Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

INCONTRO TRA FRANCESCO MALDONATO, ULDERICO PESCE ED ENNIO APUZZO DA UMBERTO DE ROSA (II)

Posted by on Lug 4, 2020

INCONTRO TRA FRANCESCO MALDONATO, ULDERICO PESCE ED ENNIO APUZZO DA UMBERTO DE ROSA (II)

 “Non so da dove vengono attinte le informazioni sullo stato del Regno” questa e la solita frase che ormai ascoltiamo ogni qual volta un risorgimentale, liberale o progressista che sia, vuole confrontarsi con un identitario come è accaduto anche nella trasmissione che stiamo commentando.

A questo punto mi vien voglia di dire ma oltre ai soliti libri sui quali siamo cresciuti tutti avete mai letto qualcosa di diverso? Avete mai letto qualche dato statistico ufficiale fornito anche da chi non è un sentimentale borbonico? Avete mai frequentato un archivio? Io certamente no per mia sfortuna ma almeno ho cercato di allargare la mia visione periferica nei mie studi che mi ha portato ad essere un fervente napolitano, identitario, insorgente partendo da uno posizione completamente opposta.

Ancora ho dovuto ascoltare in un dibattito, che per la presenza nella trasmissione di persone autorevoli doveva essere sui generis, affermazioni sull’arretratezza del Regno per causa dei Borbone, che c’era una politica economica ed industriale avvilente e che tolto qualche insignificante nucleo industriale lasciato dai francesi, come per esempio la Egg, si viveva ancora con la clava in mano. A questo punto qualche risposta bisogna darla partendo da un dipinto, di seguito riportato,  fatto nel 1861 che riprende la zona di Poggioreale a Napoli dove si evince chiaramente un nucleo industriale importante che certamente i Piemontesi non potevano realizzare in due mesi di occupazione.  

Partendo dalla Egg, fondata dalla omonima famiglia e citata in trasmissione, che si trovava in Terra di Lavoro per esattezza a Piedimonte d’Alife oggi Piedimonte Matese, che dava lavoro ad un numero considerevole di persone con piu del 50 per cento donne con una produttività importante.

Gli Egg certamente arrivarono con il Regno di Murat ma grazie alla lungimiranza dei Borbone, che accoglievano capitali e risorse umane di spessore, furono la punta di diamante di una nutrita truppa di industriali svizzeri che fecero fortuna nel Regno Napoletano e contribuirono alla crescita della sua industria. I Borbone non cancellavano quello che di buono trovavano ma conservavano e sviluppavano, che arretrati!!!

Per restare in Terra di Lavoro c’è da segnalare la ferriere del fiume Savone a Teano, le prime fabbriche che lavoravano la ceramiche da vettovaglie come a Scauri di Traetto già a fine 700, distrutta poi dall’invasione Francese del 1799, per non parlare della ceramica decorativa che partita da San Lorenzello, a quel tempo Terra di Lavoro, arriva a Napoli concorrendo alla nascita della famosa scuola delle Ceramiche di Capodimonte che primeggio nel mondo e diede un forte impulso all’arte presepiale napoletana e del Regno. Fatemi passare la presunzione di consigliare di ad andare al Palazzo Reale di Capodimonte  e vedere la mostra Napoli, Napoli di lava, di porcellana e di musica prima che termini.

I Borbone cavalcando la tradizione delle industrie dell’alta Terra di Lavoro che avevano origine già nell’Impero Romano ma che nell’Impero delle Spagne furono tra le più importanti in Europa, basti pensare alla Cartiera di Sant’Elia Fiume Rapido nata con gli Arogonesi o di quelle di Picinisco e Settefrati che ospitavano anche le miniere di limonite e bauxite.

A partire da Carlo si rinnovarono, innovandole, le fabbriche di Arpino e Sora, in una Epigrafe che si trova sulla facciata del Comune e in un articolo del nostro Raimondo Rotondi c’è la testimonianza della presenza del suddetto Re ad Arpino cosa che si ripete con il figlio Ferdinando IV che stanzio per piu di un mese tra Arpino e Sora.

Nel triangolo industriale di Sora, Isola liri ed Arpino che si estendeva fino alla valle di Comino e a Sant’Elia F.R., veniva prodotta carta di pregio che per decenni veniva usata dai piu famosi giornali inglesi ed era oggetto di studio degli specialisti di Fabriano che non riuscivano a farne una simile. Veniva prodotto il famoso panno rubbio che vestiva l’esercito napolitano ed anche una alcuni reparti speciali di eserciti stranieri. Arpino a quel tempo aveva quasi 14000 abitanti mentre il capoluogo Caserta 10000 ed era un sistema industriale basato sulla perfetta fusione tra pubblico e privato che risultò vincente e preso a modello nel corso degli anni da altre nazioni e dalla stessa italia nel famoso miracolo del dopoguerra.

L’impianto industriale faceva da traino a tutta l’economia del territorio che vide fiorire tante attività a conduzione familiare che puntellavano le attività principali guidati da importanti industriali che venivano anche dall’estero per trasmettere le loro competenze, gli arretrati Borbone non si sa come erano aperti al resto del mondo, che si affiancarono ad importanti industriali Laborini e Napolitani che nel tempo acquisirono una forza economica notevole fino a diventare tra i piu potenti del Regno, ma anche di tutta Italia.

Un esempio per tutti è certamente la storia di Giuseppe Polsinelli che raggiunse successi notevoli grazie ai Borbone che come ringraziamento fu tra i più acerrimi rivoluzionari arrivando a pagare un plotone di mercenari e metterlo al servizio di Garibaldi. Polsinelli e passato alla storia anche per aver fatto l’ultimo discorso al Parlamento Italiano a cui assistette Cavour prima di morire in cui denunciava la miseria in cui il suo territorio sprofondo in pochi mesi dopo l’Unità, come si dice “l’irriverenza è l’unica cosa più grande della misericordia di Dio!!!

Nella Valle di Comino, sfruttando le suddette miniere di Limonite e Bauxite, nacque la Ferriera di Atina, denominata La Grande Magona, che aveva un altoforno tra i piu importanti d’europa per la particolare innovazione tecnologica con cui venne costruito ed operava.

I Borbone crearono, a supporto di questo polo industriale,  una rete di infrastutture che per tempistica, efficienza ed innovazione nulla avevano da invidiare alle piu importanti realta industriali europee. La Civita Farnese, con il magnifico Ponte di San Giovanni Incarico, era la strada che arrivava a Gaeta, venne costruita in soli sei mesi e mai supero il 6 per cento di pendenza perche gli animali che trainavano i mezzi di trasporto dell’epoca non dovevano affaticarsi. La stessa cosa accadde con la strada “Napolitana” che arrivava a Napoli e famosa fu la frase di Ferdinando II, “le nostre merci dovranno arrivare prima possibile ai porti di Napoli e Gaeta”.

Con l’Unità furono smontati i macchinari delle nostre industrie per portarle in Piemonte.

di seguito un altro interessante articolo

Dopo aver letto, spero per voi che lo abbiate fatto, informazioni storiche curate da Ferdinando Corradini e Fernando Riccardi, studiosi di comprovata serietà, vi invito a vedere un intervento di quest’ultimo nel bellissimo convegno di San Lorenzello dedicato alle Industrie del Regno.

Allargando il discorso a tutto il Regno bisogna ricordare di come a macchia di leopardo, in tutte le nazioni le industrie si sono sviluppate in questo modo, c’era un fiorire di industrie che interessava tutto il territorio e che si sopperiva all’atavica carenza di materie prime con la ricerca scientifica e tecnologica, quella che oggi chiamiamo new economy, che permetteva di sfronare prodotti ad altissima fattura.

In Sicilia esistevano aziende che producevano componenti unici ed innovativi per macchine industriali e anche Camilleri, ammalato anche lui di Borbonismo, ha detto qualcosa sulle industrie siciliane. All’ombra del Vesuvio si costruirono autentici capolavori industriali, non soltanto a Pietrarsa e a Castellamare, e i loro prodotti venivano esportati in tutto il mondo. Non voglio annoiarvi ricordando cosa era Pietrarsa, i Cantieri di Castellamare o che la prima ferrovia italiana e seconda europea fu la Napoli- Portici, che la prima nave a vapore era napolitana e che il primo scafo non a vela che attraverso l’atlantico per arrivare in america parti da Palermo, ma voglio solo informare che il grande Piemonte industrializzato acquistava le locomotive all’estero perché non ne produceva e molte le acquisto dai Borbone che per i vincoli di parentela fecero anche uno sconto particolare e come ringraziamento ebbero il mancato pagamento delle ultime 5, Francesco II più volte chiese al cugino, l’innominabile, di saldare il debito ma purtroppo rimase deluso.

Importanti poli industriali si trovavano a Salerno e nella sua provincia come in Puglia.

Di Mongiana si sa tutto ormai ma se volete sapere la qualità di quello che si produceva andate almeno per una volta al Ponte Real Ferdinando sul Garigliano che rimarrete a bocca aperta, vi ricordo, altresì, che le ferriere Calabresi furono chiuse perche erano antieconomiche perchè ubicate in alta montagna salvo poi portare la produzione a Terni che si trovava ancora piu in alto.

Prima di chiudere questa breve infarinatura sulle industrie napolitane e a darvi appuntamento ad altre analisi, vorrei dire due cose importanti in risposta ai soliti luoghi comuni che anche in quel programma, a casa di Umberto, ho ascoltato: il primo è che non esiste un mondo neoborbonico ma esiste la piu antica, la più numerosa e la più importante associazione che si chiama movimento neoborbonico e che merita il massimo rispetto ma rappresenta se stesso e non il mondo napolitano che è variegato e non inquadrabile in nessuna associazione. Il secondo invece è che nessuno ha mai detto che il Regno era il paradiso in terra ma era una nazione sovrana che nel bene nel male, il tempo è galantuomo e presto la bilancia si sposterà sul bene, decideva autonomamente la sua politica industriale ed economica e si poneva nello scacchiere internazionale con la massima umilta ed autorevolezza meritandosi il rispetto di tutta Europa.

Di seguito, anche questa volta, un breve video che vede come protagonisti due “ardenti neoborbonici”, Eugenio Scalfari ed Umberto Eco e il dibattito completo. 

Claudio Saltarelli

prima parte

2 Comments

  1. erminio borbonismo era una provocazione come quella che usiamo per scalfari, se anche lui narra una storia diversa dalla vulgata dominante!!!

  2. Se mi permettete, due integrazioni. Nella loro lungimiranza, i Borbone non eliminarono quanto lasciato da Murat, sia in città che al Palazzo Reale, tra cui un letto di argento massiccio che i Savoia – invece – si preoccuparono subito di far scomparire. Noooo, non per ingordigia, per carità, come potrebbe subito affermare qualche “malpensante filoborbonico”, ma solo per non tralasciare nulla della damnatio memoriae delle dinastie precedenti… Una questione di coerenza, insomma.

    E’ vero, Camilleri (pace all’anima sua!) nei suoi scritti ha detto qualcosa sulle industrie siciliane, tanto da parere – anche lui – “ammalato di Borbonismo”, pronto, però, a smentirsi quando interveniva in diretta in qualche trasmissione televisiva: altrimenti Mamma Rai gli avrebbe fatto tottò sul culetto e, quindi, per tutto ciò che negli anni gli aveva elargito, come si dice… Parigi val bene una messa!

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