che, dopo la conquista piemontese del Regno delle Due Sicilie, dopo la chiusura delle fabbriche che qui avevamo (e il trasferimento di macchinari e commesse al Nord) avevano perso il posto di lavoro e la possibilità di sostentare la famiglia, di sfamare e crescere i figli; non gli passava neanche per la mente che quei crani potevano essere appartenuti ad ex militari del disciolto Esercito borbonico che non avevano voluto giurare fedeltà al nuovo re perché, dicevano, Uno Dio, uno Re…un modo elegante e forte per dire no all’usurpatore.

Dunque, se nei crani provenienti dalla Campania, ma anche da tutto il Sud, erano riscontrabili tratti somatici primitivi, atavici, che si accompagnano a comportamenti violenti tipici degli animali inferiori voleva dire che, qui nel Sud, in Campania, c’erano quelle caratteristiche, primitive ed ereditarie.

Dunque, io potrei essere vissuto a Londra, a Miami, a Parigi, in Lapponia, nelle Isole del Sud o presso monaci tibetani sin dal primo giorno della mia vita ma, essendo nato in Campania, potrei avere la potenzialità, diremmo oggi geneticamente determinata, di manifestare un comportamento primitivo, ancestrale, atavico e, quindi, violento… secondo la teoria di Lombroso.

Per il solo fatto di essere nato qui, nella Campania una volta felix, potrei sviluppare comportamenti violenti da animale inferiore (e se non è razzismo questo…).

Questo, quindi, consiglierebbe, ai responsabili della Juve, di non farmi entrare allo Juventus Stadium il 31 agosto prossimo venturo.

Fortunatamente la genetica ci ha insegnato che così non è: i geni (inclusi quelli dell’atavismo lombrosiano qualora esistenti) non possono determinare tutto da soli, in quanto molto dipende dall’interazione con l’ambiente.

Questa cosa era evidente già allora, proprio nelle vicende del Regno delle Due Sicilie, ma deve essere sfuggita al Lombroso: il Popolo napolitano non era “brigante” (… e poi emigrante) prima dell’arrivo dei piemontesi; lo è diventato dopo.

Prima del 1860, per saldate o meno che fossero le ossa del loro cranio, i Napolitani non erano violenti; molti di loro lo sono diventati dopo l’arrivo dei “salvatori” piemontesi, dopo la distruzione del tessuto sociale ed economico del Regno, dopo l’arrivo della miseria della disperazione della fame.

Ma una simile osservazione, forse, non era politicamente corretta.

Dunque, con buona pace di Lombroso, nel soma, ma anche nello sviluppo neuropsichico4, la genetica conta fino ad un certo punto ed un campano, quindi, potrebbe ben entrare nello stadio di Torino per tifare Napoli.

Lombroso fu radiato dalla Società Italiana di Antropologia ma pare che le sue idee non abbiano subito la stessa sorte: sono ben vive ed operative (oggi come da poco dopo il 1860) nella mente di certi non richiesti “fratelli” del Nord.

L’importante, per noi, è cominciare a prenderne coscienza.

“Grazie, Juve”.

Fiorentino Bevilacqua

08.08.2019

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  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Lombroso
  2. Nel momento in cui questo articolo viene pubblicato, questa parte del divieto è stata eliminata.
  3. https://sport.ilmattino.it/sscnapoli/trasferta_vietata_allo_stadium_sito_juve_non_vende_ai_napoletani-4665665.html
  4. La traiettoria della vita umana è influenzata da eredità genetiche, epigenetiche e intrauterine, da esposizioni ambientali, da nutrite relazioni familiari e sociali, da scelte comportamentali, da norme sociali e da opportunità che vengono offerte alle generazioni future, e dal contesto storico, culturale e strutturale …Mentre i tratti ereditari sono importanti, la nuova ricerca mostra che i fattori di stress ambientali durante lo sviluppo intrauterino svolgono un ruolo chiave nel determinare lo sviluppo funzionale e futuri rischi di malattie . L’azione deve pertanto concentrarsi sul periodo preconcezionale, sulla gravidanza , sullo sviluppo del feto e sulle fasi della vita più vulnerabili”… da  https://www.epicentro.iss.it/allattamento/pdf/Battilomo.pdf
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